Pagine

mercoledì 9 febbraio 2011

COMUNICATO STAMPA
Fiat. Landini (Fiom): “Anche dall'Europa forti preoccupazioni per il 'modello Fiat'”

 
Il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini, ha rilasciato oggi la seguente dichiarazione.

 
“Anche il Coordinamento sindacale europeo della Fiat ha espresso preoccupazione che il “modello Marchionne” faccia da apripista per l'abbassamento dei diritti e il peggioramento delle condizioni di lavoro in tutta l'Ue.”
“Condividiamo il giudizio del Coordinamento europeo Fiat sul fatto che, in un periodo di profonda crisi e riorganizzazione del settore auto a livello globale, sia prioritario assicurare il lavoro con buone condizioni e garantire la prospettiva a tutti gli stabilimenti del Gruppo. Si giudica inoltre inaccettabile il tentativo di mettere in competizione i singoli siti, poiché tutto ciò porta 'ad un'erosione degli standard sociali in tutti i Paesi'.”
“Inoltre si sottolinea, come da noi denunciato da Pomigliano in poi, l'assenza da parte dell'Azienda di una vera trattativa.”
“Non possiamo che condividere le richieste del Coordinamento: 'Un chiaro aperto e positivo dialogo sociale europeo; lo stop all’attacco alle condizioni di lavoro e ai fondamentali diritti sindacali; il rispetto per gli accordi e le regole a livello nazionale ed europeo'.”
“L'accordo separato sul monte ore di ieri per tutto il settore auto e motori, con l'inserimento delle clausole di limitazione del diritto di sciopero presenti negli accordi di Pomigliano e Mirafiori confermano, se ancora ce ne fosse bisogno, l'idea della Fiat del confronto sindacale: imporre le sue condizioni con l'assenza totale di una vera mediazione tra le parti.”
“Anche il sindacato europeo esprime preoccupazione per il modello di relazioni industriali portato avanti da Fiat che cancella i contratti e le leggi. Solo da noi non si capisce, o si fa finta di non capire, la portata senza precedenti dell'attacco ai diritti in atto e il serio rischio, come da tempo la Fiom denuncia, che tutta questa operazione sia finalizzata a spostare a Detroit la testa del Gruppo, riducendo gli stabilimenti italiani a siti produttivi minori che puntino a competere solo sull'abbassamento dei diritti e il peggioramento delle condizioni di lavoro.
“La Fiom ribadisce la necessità di riaprire una vera trattativa per tutto il Gruppo Fiat. Per questo continuerà la sua battaglia.”


Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Roma, 9 febbraio 2011

venerdì 4 febbraio 2011

Di seguito la risposta al seguente comunicato affisso nei reparti della CNH il 2 febbraio 2011 al ritorno al lavoro dopo altri 2 giorni di cassa integrazione:

operai liberi  
Con questo breve comunicato intendiamo segnalare che quanto è accaduto la mattina del 28/1/11 davanti ai cancelli della nostra fabbrica ha davvero del clamoroso!!
Siamo un sostenuto gruppo di lavoratori, non intimiditi da una certa sigla sindacale, che come tutte le mattine si sono recati presso lo stabilimento CNH di Jesi per poter esprimere la propria intenzione lavorativa, diversa da quella dei propri colleghi scioperanti che, nella fattispecie, stazionavano davanti ai cancelli e tra i quali peraltro, non abbiamo riconosciuto molte facce note.
Quest'ultimi che avevano organizzato una notte bianca che in realtà aveva le caratteristiche di un vero e proprio presidio (picchettaggio), hanno tentato, con decisione, di impedirci l'ingresso nello stabilimento che comunque abbiamo conquistato, a fatica, e dopo piccole colluttazioni.
Un atteggiamento che intendiamo stigmattizare e segnalare perchè asolutamente antidemocratico e per nulla rispettoso dei diritti dei lavoratori che non volevano aderire allo sciopero.
A tal proposito precisiamo, anche, che durante tutta la settimana ci sono state, all'interno dello stabilimento, parecchie intimidazioni verso gruppi di lavoratori che avrebbero voluto recarsi al lavoro, ma che a fronte di questi atteggiamenti minacciosi, hanno preferito restare a casa per evitare ripercussioni sia personali che verso le proprie auto.



COMUNICATO DI RISPOSTA SULLO SCIOPERO DEL 28 GENNAIO 2011
Voi che vi definite "operai liberi" siete solo schiavi e servi di un "padrone" al quale avete venduto l'anima oltre che i diritti e la dignità, quella stessa dignità di cui Noi invece andiamo fieri.

