domenica 13 febbraio 2011
venerdì 11 febbraio 2011
L'Italia, fabbrica cacciavite della Fiat - di Guido Viale
Nessuno si è chiesto che cosa sarebbe successo se a Mirafiori avessero vinto i no. Non è una domanda peregrina; in fin dei conti i sì hanno vinto per pochi voti. Se avessero vinto i no, Marchionne, i sindacati gialli (Cisl, Uil, Fismic e compagnia) e Sacconi (in rappresentanza di un governo che non esiste più) avrebbero subito uno smacco ancora maggiore; ma nei fatti non sarebbe successo niente di diverso da quello che accadrà.
Con la vittoria dei sì gli operai andranno in Cig per almeno un anno. Quando, e se, Mirafiori riaprirà, la situazione in Italia e nel mondo potrebbe essere molto cambiata. Nel frattempo verranno costituite, a Pomigliano, a Mirafiori, e poi in tutti gli altri stabilimenti Fiat, tante nuove società (all'inglese, NewCo) che assumeranno con contratti individuali e vincolanti gli operai che serviranno. Alla Zastava (l'impianto serbo della Fiat) ne stanno scartando tantissimi. A Mirafiori, con un'età media di 48 anni, un terzo di donne e un terzo con ridotte capacità lavorative, a essere scartati saranno forse ancora di più. Poi cominceranno ad arrivare motori, trasmissioni e pianali prodotti negli Usa per essere assemblati con altre componenti di varia provenienza, trasformati in suv e Jeep (che è l'«archetipo» di tutti i suv) e rimandati indietro: fino a che l'«esportazione» dagli Usa in Italia di quei motori e pianali non avrà raggiunto un miliardo e mezzo di dollari, come da accordi presi tra Marchionne e Obama. Poi si vedrà: di sicuro cesserà quell'avanti e indietro di pezzi tra Detroit e Torino che non ha senso; e per Mirafiori bisognerà trovare una nuova produzione e, forse, un nuovo «accordo». Ma non è detto che ci si arrivi: il prezzo del petrolio è tornato a salire; il Medio Oriente (il serbatoio delle auto di Oriente e Occidente) è in fiamme; quei suv, che due anni fa Marchionne aveva escluso di poter produrre in Europa, potrebbero non trovare acquirenti neanche negli Usa. Se invece il «colpo grosso» di Marchionne sulla Chrysler andrà in porto, la direzione del nuovo gruppo unificato emigrerà negli Usa. Gli operai che hanno votato sì non si sono affatto assicurati il futuro.
E se avessero vinto i no? Marchionne avrebbe dovuto comunque «esportare» in Italia (e dove, se no?) motori e pianali per poi reimportarli montati; perché esportare dagli Usa vetture finite per un miliardo e mezzo di dollari gli è assai più difficile. E nemmeno avrebbe potuto montarli in uno stabilimento del Canada (come aveva minacciato), o del Messico (dove monta la 500); perché sono entrambi paesi del Nafta e le esportazioni verso quell'area non contano ai fini dell'obiettivo imposto da Obama.
L'investimento, poi, sarà lo stretto necessario (il cosiddetto «accordo» di Mirafiori non include nessun impegno su questo punto e Marchionne ha detto e ripetuto che tutto dipenderà da come andrà il mercato). Ma con due stabilimenti e 10.000 e più addetti in Cig per un anno, per Fiat la perdita di ulteriori quote di mercato in Europa è certa; e sarà sempre più improbabile arrivare a esportare dall'Italia un milione di vetture nel 2014, come previsto dal piano Fabbrica Italia, anche includendo i 250mila suv assemblati a Mirafiori e trasferiti a Detroit, che sono un po' un gioco delle tre carte. Lasciamo poi perdere gli altri 18 e rotti miliardi di investimenti previsti dal piano...
Ma che cosa sarà la Fiat nel 2014? Una serie di marchi governati da Detroit e tante società (NewCo) distinte quanti sono gli stabilimenti (o anche più: a Mirafiori ce ne sono già diversi); ciascuna delle quali avrà produzioni indipendenti. La Zastava produrrà auto Fiat, ma Mirafiori produrrà auto Chrysler e Alfa (se questo marchio non verrà venduto), mentre Fiat Poland lavorerà sia per Fiat che per Ford. Così, se «il mercato» lo richiederà, anche gli stabilimenti italiani ex Fiat potranno lavorare in tutto o in parte per la concorrenza. Insomma, quello che gli «accordi» di Pomigliano e di Mirafiori stabiliscono è che Fiat-Chrysler sarà una cosa e le NewCo, con gli operai legati al «loro» stabilimento da un contratto individuale, sono un'altra; e che ciascuna andrà per la sua strada: potrà essere chiusa, o venduta, o data in affitto, o lavorare «in conto terzi», senza che ciò abbia alcuna ripercussione sugli altri stabilimenti e sugli altri lavoratori dell'ex Fiat Group. Se gli operai delle imprese globali devono trasformarsi in truppe al comando dei rispettivi manager per fare la guerra agli operai di altre imprese e di altri manager globali, come dice Marchionne, questa guerra, in cui i lavoratori perderanno sempre e non vinceranno mai, non si svolgerà solo tra grandi competitor globali, ma anche tra le varie NewCo in cui si risolverà lo «spezzatino» della Fiat.
