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venerdì 17 dicembre 2010

Marco Revelli: “Postpolitici e arrabbiati, figli di un sogno interrotto” da Liberazione

Chi sono gli studenti scesi in piazza l'altro giorno? E chi sono gli operai che hanno partecipato alla manifestazione delal Fiom del 16 ottobre? Operai e studenti, sembra la riedizione del biennio '68-'69, ma forse è solo un'analogia superficiale. L'impressione è che si stia affacciando sulla scena pubblica una nuova generazione, cresciuta in piena epoca berlusconiana, in regime di pensiero unico e che oggi sperimentano il fallimento del grande sogno del benessere e dell'individualismo trionfante. Ma con quale rappresentazione di sé? Quella che un tempo si chiamava "coscienza di classe" non è determinata solo dalle condizioni sociali o dal proprio ruolo nella produzione, è anche un prodotto della storia, delle culture e degli stili di vita. Ne parliamo con Marco Revelli, storico e sociologo, docente all'università del Piemonte Orientale.

Qual è la soggettività di questo movimento, nuovo, oltre che il primo sorto nell'epoca della crisi? 
Trovo insopportabile il modo in cui in questi giorni si è discusso del movimento degli studenti e delle varie forme di insorgenza che si stanno manifestando. E' un atteggiamento banalizzante, privo di curiosità e di interrogazione. Tutti pronti a scandalizzarsi per il minimo gesto di devianza come se ci muovessimo in un ambiente politico-istituzionale perfetto, corretto, eticamente inappuntabile Non ci sto a buttare la croce addosso agli studenti, a fare le pulci col microscopio. Ma cosa importa se gli studenti hanno letto tutti gli articoli della riforma Gelmini oppure no? Detto questo, trovo che questo sia un movimento post-politico. Non so neppure se sia un movimento. Sicuramente è un comportamento massificato per quel che riguarda gli studenti, ma non solo. Ci sono anche i migranti che salgono sulle gru o gli operai di Pomigliano che si ribellano ai ricatti. E' un pezzo di società che fa da sé, che ha staccato la spina, che ha capito che le dinamiche politico-istituzionali e la propria vita sono due mondi separati. E' un movimento che si misura con l'inedita durezza della vita contemporanea mentre tutto il resto della società si muove dentro la bolla della narrazione della società del benessere. Sono il prodotto della fine dello sviluppo e lo sanno. Questo li rende diversi da tutti i soggetti collettivi novecenteschi che stavano dentro il progetto dello sviluppo. Questi nuovi movimenti abitano il declino. I protagonisti di martedì erano in gran parte minorenni che non sono decodificabili con nessuna delle chiavi dell'analisi politica e sociale precedente. Sono i figli del benessere interrotto, la generazione futuro zero. Ma questo valeva anche per Genova, solo che allora, alle spalle, c'era l'accumulazione politica precedente. Questi hanno invece un linguaggio inedito, non hanno neppure Che Guevara sulle bandiere. Sono il prodotto della seconda Repubblica e della tabula rasa di tutte le culture politiche. Faccio un esempio. Qui a Torino il Politecnico è sempre stato una scuola di elite e un luogo d'ordine. Sfornava gli ingegneri che si formavano dentro l'orizzonte della grande impresa e ne assumevano i codici di funzionamento. Erano i custodi del sapere del grande capitalismo. Bene, oggi il Politecnico è il più radicalizzato. Ho sentito parlare ricercatori e ingegneri, sembrava di ascoltare gli operai di Mirafiori degli anni Ottanta. Forza lavoro utilizzata in un grande ciclo improvvisamente privata di diritti e orgoglio.

Una proletarizzazione dei lavoratori intellettuali...
Esattamente, una forza lavoro che si trova proiettata in un segmento periferico. I ragazzi che si laureano al Politecnico descrivono uno scenario di deprivazione di ruolo sociale, di status, di controllo sulla propria vita. E questi sono la elite. Davanti all'aula magna, l'altra mattina, c'era uno striscione con la scritta: "Ci avete tolto troppo, adesso rivogliamo tutto". C'è la tragica verità, sono stati davvero deprivati di tutto, gli abbiamo lasciato un mondo senza futuro. Ma è anche un'affermazione irrealistica, perché non esiste un luogo dove puoi riprenderti quello che ti hanno tolto. Le risorse sono evaporate nei grandi circuiti finanziari globali, sono delocalizzate. Insomma, esprimono una domanda sulla propria identità. Chi siamo?

Per costruire un blocco sociale bisogna anche conseguire qualche risultato. Come possono essere efficaci i movimenti nello scenario attuale di una democrazia oligarchica? 
E' un movimento post-politico, ma non pre-politica...

Il conflitto, oggi, ha una sua politicità per il fatto stesso di esistere, no?
Non dobbiamo pensare che il conflitto sia pre-politico per cui sarebbe compito di quelli che vedono più lontano offrire la prospettiva perché il conflitto possa elevarsi alla dimensione nobile della politica. La dimensione della politica di oggi è trasversalmente ignobile, con punte di degrado nella destra. E' una dimensione in cui rischi di perderti. Certo ci sono delle eccezioni, ma sono mosche bianche. Lo spettacolo che si è celebrato l'altro giorno alla Camera e al Senato non è il luogo che possa fare da sponda al movimento. E' il deserto dei tartari. L'efficacia di questo movimento non passa per la sua capacità di salire alla politica, ma consiste nel fatto stesso d'esistere. Oggi è già una cosa enorme che i movimenti esistano come corpi che riempiono le strade.

Cosa possiamo fare se non custodirli nella loro capacità d'esistere?
Se lo tocchi muore, è delicato, è fragile. E' stata fatta un'operazione di rappresentanza politica del movimento di Genova col risultato di frammentarlo in mille rivoli. Il loro esistere indifferenziato - i negriani direbbero come "moltitudine" - sarà pure un linguaggio disarticolato, se vogliamo, ma testimonia la propria irriducibilità al discorso ufficiale, alla narrazione dominante. Come evolverà? Non so dirlo. La crisi può generare esiti imprevedibili in una società che si è costruita sul mito dell'opulenza e del consumo. L'impoverimento può anche produrre rancore e odio.

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