E' la grande forza dell'indignazione, che voi certamente non conoscete, che ci ha fatto alzare quella mattina del 28 gennaio alle 2 di notte, nonostante alcuni di noi avevano smesso di lavorare alle 21 della sera prima ed altri si erano alzati alle 4 per tutta la settimana, la nostra capacità di indignarci di fronte al ricatto disumano del "vostro" padrone, alla sua arroganza e alla sua superbia.

"Il guaio è che quando si perde la capacità d’indignarsi si perde fatalmente anche quella di meravigliarsi. Si perde la capacità non solo di giudicare, ma anche di vedere, di accorgersi di quello che succede".

Non vi rendete conto che ci stanno togliendo i nostri diritti fondamentali per poter vivere una vita dignitosa, forse perchè pensate che a voi vi salvino, che non vi tocchino quel "posticello buono" che a forza di vendervi vi siete guadagnati, ma ricordatevi che quando il "padrone" se ne andrà non guarderà in faccia a nessuno e noi un altro posto dove spaccarci la schiena come la linea di montaggio forse lo troveremo ma per voi sarà difficile trovarne un altro simile a quello attuale e per i cosiddetti "colletti bianchi" , che tanto ci tenevano ad entrare quella mattina, sarà ancora più difficile, quei colletti bianchi che si muovono soltanto quando c'è da difendere il padrone e che come i parassiti vivono sulle nostre spalle che abbiamo sempre lottato anche per loro per conquistare i diritti e i contratti (anche economici...).

Non vi accorgete che il vostro "super manager" vi sta prendendo in giro, prima afferma che il costo del vostro lavoro incide soltanto per il 7% poi incredibilmente questo costo diventa fondamentale per le sorti dell'azienda, lui intanto percepisce un compenso che è circa 400 volte superiore al vostro sul quale paga soltanto il 12% di tasse mentre voi sul misero stipendio ne pagate il doppio.

"Per indignarsi occorre sapere – considerare la dismisura e l’ingiustizia, guardarsi attorno e fare comparazioni, stabilire relazioni, nessi e cause; per converso, anche l’impulso conoscitivo richiede forse una certa dose di indignazione, quasi una scossa o un impulso ad uscir-da-sé".

Noi ci stiamo provando ad uscir-da-noi per unirci a tutti quelli che la pensano come noi, forse è per questo che "non avete riconosciuto facce note" davanti ai cancelli, perchè voi siete soli ed alienati e non riuscite a capire il sentimento della solidarietà e dell'unità che ha fatto si che quella mattina fossero presenti altre realtà (studenti, associazioni, precari ed altri lavoratori) che come noi hanno ancora la capacità di indignarsi e di far valere i propri diritti, che spontaneamente si sono messi a picchettare e, senza usare violenza o atteggiamenti minacciosi (nessuna auto dei crumiri è stata toccata) ma solo con la forza delle parole - della musica - dell'odore delle bistecche e salsicce - del sapore del vin brulè, a convincervi che state dalla parte sbagliata perchè i veri "operai liberi" siamo noi: liberi di scioperare  - di picchettare - di manifestare - di divertirci - di indignarci - di reagire - di unirci.

UN OPERAIO LIBERO E INDIGNATO.

ASSEMBLEA NAZIONALE Cervia 3-4 Febbraio 2011 DOCUMENTO FINALE

clicca sul titolo per leggere il documento finale

ASSEMBLEA NAZIONALE Cervia 3-4 Febbraio 2011

  

  

  

  

  