Sapevano queste cose gli operai di Mirafiori quando hanno votato? No. Qualcuno aveva cercato di spiegargliele? No (solo la Fiom, benemerita, aveva distribuito agli operai il testo del contratto che i sindacati gialli avevano firmato senza nemmeno convocarli in assemblea). Avrebbero votato allo stesso modo se fossero stati adeguatamente informati? Forse no: tutti quelli del sì pensavano e dicevano che almeno così avrebbero salvato il loro futuro. Eppure 150 economisti hanno sottoscritto un documento di dura critica dell'accordo e di sostegno alla Fiom. Se si fossero adoperati per mettere per tempo al corrente lavoratori e opinione pubblica di quel che bolliva in pentola, invece di lasciare campo libero a chi spiegava - e continua a ripetere - urbi et orbi che quell'accordo garantisce un futuro sicuro sia agli operai che al Gruppo, forse il referendum avrebbe avuto un esito diverso. Non è una recriminazione ma una proposta di lavorare in comune - a più stretto contatto con il mondo reale - rivolta a tutti gli interessati.
C'è un'alternativa a tutto questo? Sì; quella di abbandonare gradualmente le produzioni dove la competizione non è che una corsa a perdere - e l'industria dell'auto è oggi il settore dove questi effetti sono più vistosi e più gravidi di conseguenze - per imboccare una strada dove il rapporto con il mercato sia più diretto, concordato, meno aleatorio e meno esposto all'alternativa mors tua vita mea. La mobilità sostenibile, solo per fare un esempio (ma ce ne sono altri mille, e l'efficienza energetica o le fonti rinnovabili sono tra questi) non vuol dire solo produrre meno auto - e auto meno energivore, meno inquinanti, meno effimere, meno veloci, meno costose, da usare soprattutto in forme condivise - e più treni, più tram, più bus grandi e piccoli; vuol dire gestire in forme coordinate la domanda di spostamenti di merci e persone avvalendosi di tutte le opportunità offerte dalle tecnologie telematiche; e impiegando in servizi essenziali molto più personale di quanto ne richiedono i robot di una fabbrica semiautomatizzata. Ma è una scelta che non può ricadere solo sulle spalle degli operai di una fabbrica dal futuro incerto; e nemmeno su quelle di un sindacato; e meno che mai su quelle di un management che vede nella competizione senza limiti l'unica ragion d'essere del proprio ruolo e dei propri spropositati guadagni. È una scelta che deve fare capo - come ha detto Marco Revelli al seminario Fiom-Micromega di Torino - a un'intera comunità: e innanzitutto a quelle il cui destino dipende da quello dei lavoratori - giovani, anziani, occupati, disoccupati o precari - a cui accordi come quello di Mirafiori rubano il futuro. E «comunità», qui, non è una parola astratta: vuol dire amministrazioni locali, Comuni, Province, Università, Asl, ricerca, istituzioni culturali, associazioni, comitati, parrocchie, media, programmi elettorali: ciascuno deve chiedersi che cosa può fare per capirne di più, per informare se stesso e gli altri, per contribuire, con la propria esperienza diretta, il proprio bagaglio culturale, la propria professionalità, la propria etica, a un progetto condiviso. E' un compito comune perché per tutti - o quasi - il baratro è alle porte.
LO SMACCO DEL LINGOTTO di Luciano Gallino
L’Amministratore delegato Sergio Marchionne ha annunciato che il gruppo Fiat-Chrysler, una volta che fosse interamente unificato, potrebbe stabilire la propria sede legale negli Stati Uniti. Sarebbe un fatto senza precedenti. Non si ricorda infatti un altro grande costruttore, di quelli che hanno fatto la storia dell'automobile, che abbia de-localizzato non solo il proprio braccio produttivo, ma anche la propria testa, gli enti che decidono e guidano tutto il resto di un grande gruppo nel mondo. Toyota e Volkswagen, Citroen e Renault, General Motors e Ford producono milioni di auto in paesi terzi, ma il quartiere generale, il cuore della ricerca e sviluppo, il controllo gestionale e finanziario restano ben saldi nel paese d'origine.
Sarebbe un grave smacco per Torino, per il Piemonte e per tutto il Paese se Fiat cambiasse nazionalità. L'Italia resterebbe con una sola grande industria manifatturiera, la Finmeccanica, che per il 40 per cento produce armamenti, non esattamente il tipo di produzione di cui un paese possa andare fiero, anche se permette di realizzare buoni utili.
Questo in un momento in cui l'industria automobilistica è dinanzi a sfide, tipo la mobilità sostenibile, che potrebbero cambiare profondamente la sua struttura produttiva ed i rapporti con altri settori che cominciano seriamente a occuparsi di uno dei maggiori temi da affrontare per evitare il suicidio delle città causa collasso del traffico.
Inutile illudersi in merito a ciò che resterebbe a Torino, nel caso che la testa di Fiat Auto se ne vada a Auburn Hills o a Detroit. Il Centro Ricerche Fiat, da cui sono uscite alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi anni, in specie, nel campo dei motori, sarebbe prima o poi destinato a seguirla, insieme con i designer, i tecnici che progettano i sistemi base di un'auto, gli esperti di autoelettronica. Quanto ai fornitori di componenti, potranno sperare di trovare nuovi clienti tra i grandi gruppi europei ed extraeuropei che continueranno a costruire milioni di auto in ambito Unione europea gestendo con mano sicura la produzione dalle loro sedi nazionali.
