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martedì 3 maggio 2011

LA MOSSA DEL CAVALLO DELLA FIOM di Loris Campetti

  • Non si tratta di un colpo di teatro ma di una mossa del cavallo, difficile quanto coraggiosa: le Rsu Fiom della Bertone hanno chiesto ai loro lavoratori di votare sì al referendum truffa di Sergio Marchionne. Più che un referendum, un odioso ricatto: o accettate il contratto di Pomigliano che cancella il contratto nazionale di lavoro oppure rinuncio a investire sulla Bertone e vado a produrre altrove, le alternative in Italia o nel mondo non mancano. Come a Pomigliano e Mirafiori? No, peggio, perché la Bertone è stata presa dalla Fiat dopo sei anni di cassa integrazione, in amministrazione controllata. Ciò significa che se Marchionne riconsegnasse ai commissari «liquidatori» l'azienda, come ha già fatto sapere, verrebbero tutti licenziati perché gli ammortizzatori sociali sono finiti. E licenziati dallo stato, per di più, con la Fiat che se la caverebbe con un'ammenda.
    Un «atto di legittima difesa», lo chiama Maurizio Landini al termine dell'affollatissima assemblea nella fabbrica di Grugliasco. «Marchionne ci aveva puntato la pistola alla tempia e noi abbiamo tolto il proiettile», ci dice ai cancelli un operaio della Fiom, come del resto i due terzi dei dipendenti che hanno in tasca la tessera del sindacato metalmeccanici Cgil. Dunque, Pino Viola, Rsu Bertone, ha aperto l'assemblea nel silenzio generale per chiedere ai suoi una scelta generosa, e al tempo stesso ha chiesto alla Fiom nazionale di non firmare quell'accordo che neanche è un accordo in cui si scambia il lavoro con i diritti. E ha aggiunto che dopo il voto i 10 delegati Fiom (su un totale di 15) rassegneranno le dimissioni e chiederanno che le Rsu vengano rielette.

    Per un fatto, straordinario, di democrazia: «Gli operai ci avevano dato il mandato di difendere lavoro e diritti, noi non ci siamo riusciti, nessuna vera trattativa si è aperta - ci dice Pino ai cancelli - e dunque è giusto restituire la parola ai lavoratori, e non con un referendum truffa ma per una scelta democratica».
    Marchionne è pronto a liberarsi di ogni ostacolo, sindacato o fabbrica in Italia che non rispondano alle sue pretese. Gli investimenti li fa negli Stati uniti, è oltre Atlantico che vede e tenta di costruire il futuro della società Chrysler-Fiat. Basta fare un giro intorno a Mirafiori: alla porta 5, quella della palazzina centrale, sono stati sempre esposti due modelli Fiat, da qualche giorno invece ci sono due jeep Chrysler made in Usa. Il fatto è che Marchionne cerca di scaricare le sue scelte (di dismissione) sugli operai e sulla Fiom. Dello stesso parere è il segretario generale Landini, e questa convinzione lo rafforza nel sostegno alla decisione dei delegati Fiom della Bertone: «Non c'è una scelta per i lavoratori, qui alla Bertone, ma solo un diktat. Per questo noi sosteniamo la decisione di spuntare l'arma di Marchionne e, al tempo stesso, di non firmare nulla, anzi andremo avanti sul terreno giudiziario. La causa contro il contratto di Pomigliano sarà discussa il 18 giugno».
    Quando in assemblea, dopo Pino Viola, ha spiegato questa posizione, Landini ha raccolto gli applausi convinti di 400 lavoratori. Cosa che non è capitata ai dirigenti della Uilm e della Fim, spiazzati dalla decisione della Fiom. «La nostra è una comunità molto unita - raccontano gli operai ai cancelli - e non potevamo accettare di farci dividere dal padrone tra chi votava no per dignità e chi votava sì per disperazione». Durante l'assemblea, ai cancelli è arrivata la moglie di un operaio che aveva appena tentato il suicidio: «È entrato in depressione quando la Fiat ha detto che non avrebbe anticipato i soldi della cassa integrazione (poi finalmente il ministro ha firmato e il problema si è risolto, ma la Fiat non ha risparmiato ai suoi dipendenti neanche questa minaccia, ndr) ed è peggiorato quando intorno a lui le persone hanno cominciato a dirgli che doveva votare sì». L'operaio è ricoverato in prognosi riservata in ospedale.

    Come sussurra Luciano, un vecchio compagno della Cgil, «i tanti sì della Bertone dovranno pesare come un'enorme macigno nella coscienza di Marchionne e della Fiat».
    1070 dipendenti, operai e operaie specializzate in produzione automobilistica di alta qualità di cui quasi 300 in distacco in altre fabbriche, uniti nel difendere la loro azienda dalle mire liquidatorie e speculative del vecchio padrone per sei anni, vissuti a 800 euro al mese, tanto guadagnano anche ora questi cassintegrati. Eccola la Bertone che Marchionne vuole sterilizzare o vendere, dopo averla acquistata per 12 milioni dai commissari e averla capitalizzata per una cifra quattro volte superiore. Da Landini al delegato, dall'operaio all'operaia, ai cancelli dicono tutti la stessa cosa: «Questo non è un referendum ma un ultimatum. Non riconosciamo validità a un ultimatum ma non daremo alla Fiat l'alibi per scappare dall'Italia e metterci in mezzo alla strada». «Chi dice che la Fiom è spaccata in due non capisce o non vuol capire - aggiunge Pino - ma noi lo spiegheremo a tutti come stanno le cose. Dovevamo forse accettare di farci dividere dal padrone? Tutti noi pensiamo che il diritto di sciopero è sacro, e alla Fiom chiediamo di andare avanti con le cause e non firmare. Non è accettabile che sulle nostre spalle si scarichino responsabilità non nostre. Tra i delegati Fiom la scelta è stata all'unanimità, e i lavoratori stanno con noi».

    Qual è, chiedo a Landini, il significato politico della scelta alla Bertone? «Che non possiamo accettare i licenziamenti surrettizi, ma neanche una politica di falsi referendum in cui non c'è possibilità di scelta. La Fiom non cambia linea, né ce lo chiedono i delegati. Non ci stiamo a fare da alibi alla Fiat, non firmeremo e proseguiremo con i ricorsi alla magistratura in difesa del contratto, delle leggi, della Costituzione e dello Statuto». E voi, chiedo a due operai della Fiom che presidiano i cancelli mentre dentro si vota, cosa farete nell'urna? «Voterò sì perché ho fiducia nei miei delegati e nella Fiom, però dovrò bere molto per mandar giù il rospo», risponde uno dei due, l'altro acconsente. Qualcuno non ce la farà a votare sì, a fare la mossa del cavallo. È normale. Ma i sì vinceranno. Sì che invece non vanno giù a Vittorio Bellavita, segretario nazionale Fiom, che con Giorgio Cremaschi denuncia la scelta della Bertone. C'è anche qualche malumore più pesante, c'è chi parla, (straparla, secondo un delegato di questa fabbrica), di un «8 settembre» della Fiom. 
    Oggi si chiuderanno le urne, qualunque sia il risultato, Marchionne dovrebbe vergognarsi pensando a quell'operaio in prognosi riservata.

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