Video streaming by Ustream

mercoledì 2 febbraio 2011

Diritti in cambio di cassa integrazione

Mirafiori resterà chiusa per un anno a partire dal 14 febbraio. È il primo regalo del diktat di Marchionne che, «forte» del 54% di sì al referendum (che scende al 49% tra gli operai) manda tutti a casa per 12 mesi. Il ricatto dell'uomo dei miracoli prometteva lavoro in cambio dei diritti, schiavi in mano. A Pomigliano, invece, ieri per un solo giorno è stata sospesa la cassa integrazione, che va avanti da tempo immemorabile, per un quinto dei dipendenti. Otto ore di lavoro allo stabilimento Gianbattista Vico dove un referendum-truffa (64% di sì che scende al 40% tra gli operai) simile a quello di Mirafiori, ha garantito a Marchionne la fine della democrazia operaia e sindacale. O meglio, il sogno della fine.
La Fiat ha spiegato da tutti i media, con il sostegno del governo amico, dei suoi soci imprenditori e di larga parte dell'opposizione, che serve più flessibilità, obbedienza e abbattimento dei costi del lavoro per recuperare competitività e sfondare sui mercati. Così la produzione di automobili in Italia sarebbe passata da 5-600 mila vetture a 1,5 milioni. Invece le cose non vanno secondo le promesse da mercante di Marchionne, e in cambio della rinuncia allo sciopero, alla salute, alle pause, all'elezione dei rappresentanti, le tute blu ricevono solo cassa integrazione, per chissà quanto tempo ancora.
Era scritto che sarebbe andata così ed è scritto che all'orizzonte non c'è alcuna inversione di tendenza. Al contrario, l'andamento del mercato dell'auto e l'ennesimo tonfo dei marchi Fiat, tutti tranne l'Alfa Romeo, del 27% a gennaio in Italia, con un'ulteriore riduzione della quota del Lingotto al 29%, disegna un futuro peggiore del presente. Altro che 1,5 milioni di vetture prodotte in Italia, si riaffaccia lo spettro della chiusura, non solo di Termini Imerese, ma di un secondo stabilimento.
È ovvio che gli unici a non aver colpa di questo crack sono i lavoratori della Fiat, tanto quelli che hanno votato sì quanto quelli che non si sono piegati al ricatto. Senza nuovi modelli è naturale che la Fiat vada a rotoli, e senza investimenti adeguati nella ricerca, nell'innovazione, in nuovi propulsori ecocompatibili, non ci sarà futuro per la multinazionale italiana delle quattro ruote. L'unico risultato del bombardamento di Marchionne contro i lavoratori e contro la Fiom è di natura puramente ideologica: aver diviso il suo stesso «esercito», quei «soldati» che vorrebbe trasformare in rematori obbedienti e senza diritti di una nave da guerra senza munizioni e senza armi (le automobili vendibili).
A Marchionne sta a cuore la Chrysler, non la Fiat. I suv che dice di voler fare a Mirafiori servirebbero solo a esportare in Italia gli annessi motori costruiti Oltreoceano, per rispettare gli accordi stipulati con Obama e scalare un altro pezzetto di Chrysler a danno del sindacato americano. I gargarismi sulla globalizzazione che impone a tutti la stessa legge sono l'ennesimo imbroglio di Marchionne, di chi al governo gli spiana la strada, di chi ha lasciato soli gli operai della Fiat.

 

martedì 1 febbraio 2011

Lavoro, diritti e cittadinanza. Dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino, da Micromega

Dopo anni nei quali il ‘lavoro’ è stato completamente rimosso dal dibattito pubblico e dall’attenzione del mondo politico, la manifestazione della Fiom dello scorso 16 ottobre ha nuovamente acceso i riflettori su di esso. I metalmeccanici della Cgil hanno saputo radunare attorno alla propria iniziativa una galassia vastissima di forze: come dare continuità a questa lotta? Cosa chiede il mondo del lavoro a un eventuale futuro governo di centro-sinistra?


dialogo tra Maurizio Landini e Luciano Gallino, a cura di Emilio Carnevali, da MicroMega 8/2010


MicroMega: Quella dello scorso 16 ottobre è stata una straordinaria manifestazione di popolo. Ciò che più ha colpito gli osservatori – oltre naturalmente ai «numeri» davvero impressionanti della partecipazione – è stata la capacità della Fiom di aggregare attorno alla propria iniziativa uno spettro di forze vastissimo, non solo soggettività legate alla condizione operaia: studenti, lavoratori della conoscenza, movimenti per l’acqua pubblica, associazioni di cittadini impegnati sui temi della legalità, popolo viola eccetera. 
Qual è secondo voi la ragione di questo grande successo, di questa capacità della Fiom di parlare a tanta gente che con la questione di Pomigliano non ha direttamente a che fare? 