È un esercizio sgradevole a farsi, ma dinanzi a un evento che potrebbe segnare definitivamente la discesa dell'Italia tra le potenze industriali di serie C, bisogna pure chiedersi chi sono e dove stanno i responsabili della eventuale migrazione di Fiat Auto negli Stati Uniti. Non è nemmeno un'impresa facile, perché se uno immagina di metterli materialmente fianco a fianco per affrontare tutti insieme una approfondita discussione sul caso Fiat, non basterebbe ormai un palasport. Forse per deferenza nei confronti delle grandi figure del passato, come Giovanni e Gianni Agnelli, finora se n'è parlato poco, ma sembra evidente che la fuga della Fiat dall'Italia debba non poco alla famiglia proprietaria. Che all'auto deve tutto, ma che da una decina d'anni mostra chiaramente di considerare la produzione di auto come una palla al piede. Altrimenti non si spiegherebbero i modesti investimenti in ricerca e sviluppo che sono calcolati per addetto, la metà di quelli della Volkswagen; il mancato rinnovo di stabilimenti che sono ormai i più vecchi d'Europa, e il lasciare passare di mano il maggiore designer del continente, Giugiaro, senza alzare letteralmente un dito.
Accanto alla famiglia, sugli spalti del palasport dei responsabili della fuga Fiat dovrebbero esserci gli innumerevoli politici, sindacalisti, sindaci, economisti, commentatori tv che hanno salutato i piani del genere «prendere o lasciare» di Marchionne come folgoranti salti nella modernità delle relazioni industriali. Mentre si rivelano ora un goffo tentativo per recuperare sul fronte strettissimo delle condizioni di lavoro quello che si è perso sulla strada maestra dei nuovi modelli, del rinnovo radicale degli impianti, della ricerca e sviluppo. Ad onta della suddetta folla, un pò di spazio sugli spalti dei responsabili della fuga Fiat si dovrebbe ancora trovare per gli esponenti del governo che nel corso degli anni, non solo negli ultimi mesi hanno dato prova di una inettitudine totale nel concepire e attuare una politica industriale che coinvolga l'auto ma non si limiti ad essa. Come hanno saputo fare sia i maggiori paesi Ue, sia perfino alcuni dei più piccoli.
Se la Fiat diventa americana, ossia se è destinata a operare come il distributore di auto Chrysler in Italia, il problema da affrontare subito è il destino di Mirafiori e delle migliaia di posti di lavoro che vi ruotano attorno.
Certo, è sempre meglio montare delle jeep i cui pezzi principali (la piattaforma e il motore) sono costruiti in America che restare disoccupati. Ma Torino e l'Italia meritano sicuramente di meglio. Farebbe bene sperare, o quantomeno ridurrebbe il tasso collettivo di pessimismo attorno al destino dei lavoratori Fiat, se nel palasport dei responsabili della migrazione all'estero di questa grande azienda qualcuno provasse ancora a fare un tentativo per uscire da questo vicolo cieco prima di dover sottoscrivere la resa definitiva.
Sarebbe un grave smacco per Torino, per il Piemonte e per tutto il Paese se Fiat cambiasse nazionalità. L'Italia resterebbe con una sola grande industria manifatturiera, la Finmeccanica, che per il 40 per cento produce armamenti, non esattamente il tipo di produzione di cui un paese possa andare fiero, anche se permette di realizzare buoni utili.
Questo in un momento in cui l'industria automobilistica è dinanzi a sfide, tipo la mobilità sostenibile, che potrebbero cambiare profondamente la sua struttura produttiva ed i rapporti con altri settori che cominciano seriamente a occuparsi di uno dei maggiori temi da affrontare per evitare il suicidio delle città causa collasso del traffico.
Inutile illudersi in merito a ciò che resterebbe a Torino, nel caso che la testa di Fiat Auto se ne vada a Auburn Hills o a Detroit. Il Centro Ricerche Fiat, da cui sono uscite alcune delle più importanti innovazioni degli ultimi anni, in specie, nel campo dei motori, sarebbe prima o poi destinato a seguirla, insieme con i designer, i tecnici che progettano i sistemi base di un'auto, gli esperti di autoelettronica. Quanto ai fornitori di componenti, potranno sperare di trovare nuovi clienti tra i grandi gruppi europei ed extraeuropei che continueranno a costruire milioni di auto in ambito Unione europea gestendo con mano sicura la produzione dalle loro sedi nazionali.
È un esercizio sgradevole a farsi, ma dinanzi a un evento che potrebbe segnare definitivamente la discesa dell'Italia tra le potenze industriali di serie C, bisogna pure chiedersi chi sono e dove stanno i responsabili della eventuale migrazione di Fiat Auto negli Stati Uniti. Non è nemmeno un'impresa facile, perché se uno immagina di metterli materialmente fianco a fianco per affrontare tutti insieme una approfondita discussione sul caso Fiat, non basterebbe ormai un palasport. Forse per deferenza nei confronti delle grandi figure del passato, come Giovanni e Gianni Agnelli, finora se n'è parlato poco, ma sembra evidente che la fuga della Fiat dall'Italia debba non poco alla famiglia proprietaria. Che all'auto deve tutto, ma che da una decina d'anni mostra chiaramente di considerare la produzione di auto come una palla al piede. Altrimenti non si spiegherebbero i modesti investimenti in ricerca e sviluppo che sono calcolati per addetto, la metà di quelli della Volkswagen; il mancato rinnovo di stabilimenti che sono ormai i più vecchi d'Europa, e il lasciare passare di mano il maggiore designer del continente, Giugiaro, senza alzare letteralmente un dito.
Accanto alla famiglia, sugli spalti del palasport dei responsabili della fuga Fiat dovrebbero esserci gli innumerevoli politici, sindacalisti, sindaci, economisti, commentatori tv che hanno salutato i piani del genere «prendere o lasciare» di Marchionne come folgoranti salti nella modernità delle relazioni industriali. Mentre si rivelano ora un goffo tentativo per recuperare sul fronte strettissimo delle condizioni di lavoro quello che si è perso sulla strada maestra dei nuovi modelli, del rinnovo radicale degli impianti, della ricerca e sviluppo. Ad onta della suddetta folla, un pò di spazio sugli spalti dei responsabili della fuga Fiat si dovrebbe ancora trovare per gli esponenti del governo che nel corso degli anni, non solo negli ultimi mesi hanno dato prova di una inettitudine totale nel concepire e attuare una politica industriale che coinvolga l'auto ma non si limiti ad essa. Come hanno saputo fare sia i maggiori paesi Ue, sia perfino alcuni dei più piccoli.
Se la Fiat diventa americana, ossia se è destinata a operare come il distributore di auto Chrysler in Italia, il problema da affrontare subito è il destino di Mirafiori e delle migliaia di posti di lavoro che vi ruotano attorno.
Certo, è sempre meglio montare delle jeep i cui pezzi principali (la piattaforma e il motore) sono costruiti in America che restare disoccupati. Ma Torino e l'Italia meritano sicuramente di meglio. Farebbe bene sperare, o quantomeno ridurrebbe il tasso collettivo di pessimismo attorno al destino dei lavoratori Fiat, se nel palasport dei responsabili della migrazione all'estero di questa grande azienda qualcuno provasse ancora a fare un tentativo per uscire da questo vicolo cieco prima di dover sottoscrivere la resa definitiva.
giovedì 10 febbraio 2011
Sul trasferimento negli Usa si contraddice. Le tute blu europee: basta attacchi ai diritti
Sergio Marchionne definisce «reazioni esagerate» le preoccupazioni italiane sulle sue parole americane, con cui annunciava l'intenzione di trasferire negli Usa la testa del Lingotto. Nulla è deciso, ha detto l'amministratore delegato Fiat all'agenzia Bloomberg, se ne riparlerà nel 2014. Morale: guai a prendere sul serio Marchionne. Solo su un punto l'uomo dei miracoli non ha tentennamenti: la Fiom deve essere eliminata in tutti gli stabilimenti. A tal punto che ieri alla Sevel (vedi l'articolo in questa pagina), di fronte a un accordo sull'aumento della produzione con la garanzia di nuove assunzioni, che tutti i sindacati si apprestavano a firmare, all'ultimo minuto la Fiat ha rovesciato il tavolo introducendo la classica richiesta ideologica inaccettabile: cancellazione del diritto di sciopero. Risultato, l'accordo è stato firmato solo dal Fismic, il sindacato più giallo di tutti. Anche a Mirafiori, nell'incontro per definire la cassa integrazione straordinaria, la Fiat ha messo la Fiom in condizione di non firmare l'accordo rifiutandosi persino di discuterne l'applicazione. Marchionne non fa paura solo alla Fiom ma anche alla Fem (Federazione europea dei metalmeccanici). Ieri a Bruxelles si è riunito il coordinamento sindacale europeo Fiat che ha denunciato il cattivo rapporto con la multinazionale. Non c'è un confronto - né un'informazione - sul piano industriale - mentre l'azienda punta sul conflitto tra i lavoratori e gli stabilimenti dislocati nei vari paesi europei, in una competizione finalizzata a ridurre i diritti individuali e collettivi di tutti. Per questo il coordinamento sindacale chiede l'avvio di «un chiaro, aperto e positivo dialogo sopciale europeo», «uno stop all'attacco alle condizioni di lavoro e ai fondamentali diritti sindacali» e «il rispetto per gli accordi e le regole a livello nazionale e europeo». Negli Usa Marchionne sfodera tutto il suo ottimismo. All'emittente Cnbc ha giurato: «Abbiamo le basi per un grande futuro Chrysler», e a questo scopo ha investo 8,5 milioni di dollari per una pubblicità, andata in onda per il Super Bowl, che «rappresenta i valori di Chrysler e di questo paese». In Italia invece deve vedersela con le vittime delle sue crociate antioperaie. Per esempio con i «residui» 170 dipendenti dell'Alfa di Arese che non ci stanno a farsi deportare in massa a Torino. A meno di non accettare ricche buonuscite per togliersi dai piedi.