Maurizio Landini: Io credo che la capacità del 16 di ottobre di unire tante persone, tanti soggetti diversi, nasca dall’aver proposto una «strada diversa» per uscire da questa crisi. Partendo dalla vicenda di Pomigliano noi abbiamo cercato di denunciare le disuguaglianze sociali di questo paese – nel mondo del lavoro e non solo – indicando al contempo la possibilità di perseguire un diverso modello sociale di sviluppo. È questo che ci ha permesso ad esempio di parlare con gli studenti, con i movimenti per l’acqua pubblica, con le associazioni che si battono per la tutela del territorio, per un modello produttivo sostenibile tanto da un punto di vista sociale quanto da un punto di vista ambientale. 
L’idea di fare la manifestazione il 16 ottobre nasce il 1° luglio a Pomigliano: per noi è partito tutto da lì. Ma non abbiamo mai considerato Pomigliano un caso a sé: fin dall’inizio abbiamo capito che lì si giocava una partita più generale. Ciò che veniva messo in discussione era il diritto stesso delle persone di poter contrattare collettivamente la propria condizione in fabbrica. Si cercava in quel modo di far definitivamente saltare il sistema sociale, il sistema di relazioni industriali che bene o male in questi anni ha garantito una certa mediazione fra i diversi interessi. Per questo Pomigliano si portava dietro questo enorme carico di novità che è stato subito compreso nella sua importanza. 
Ora però dobbiamo porci delle domande sul dopo 16 ottobre. Come andare avanti? Come dare seguito a un percorso che è stato in grado di mobilitare così grandi energie? Qui io farei una riflessione su due livelli. 
Il primo è quello sindacale. Noi dobbiamo dare risposte a tutte quelle persone che sono scese in piazza e che hanno posto con forza la questione della condizione del lavoro in Italia. Dobbiamo difendere il contratto nazionale e cercare di ricostituire una riunificazione del lavoro che oggi è diviso, separato, frammentato. Allo stesso tempo dobbiamo affrontare la questione della democrazia sindacale, del diritto dei lavoratori a poter votare come condizione imprescindibile per ridefinire anche un’azione sindacale unitaria. Poi c’è un problema che riguarda la politica industriale, cioè il come debbono essere riorganizzate le imprese in questo paese. Sono tutte questioni tipicamente sindacali che richiederanno un impegno enorme da parte nostra. 
La manifestazione del 16 ottobre ha però posto anche delle domande di natura più propriamente «politica». Io credo che moltissime persone che hanno partecipato a quel corteo si aspettino dalla politica una diversa attenzione verso il mondo del lavoro, un diverso approccio anche nel fare opposizione al governo Berlusconi: è ora di finirla di dire solo che «Berlusconi è cattivo». Occorre essere in grado di contrapporgli un diverso modello di produzione e un diverso modello di società. 
Noi, come Fiom, dobbiamo sviluppare la nostra azione con quella autonomia che ci caratterizza e che è necessaria oggi per fare il sindacato. Ma non dobbiamo rinunciare a stimolare e sollecitare le forze politiche su questi temi, affinché anche il mondo della politica faccia la sua parte e torni a dare al lavoro la centralità che merita. 

lunedì 31 gennaio 2011

Tute blu, orari e contratti a confronto Fiat e Chrysler "sognano" la Germania

Tra le differenze che caratterizzano le tre aziende, un diverso concetto di diritto di sciopero.Tutti i dati della ricerca realizzata dall´associazione "Lavoro e welfare" 