Sergio Marchionne definisce «reazioni esagerate» le preoccupazioni italiane sulle sue parole americane, con cui annunciava l'intenzione di trasferire negli Usa la testa del Lingotto. Nulla è deciso, ha detto l'amministratore delegato Fiat all'agenzia Bloomberg, se ne riparlerà nel 2014. Morale: guai a prendere sul serio Marchionne. Solo su un punto l'uomo dei miracoli non ha tentennamenti: la Fiom deve essere eliminata in tutti gli stabilimenti. A tal punto che ieri alla Sevel (vedi l'articolo in questa pagina), di fronte a un accordo sull'aumento della produzione con la garanzia di nuove assunzioni, che tutti i sindacati si apprestavano a firmare, all'ultimo minuto la Fiat ha rovesciato il tavolo introducendo la classica richiesta ideologica inaccettabile: cancellazione del diritto di sciopero. Risultato, l'accordo è stato firmato solo dal Fismic, il sindacato più giallo di tutti. Anche a Mirafiori, nell'incontro per definire la cassa integrazione straordinaria, la Fiat ha messo la Fiom in condizione di non firmare l'accordo rifiutandosi persino di discuterne l'applicazione. Marchionne non fa paura solo alla Fiom ma anche alla Fem (Federazione europea dei metalmeccanici). Ieri a Bruxelles si è riunito il coordinamento sindacale europeo Fiat che ha denunciato il cattivo rapporto con la multinazionale. Non c'è un confronto - né un'informazione - sul piano industriale - mentre l'azienda punta sul conflitto tra i lavoratori e gli stabilimenti dislocati nei vari paesi europei, in una competizione finalizzata a ridurre i diritti individuali e collettivi di tutti. Per questo il coordinamento sindacale chiede l'avvio di «un chiaro, aperto e positivo dialogo sopciale europeo», «uno stop all'attacco alle condizioni di lavoro e ai fondamentali diritti sindacali» e «il rispetto per gli accordi e le regole a livello nazionale e europeo». Negli Usa Marchionne sfodera tutto il suo ottimismo. All'emittente Cnbc ha giurato: «Abbiamo le basi per un grande futuro Chrysler», e a questo scopo ha investo 8,5 milioni di dollari per una pubblicità, andata in onda per il Super Bowl, che «rappresenta i valori di Chrysler e di questo paese». In Italia invece deve vedersela con le vittime delle sue crociate antioperaie. Per esempio con i «residui» 170 dipendenti dell'Alfa di Arese che non ci stanno a farsi deportare in massa a Torino. A meno di non accettare ricche buonuscite per togliersi dai piedi.
Fonte: il Manifesto | 10 febbraio 2011
mercoledì 9 febbraio 2011
COMUNICATO STAMPA | |
Fiat. Landini (Fiom): “Anche dall'Europa forti preoccupazioni per il 'modello Fiat'” Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione. “Anche il Coordinamento sindacale europeo della Fiat ha espresso preoccupazione che il “modello Marchionne” faccia da apripista per l'abbassamento dei diritti e il peggioramento delle condizioni di lavoro in tutta l'Ue.” “Condividiamo il giudizio del Coordinamento europeo Fiat sul fatto che, in un periodo di profonda crisi e riorganizzazione del settore auto a livello globale, sia prioritario assicurare il lavoro con buone condizioni e garantire la prospettiva a tutti gli stabilimenti del Gruppo. Si giudica inoltre inaccettabile il tentativo di mettere in competizione i singoli siti, poiché tutto ciò porta 'ad un'erosione degli standard sociali in tutti i Paesi'.” “Inoltre si sottolinea, come da noi denunciato da Pomigliano in poi, l'assenza da parte dell'Azienda di una vera trattativa.” “Non possiamo che condividere le richieste del Coordinamento: 'Un chiaro aperto e positivo dialogo sociale europeo; lo stop all’attacco alle condizioni di lavoro e ai fondamentali diritti sindacali; il rispetto per gli accordi e le regole a livello nazionale ed europeo'.” “L'accordo separato sul monte ore di ieri per tutto il settore auto e motori, con l'inserimento delle clausole di limitazione del diritto di sciopero presenti negli accordi di Pomigliano e Mirafiori confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l'idea della Fiat del confronto sindacale: imporre le sue condizioni con l'assenza totale di una vera mediazione tra le parti.” “Anche il sindacato europeo esprime preoccupazione per il modello di relazioni industriali portato avanti da Fiat che cancella i contratti e le leggi. Solo da noi non si capisce, o si fa finta di non capire, la portata senza precedenti dell'attacco ai diritti in atto e il serio rischio, come da tempo la Fiom denuncia, che tutta questa operazione sia finalizzata a spostare a Detroit la testa del Gruppo, riducendo gli stabilimenti italiani a siti produttivi minori che puntino a competere solo sull'abbassamento dei diritti e il peggioramento delle condizioni di lavoro. “La Fiom ribadisce la necessità di riaprire una vera trattativa per tutto il Gruppo Fiat. Per questo continuerà la sua battaglia.” Fiom-Cgil/Ufficio Stampa Roma, 9 febbraio 2011 | |
venerdì 4 febbraio 2011
Di seguito la risposta al seguente comunicato affisso nei reparti della CNH il 2 febbraio 2011 al ritorno al lavoro dopo altri 2 giorni di cassa integrazione:
operai liberi
Con questo breve comunicato intendiamo segnalare che quanto è accaduto la mattina del 28/1/11 davanti ai cancelli della nostra fabbrica ha davvero del clamoroso!!
Siamo un sostenuto gruppo di lavoratori, non intimiditi da una certa sigla sindacale, che come tutte le mattine si sono recati presso lo stabilimento CNH di Jesi per poter esprimere la propria intenzione lavorativa, diversa da quella dei propri colleghi scioperanti che, nella fattispecie, stazionavano davanti ai cancelli e tra i quali peraltro, non abbiamo riconosciuto molte facce note.
Quest'ultimi che avevano organizzato una notte bianca che in realtà aveva le caratteristiche di un vero e proprio presidio (picchettaggio), hanno tentato, con decisione, di impedirci l'ingresso nello stabilimento che comunque abbiamo conquistato, a fatica, e dopo piccole colluttazioni.
Un atteggiamento che intendiamo stigmattizare e segnalare perchè asolutamente antidemocratico e per nulla rispettoso dei diritti dei lavoratori che non volevano aderire allo sciopero.
A tal proposito precisiamo, anche, che durante tutta la settimana ci sono state, all'interno dello stabilimento, parecchie intimidazioni verso gruppi di lavoratori che avrebbero voluto recarsi al lavoro, ma che a fronte di questi atteggiamenti minacciosi, hanno preferito restare a casa per evitare ripercussioni sia personali che verso le proprie auto.
operai liberi
Con questo breve comunicato intendiamo segnalare che quanto è accaduto la mattina del 28/1/11 davanti ai cancelli della nostra fabbrica ha davvero del clamoroso!!
Siamo un sostenuto gruppo di lavoratori, non intimiditi da una certa sigla sindacale, che come tutte le mattine si sono recati presso lo stabilimento CNH di Jesi per poter esprimere la propria intenzione lavorativa, diversa da quella dei propri colleghi scioperanti che, nella fattispecie, stazionavano davanti ai cancelli e tra i quali peraltro, non abbiamo riconosciuto molte facce note.
Quest'ultimi che avevano organizzato una notte bianca che in realtà aveva le caratteristiche di un vero e proprio presidio (picchettaggio), hanno tentato, con decisione, di impedirci l'ingresso nello stabilimento che comunque abbiamo conquistato, a fatica, e dopo piccole colluttazioni.
Un atteggiamento che intendiamo stigmattizare e segnalare perchè asolutamente antidemocratico e per nulla rispettoso dei diritti dei lavoratori che non volevano aderire allo sciopero.
A tal proposito precisiamo, anche, che durante tutta la settimana ci sono state, all'interno dello stabilimento, parecchie intimidazioni verso gruppi di lavoratori che avrebbero voluto recarsi al lavoro, ma che a fronte di questi atteggiamenti minacciosi, hanno preferito restare a casa per evitare ripercussioni sia personali che verso le proprie auto.
COMUNICATO DI RISPOSTA SULLO SCIOPERO DEL 28 GENNAIO 2011
Voi che vi definite "operai liberi" siete solo schiavi e servi di un "padrone" al quale avete venduto l'anima oltre che i diritti e la dignità, quella stessa dignità di cui Noi invece andiamo fieri.
E' la grande forza dell'indignazione, che voi certamente non conoscete, che ci ha fatto alzare quella mattina del 28 gennaio alle 2 di notte, nonostante alcuni di noi avevano smesso di lavorare alle 21 della sera prima ed altri si erano alzati alle 4 per tutta la settimana, la nostra capacità di indignarci di fronte al ricatto disumano del "vostro" padrone, alla sua arroganza e alla sua superbia.
"Il guaio è che quando si perde la capacità d’indignarsi si perde fatalmente anche quella di meravigliarsi. Si perde la capacità non solo di giudicare, ma anche di vedere, di accorgersi di quello che succede".
Non vi rendete conto che ci stanno togliendo i nostri diritti fondamentali per poter vivere una vita dignitosa, forse perchè pensate che a voi vi salvino, che non vi tocchino quel "posticello buono" che a forza di vendervi vi siete guadagnati, ma ricordatevi che quando il "padrone" se ne andrà non guarderà in faccia a nessuno e noi un altro posto dove spaccarci la schiena come la linea di montaggio forse lo troveremo ma per voi sarà difficile trovarne un altro simile a quello attuale e per i cosiddetti "colletti bianchi" , che tanto ci tenevano ad entrare quella mattina, sarà ancora più difficile, quei colletti bianchi che si muovono soltanto quando c'è da difendere il padrone e che come i parassiti vivono sulle nostre spalle che abbiamo sempre lottato anche per loro per conquistare i diritti e i contratti (anche economici...).
Non vi accorgete che il vostro "super manager" vi sta prendendo in giro, prima afferma che il costo del vostro lavoro incide soltanto per il 7% poi incredibilmente questo costo diventa fondamentale per le sorti dell'azienda, lui intanto percepisce un compenso che è circa 400 volte superiore al vostro sul quale paga soltanto il 12% di tasse mentre voi sul misero stipendio ne pagate il doppio.
"Per indignarsi occorre sapere – considerare la dismisura e l’ingiustizia, guardarsi attorno e fare comparazioni, stabilire relazioni, nessi e cause; per converso, anche l’impulso conoscitivo richiede forse una certa dose di indignazione, quasi una scossa o un impulso ad uscir-da-sé".
Noi ci stiamo provando ad uscir-da-noi per unirci a tutti quelli che la pensano come noi, forse è per questo che "non avete riconosciuto facce note" davanti ai cancelli, perchè voi siete soli ed alienati e non riuscite a capire il sentimento della solidarietà e dell'unità che ha fatto si che quella mattina fossero presenti altre realtà (studenti, associazioni, precari ed altri lavoratori) che come noi hanno ancora la capacità di indignarsi e di far valere i propri diritti, che spontaneamente si sono messi a picchettare e, senza usare violenza o atteggiamenti minacciosi (nessuna auto dei crumiri è stata toccata) ma solo con la forza delle parole - della musica - dell'odore delle bistecche e salsicce - del sapore del vin brulè, a convincervi che state dalla parte sbagliata perchè i veri "operai liberi" siamo noi: liberi di scioperare - di picchettare - di manifestare - di divertirci - di indignarci - di reagire - di unirci.