TORINO - Hans, John e Francesco indossano la tuta blu da trent´anni. Producono automobili a Wolfsburg, quartier generale della Volkswagen, Detroit, dove ha sede la Chrysler, e a Mirafiori, cuore del sistema Fiat. Hanno contratti molto diversi tra loro. Francesco teme di fare la fine di John e spera di vivere un giorno come Hans. Hans si difende dall´incubo di finire come gli altri due. John considera Francesco un privilegiato e spera che perda un po´ di salario per poter trasferire in America il denaro sufficiente a pagargli il dentista nei prossimi anni. Il sugo della storiella è che Hans, John e Francesco non si incontrano mai e per questo si fanno la guerra.
Il confronto tra i contratti di Fiat, Chrysler e Volkswagen è stato promosso dall´associazione «Lavoro e Welfare» presieduta dall´ex ministro del lavoro, Cesare Damiano. I risultati della ricerca vengono presentati oggi pomeriggio alle 18 nei locali della sede nazionale del Pd a Roma. Lo storico Giuseppe Berta ha analizzato il contratto di Detroit, Piero Pessa ha studiato l´accordo di Mirafiori mentre Francescantonio Garippo, del consiglio di fabbrica di Wolfsburg, illustra il contratto Volkswagen.
John ha perso molto con la crisi Chrysler di due anni fa. Ciononostante John fa più pause di Francesco: in Chrysler ci si ferma 5 minuti ogni ora lavorata. Questo significa che John si ferma 40 minuti perché lavora 8 ore. Francesco, che ne lavora solo 7,30 (perché ha la mezz´ora di mensa retribuita) si ferma 30 minuti mentre se fosse a Detroit avrebbe diritto a 37,5 minuti. Hans si ferma più di tutti: perché ai 35 minuti di pausa pagata ne aggiunge 20 di pausa non retribuita. Se vogliamo aggiungere ai 30 minuti di pausa di Francesco la mezz´ora della mensa, l´italiano si ferma un´ora, il tedesco un´ora e 5 minuti e il povero John è ultimo con 40 minuti. Dagli studi comparativi dei ricercatori è chiaro che per Francesco l´America è in Germania. Dove il sindacato è forte. La settimana lavorativa di Hans dipende dalla produzione: può essere di 25 ore o di 33 (per chi è stato assunto dopo il 2005, di 35). Il salario è sempre uguale: «Questo - spiega Garippo - è il motivo per cui le aziende non riducono la produzione in Germania trasferendola altrove. Perché anche se la produzione scende i salari vanno pagati lo stesso». Ogni ora di straordinario viene contrattata con il consiglio di fabbrica. A Mirafiori invece la settimana lavorativa è di 40 ore ma l´azienda può ordinare 120 ore annue di straordinario senza trattative.
Un altro punto che divide le tre tute blu è il diritto di sciopero. John non ce l´ha: fino al 2015 non se ne parla. Francesco può scioperare solo su materie non regolate dal contratto di lavoro (che è molto dettagliato). Hans lo sciopero lo può fare se il 75 per cento degli iscritti al suo sindacato lo approva. A Wolfsburg la Ig metall rappresenta il 96 per cento dei dipendenti. Ma spesso rappresenta solo la metà dei lavoratori: così una minoranza può votare lo sciopero. Per 52 giorni dall´inizio di una vertenza non si potrebbe scioperare. Ma le aziende tollerano fermate spontanee.
Ovviamente anche sul salario le differenze sono enormi. John porta a casa 1.300 euro ma deve pagarsi la pensione e l´assistenza sanitaria. Francesco ha una busta paga netta di 1.200 euro ma sta meglio di John perché ha la mutua e la pensione. Hans guarda tutti dall´alto: con una settimana di notte e un figlio porta a casa 3.700 euro lordi, 2.500 netti. Un ultimo particolare: l´azienda di Hans contende a Toyota e Gm la leadership mondiale.

sabato 29 gennaio 2011

Alle 3 del mattino, 250 persone si ritrovano davanti alla fabbrica che produce trattori per la Fiat, in solidarietà con lo sciopero Fiom. Tra letture di Di Ruscio, musica da un camioncino e corpo a corpo con i «crumiri» che vogliono entrare, il racconto di una notte ai cancelli. di Angelo Ferracuti dal Manifesto