E' la grande forza dell'indignazione, che voi certamente non conoscete, che ci ha fatto alzare quella mattina del 28 gennaio alle 2 di notte, nonostante alcuni di noi avevano smesso di lavorare alle 21 della sera prima ed altri si erano alzati alle 4 per tutta la settimana, la nostra capacità di indignarci di fronte al ricatto disumano del "vostro" padrone, alla sua arroganza e alla sua superbia.
"Il guaio è che quando si perde la capacità d’indignarsi si perde fatalmente anche quella di meravigliarsi. Si perde la capacità non solo di giudicare, ma anche di vedere, di accorgersi di quello che succede".
Non vi rendete conto che ci stanno togliendo i nostri diritti fondamentali per poter vivere una vita dignitosa, forse perchè pensate che a voi vi salvino, che non vi tocchino quel "posticello buono" che a forza di vendervi vi siete guadagnati, ma ricordatevi che quando il "padrone" se ne andrà non guarderà in faccia a nessuno e noi un altro posto dove spaccarci la schiena come la linea di montaggio forse lo troveremo ma per voi sarà difficile trovarne un altro simile a quello attuale e per i cosiddetti "colletti bianchi" , che tanto ci tenevano ad entrare quella mattina, sarà ancora più difficile, quei colletti bianchi che si muovono soltanto quando c'è da difendere il padrone e che come i parassiti vivono sulle nostre spalle che abbiamo sempre lottato anche per loro per conquistare i diritti e i contratti (anche economici...).
Non vi accorgete che il vostro "super manager" vi sta prendendo in giro, prima afferma che il costo del vostro lavoro incide soltanto per il 7% poi incredibilmente questo costo diventa fondamentale per le sorti dell'azienda, lui intanto percepisce un compenso che è circa 400 volte superiore al vostro sul quale paga soltanto il 12% di tasse mentre voi sul misero stipendio ne pagate il doppio.
"Per indignarsi occorre sapere – considerare la dismisura e l’ingiustizia, guardarsi attorno e fare comparazioni, stabilire relazioni, nessi e cause; per converso, anche l’impulso conoscitivo richiede forse una certa dose di indignazione, quasi una scossa o un impulso ad uscir-da-sé".
Noi ci stiamo provando ad uscir-da-noi per unirci a tutti quelli che la pensano come noi, forse è per questo che "non avete riconosciuto facce note" davanti ai cancelli, perchè voi siete soli ed alienati e non riuscite a capire il sentimento della solidarietà e dell'unità che ha fatto si che quella mattina fossero presenti altre realtà (studenti, associazioni, precari ed altri lavoratori) che come noi hanno ancora la capacità di indignarsi e di far valere i propri diritti, che spontaneamente si sono messi a picchettare e, senza usare violenza o atteggiamenti minacciosi (nessuna auto dei crumiri è stata toccata) ma solo con la forza delle parole - della musica - dell'odore delle bistecche e salsicce - del sapore del vin brulè, a convincervi che state dalla parte sbagliata perchè i veri "operai liberi" siamo noi: liberi di scioperare - di picchettare - di manifestare - di divertirci - di indignarci - di reagire - di unirci.
UN OPERAIO LIBERO E INDIGNATO.
mercoledì 2 febbraio 2011
Diritti in cambio di cassa integrazione
Fonte: Loris Campetti - il manifesto | 02 Febbraio 2011
La Fiat ha spiegato da tutti i media, con il sostegno del governo amico, dei suoi soci imprenditori e di larga parte dell'opposizione, che serve più flessibilità, obbedienza e abbattimento dei costi del lavoro per recuperare competitività e sfondare sui mercati. Così la produzione di automobili in Italia sarebbe passata da 5-600 mila vetture a 1,5 milioni. Invece le cose non vanno secondo le promesse da mercante di Marchionne, e in cambio della rinuncia allo sciopero, alla salute, alle pause, all'elezione dei rappresentanti, le tute blu ricevono solo cassa integrazione, per chissà quanto tempo ancora.
Era scritto che sarebbe andata così ed è scritto che all'orizzonte non c'è alcuna inversione di tendenza. Al contrario, l'andamento del mercato dell'auto e l'ennesimo tonfo dei marchi Fiat, tutti tranne l'Alfa Romeo, del 27% a gennaio in Italia, con un'ulteriore riduzione della quota del Lingotto al 29%, disegna un futuro peggiore del presente. Altro che 1,5 milioni di vetture prodotte in Italia, si riaffaccia lo spettro della chiusura, non solo di Termini Imerese, ma di un secondo stabilimento.
È ovvio che gli unici a non aver colpa di questo crack sono i lavoratori della Fiat, tanto quelli che hanno votato sì quanto quelli che non si sono piegati al ricatto. Senza nuovi modelli è naturale che la Fiat vada a rotoli, e senza investimenti adeguati nella ricerca, nell'innovazione, in nuovi propulsori ecocompatibili, non ci sarà futuro per la multinazionale italiana delle quattro ruote. L'unico risultato del bombardamento di Marchionne contro i lavoratori e contro la Fiom è di natura puramente ideologica: aver diviso il suo stesso «esercito», quei «soldati» che vorrebbe trasformare in rematori obbedienti e senza diritti di una nave da guerra senza munizioni e senza armi (le automobili vendibili).