JESI. Me ne rendo conto solo adesso che sto per arrivare a Jesi nella fabbrica della Fiat-Cnh dove la Fiom delle Marche ha organizzato la "Notte rossa": sono ormai dieci anni che non scrivo più fiction ma soprattutto "racconti dal vero", e molti di lavoro nei posti più diversi dell'Italia. Gli operai morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, quelli del disastro della Mecnavi di Ravenna, i cinesi di Prato, i pachistani calzaturieri di Civitanova, i mobbizzati alla Micron di Avezzano, un musicista aggredito dagli orchestrali all'Arena di Verona, i raccoglitori di pomodori del foggiano o di Castel Volturno, i minatori pugliesi che mi hanno raccontato la tragedia di Marcinelle, ma anche i postini e i maestri dell'Irpinia orientale, gli attori precari, i camionisti, le materassaie morte a Montesano della Marcellana, persino la storia esemplare di Guerriero Rossi, un sindacalista della Tod's al quale il padrone Diego Della Valle ha letteralmente fatto le scarpe licenziandolo in tronco solo perché gli aveva scritto una lettera aperta. È accaduto la prima volta nel 2001, poi non ho smesso più questo solitario pellegrinaggio fatto a piedi, sopra i treni, in corriera, raggiungendo i luoghi più diversi in macchina o con mezzi di fortuna. Così ora sono qui, alle tre del mattino, dove inizia un'altra di queste storie che nessuno racconta, una narrazione che nessuno colpevolmente vuole più fare, mentre i giornali e i magazine padronali ripetono, all'incontrario, l'epica patinata dei capitani d'industria. Dove li avevano fatti sparire gli operai? Cancellati dalla pornografia televisiva, scherniti come fossero Mammut o pezzi di modernariato, oggi si giocano l'ultima partita, quella della dignità, in un paese spaventosamente affogato nell'orgia del potere e nell'impotenza di una sinistra balbuziente.
Quando arrivo nella zona industriale di Jesi è ancora buio pesto. Scorgo sulla via dove transito, che naturalmente è via Giovanni Agnelli, un assembramento di persone. Sono le tre del
mattino ma già saranno almeno in duecentocinquanta davanti allo stabilimento dove si producono trattori New Holland. Sono quasi tutti giovani, molte le ragazze, con figli a carico, i mutui da pagare, la vita incerta di questi nostri anni terribili. Al centro della strada un gazebo con le bandiere, di lato un fuoco che arde in un braciere, dietro il barbecue con la carbonella. Stanno arrostendo carne alla brace, la notte sarà lunga. Dovrebbe arrivare anche Marino Severini, voce barricadiera dei Gang. Davanti ai cancelli gli striscioni e un cartello con una delle copertine del nostro giornale: l'immagine ritrae Bonanni e Angeletti, sotto c'è il titolo perfetto «le mosche del capitale», con aggiunto in alto, scritto a pennarello, «servi». Un titolo che è quello di un romanzo quanto mai attuale di Paolo Volponi, marchigiano di Urbino, a un tiro di schioppo da qui. Di quest'epoca odiosa «dopo Cristo», così come l'ha definita un "geniale" pensatore della qualità globale (ha sostituito solo come vezzo il maglione agli orologi allacciati sui polsini, ma la razza è la stessa), aveva sentenziato malinconico: «Il racconto è finito. La narrazione, se vuole, è il bancone del supermercato. Lei non potrà mai raccontare niente di me!». Lui l'aveva conosciuto il mondo Fiat, se non altro per averci lavorato, se non altro per essere stato espulso nel 1975 solo perché aveva fatto dichiarazione di voto al Pci. Dal furgoncino con il gruppo elettrogeno la musica allestito dal Csoa Tnt, vanno uno dietro l'altro Jannacci, la Bella ciao dei Modena. Incontro il Segretario regionale della Fiom Ciarrocchi, che è già davanti al cancello a picchettare. Ritrovo Peppone, con la barba bianchissima e folta da patriarca, che non vedo da anni. Arriva Giampiero, che mi abbraccia e ci invita entrambi a bere un Rosso Conero denso, molto profumato. Serve a combattere il freddo, che qui si fa sentire.
«Questa è una fabbrica di novecentocinquanta operai, noi abbiamo un centinaio di iscritti, ma nelle elezioni delle Rsu siamo il primo sindacato», dice Ciarrocchi orgoglioso. Tra poco, alle cinque, smonteranno gli operai del turno di notte, si faranno avanti quelli del successivo. Quando cominciano ad arrivare, con i fagotti dove tengono le merende, stretti nei giacconi, un muro di corpi protegge il cancello dell'entrata. Un ragazzo giovane vuole passare, c'è un sapiente lavoro di spalle per cercare di farlo fermare a discutere. Uno gli dice «ci vogliono servi, se entri sei un servo anche tu». Lui risponde che è un interinale, insiste, lo lasciano andare. Subito dopo è il turno di una ragazza giovane. Spaurita avanza titubante, ma sorride. I compagni di lavoro ai picchetti la riconoscono, la chiamano per nome. Uno piuttosto svelto di lingua sui trent'anni le dice: «Vengo dalla Caterpillar, anche io ho i figli come te. Dai, non entrare, oggi è un giorno importante». La tipa è indecisa, poi alla fine decide: «Va bene, basta, vado via», e fila verso l'utilitaria. Segue un applauso, qualcuno la ringrazia. La scena si ripete poco dopo quando si presentano ai cancelli altri tre ragazzi. Uno di loro è più spavaldo, anche più alto e corpulento, cerca di scansare gli operai e di trovare un varco. Il "corpo a corpo" tra compagni di lavoro è drammatico, sento in questo scontro tutto sommato pacifico di arti, muscoli e parole, la difficoltà comunque sofferta di una scelta. Salgono le urla di «crumiri!», un vocabolo che sembrava essere caduto in disuso, prescritto dal pensiero dominante dell'epoca. Poi il tipo alto riesce ad entrare in fabbrica, apostrofato dagli insulti potenti dei presenti. Dice Ciarrocchi che non sono entrati più di dieci operai su 350, non riusciranno neanche ad avviare la produzione.
Sono quasi le sei, fa molto freddo, mi invitano a leggere. Prima di me parla una giovane rappresentante della Fiom, dice a tutti che è molto contenta, lo sciopero è riuscito, «è stata una giornata epica», ripete commossa, proprio così. Penso che se c'è davvero ancora qualcosa di epico è questa irriducibile classe operaia italiana. Continuano a presidiare le fabbriche, a fare gli scioperi della fame, sono saliti sui tetti e sulle gru, ma non si sono piegati ai nuovi padroni e alla loro volontà di potenza. Così mi viene in mente di leggere le poesie di un poeta metalmeccanico nato a Fermo, nella mia città, emigrato a Oslo negli anni '50, Luigi Di Ruscio, una delle voci più autentiche della poesia italiana contemporanea. Leggo un testo sulla fabbrica dove lui si descrive: «Inizia il giro delle ore sulla trafilatrice/che mi aspetta con la bocca spalancata/inizia la mia danza il mio spettacolo». Poi ne leggo un'altra molto conosciuta, di rara forza espressiva, una specie di manifesto della condizione operaia universale: «Chiudere un porco vero nel reparto/non un porco normale/un porco insomma, un maiale insomma/chiuderlo nel reparto per otto ore/vediamo come reagisce l'associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale/schianta strozza impazzisce s'indemonia» (...) «chi lavora in reparto/ è stato selezionato per tutta una cosa diversa/resisti allo schianto per tutta una stagione/sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente» (...) «chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive/può diventare molto pericoloso/controllate tutti i telefoni/apri il suo cervello vedi cosa medita/misura la sua rabbia/aspettati che scoppi». Seguono gli applausi. Se li merita tutti.
Alle otto è già tutto chiaro, comincio a scorgere gli immediati dintorni. La grande fabbrica adesso è più visibile, silenziosa e spettrale, i guardiani in divisa sono sempre composti al loro posto come sentinelle. Varcato questo cancello finisce il nostro mondo e ne comincia un altro. Con regole diverse, con leggi diverse, anche qui dopo l'accordo di Mirafiori si sono azzerati i diritti fondamentali, si è tornati indietro di cento anni. Questa è l'ora comoda degli impiegati. Quando cominciano ad arrivare ti rendi conto subito che hanno un'antropologia di gesti e di vestiario diversissima. Cappelli brizzolati ben pettinati, paltò scuri eleganti, borse in cuoio o zainetti griffati. Gli impiegati assomigliano molto ai padroni, come i cani ai padroni dei cani. Gli operai li bloccano. «Oggi non si entra». Alla fine dello stradone vedo un'auto della Polizia, ma nessuno degli agenti a bordo interviene. Allora gli zelanti impiegati fanno dietrofront, sembrano andarsene verso le auto. Invece costeggiano la cancellata e vanno a passi rapidi sul retro, dove c'è un altro ingresso. Li seguo. Quando arrivano a destinazione stessa scena, gli operai serrano le fila, li bloccano. Allora intervengono i carabinieri, poi anche i poliziotti, vola qualche urlo, due strattoni in tutto, e alla fine questi signori e signore cinquantenni entrano, anche se le loro orecchie debbono sentirne di tutte i colori: «Servi!!...bastardi!!... tanto la globalizzazione non risparmierà neanche voi!!». Un ragazzo piuttosto agitato dice: «Non bisogna berci neanche più il caffè alle macchinette con quegli schifosi». Sono piccole mosche anche loro, somigliano ai «manager industriali di successo (...) le sapienti colorate voraci mosche del capitale, sì le mosche ... per di più svolazzano e ronzano dappertutto, in bell'inglese, per andare a succhiare e a sporcare» come scriveva sempre Volponi.
Ora si va tutti al Porto di Ancona, dove c'è la manifestazione e il comizio, ma il racconto deve continuare. «Non lasciamoli soli» hanno scritto in questi giorni un gruppo di intellettuali torinesi in un appello, ma in realtà sono loro che non hanno lasciati soli noi.