A Marchionne sta a cuore la Chrysler, non la Fiat. I suv che dice di voler fare a Mirafiori servirebbero solo a esportare in Italia gli annessi motori costruiti Oltreoceano, per rispettare gli accordi stipulati con Obama e scalare un altro pezzetto di Chrysler a danno del sindacato americano. I gargarismi sulla globalizzazione che impone a tutti la stessa legge sono l'ennesimo imbroglio di Marchionne, di chi al governo gli spiana la strada, di chi ha lasciato soli gli operai della Fiat.
martedì 1 febbraio 2011
Lavoro, diritti e cittadinanza. Dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino, da Micromega
Dopo anni nei quali il ‘lavoro’ è stato completamente rimosso dal dibattito pubblico e dall’attenzione del mondo politico, la manifestazione della Fiom dello scorso 16 ottobre ha nuovamente acceso i riflettori su di esso. I metalmeccanici della Cgil hanno saputo radunare attorno alla propria iniziativa una galassia vastissima di forze: come dare continuità a questa lotta? Cosa chiede il mondo del lavoro a un eventuale futuro governo di centro-sinistra?
dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino, a cura di Emilio Carnevali, da MicroMega 8/2010
MicroMega: Quella dello scorso 16 ottobre è stata una straordinaria manifestazione di popolo. Ciò che più ha colpito gli osservatori – oltre naturalmente ai «numeri» davvero impressionanti della partecipazione – è stata la capacità della Fiom di aggregare attorno alla propria iniziativa uno spettro di forze vastissimo, non solo soggettività legate alla condizione operaia: studenti, lavoratori della conoscenza, movimenti per l’acqua pubblica, associazioni di cittadini impegnati sui temi della legalità, popolo viola eccetera.
Qual è secondo voi la ragione di questo grande successo, di questa capacità della Fiom di parlare a tanta gente che con la questione di Pomigliano non ha direttamente a che fare?
Maurizio Landini: Io credo che la capacità del 16 di ottobre di unire tante persone, tanti soggetti diversi, nasca dall’aver proposto una «strada diversa» per uscire da questa crisi. Partendo dalla vicenda di Pomigliano noi abbiamo cercato di denunciare le disuguaglianze sociali di questo paese – nel mondo del lavoro e non solo – indicando al contempo la possibilità di perseguire un diverso modello sociale di sviluppo. È questo che ci ha permesso ad esempio di parlare con gli studenti, con i movimenti per l’acqua pubblica, con le associazioni che si battono per la tutela del territorio, per un modello produttivo sostenibile tanto da un punto di vista sociale quanto da un punto di vista ambientale.
L’idea di fare la manifestazione il 16 ottobre nasce il 1° luglio a Pomigliano: per noi è partito tutto da lì. Ma non abbiamo mai considerato Pomigliano un caso a sé: fin dall’inizio abbiamo capito che lì si giocava una partita più generale. Ciò che veniva messo in discussione era il diritto stesso delle persone di poter contrattare collettivamente la propria condizione in fabbrica. Si cercava in quel modo di far definitivamente saltare il sistema sociale, il sistema di relazioni industriali che bene o male in questi anni ha garantito una certa mediazione fra i diversi interessi. Per questo Pomigliano si portava dietro questo enorme carico di novità che è stato subito compreso nella sua importanza.
Ora però dobbiamo porci delle domande sul dopo 16 ottobre. Come andare avanti? Come dare seguito a un percorso che è stato in grado di mobilitare così grandi energie? Qui io farei una riflessione su due livelli.
Il primo è quello sindacale. Noi dobbiamo dare risposte a tutte quelle persone che sono scese in piazza e che hanno posto con forza la questione della condizione del lavoro in Italia. Dobbiamo difendere il contratto nazionale e cercare di ricostituire una riunificazione del lavoro che oggi è diviso, separato, frammentato. Allo stesso tempo dobbiamo affrontare la questione della democrazia sindacale, del diritto dei lavoratori a poter votare come condizione imprescindibile per ridefinire anche un’azione sindacale unitaria. Poi c’è un problema che riguarda la politica industriale, cioè il come debbono essere riorganizzate le imprese in questo paese. Sono tutte questioni tipicamente sindacali che richiederanno un impegno enorme da parte nostra.
La manifestazione del 16 ottobre ha però posto anche delle domande di natura più propriamente «politica». Io credo che moltissime persone che hanno partecipato a quel corteo si aspettino dalla politica una diversa attenzione verso il mondo del lavoro, un diverso approccio anche nel fare opposizione al governo Berlusconi: è ora di finirla di dire solo che «Berlusconi è cattivo». Occorre essere in grado di contrapporgli un diverso modello di produzione e un diverso modello di società.
Noi, come Fiom, dobbiamo sviluppare la nostra azione con quella autonomia che ci caratterizza e che è necessaria oggi per fare il sindacato. Ma non dobbiamo rinunciare a stimolare e sollecitare le forze politiche su questi temi, affinché anche il mondo della politica faccia la sua parte e torni a dare al lavoro la centralità che merita.
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