venerdì 28 gennaio 2011


(AGI) - Ancona 28 gen. - Adesione massiccia allo sciopero indetto dalla Fiom Cgil da parte degli operai e lavoratori delle industrie marchigiane.
  Secondo l'organizzazione sindacale, almeno il 75% degli addetti ha incrociato le braccia, oggi per sostenere l'iniziativa di protesta contro il cosiddetto "Piano Marchionne". Oltre alle 7mila persone che hanno partecipato al corteo di Ancona, che poi ha attraversato la citta' per terminare nella zona del porto, con l'intervento conclusivo del Segretario nazionale Sergio Bellavista, molte migliaia sono stati anche i lavoratori che hanno seguito le indicazioni della Fiom astenendosi dal lavoro nella propria azienda di appartenenza. Secondo il sindacato, le punte di maggior adesione sono state raggiunte nell'anconetano. Qui hanno scioperato il 90% degli operai dell'Ariston, il 90% dell'Ask, il 100% dell'At metalli, mentre alla Best il 75% e il 98% alla Fiat Cnh (macchine agricole) di Jesi. Alta adesione anche all'Isa , con il 100%, alla Faber con il 90%, alla Caterpillar con il 70%, all'Indesit con il 75% e all'Elica con il 60%.
  Nella provincia di Ascoli Piceno all'Indesit group di Comunanza si e' arrivati al 70% di lavoratori in sciopero, alla Cisa al 65%, all'Adim al 65%. Nel maceratese poi, l'adesione alla CI&T e' stata del 98% e alla GI&D del 70%. Alla Metallex di Fermo infine, l'80% degli operai ha partecipato all'iniziativa di protesta

Landini (Fiom): “All’Assemblea nazionale proporremo l’avvio di una campagna straordinaria di discussione nelle aziende per decidere come proseguire la mobilitazione per il Contratto nazionale, i diritti e la democrazia”

 

 “Oggi centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori metalmeccanici, quelli iscritti e non iscritti alla Fiom, sono con noi in questa come nelle altre piazze d’Italia.” Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom-Cgil, ha iniziato così il suo intervento a Milano, guardando una Piazza del Duomo gremita a conclusione del lungo corteo partito da Porta Venezia.
“E’ il segno - ha affermato Landini - che la maggioranza dei lavoratori non solo rifiuta il modello autoritario di Marchionne, Federmeccanica e Confindustria, ma lotta per cambiare questo paese ingiusto. E’ il segno che abbiamo ragione e anche la forza per modificare il presente e costruire il futuro. Non ci fermeremo, continueremo fabbrica per fabbrica, azienda per azienda a lottare per riconquistare il Contratto nazionale, difendere i diritti e la democrazia.”
“Noi - ha proseguito Landini - diciamo no alla ‘modernità’ di chi vuole i lavoratori l’uno contro l’altro in nome della competizione. Sviluppo non è riduzione dei diritti, non è negazione della democrazia, ma innovazione, ricerca, intervento pubblico. A chi, nel mondo politico e non solo, ci ha spiegato cosa avrebbe fatto se fosse stato un operaio di Pomigliano o di Mirafiori, diciamo: provate a immedesimarvi tutti i giorni con chi produce la ricchezza di questo paese e cominciate ad occuparvi seriamente di lavoro. In questa piazza non ci sono solo i metalmeccanici, ci sono lavoratori di altre categorie, ci sono i giovani, gli studenti che si stanno battendo perché anche il sapere, come il lavoro è un bene comune.”
“Il rapporto che in questi mesi abbiamo costruito è l’elemento di novità ed è prezioso, perché le questioni che stiamo ponendo sono questioni generali, di tutti. E allora – ha concluso Landini tra gli applausi - abbiamo bisogno di unificare le lotte, di mettere in campo lo sciopero generale di tutti i lavoratori e solo la Fiom e la Cgil lo possono fare. Sappiamo perfettamente che non è facile da costruire, che non sufficiente, ma lo dobbiamo fare. I lavoratori sono pronti a battersi. Va bene partecipare, ma ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di osare, di agire, perché se non lo fai, di sicuro hai già perso. E noi, questa battaglia la vogliamo e la possiamo vincere.”
“All’assemblea nazionale della Fiom - ha infine detto Landini -, assemblea che si terrà dal 3 al 4 febbraio a Cervia, proporremo l’avvio di una campagna straordinaria di discussione nelle aziende per decidere con le lavoratrici e con i lavoratori come proseguire nella mobilitazione per il Contratto nazionale, i diritti e la democrazia.”
Roma, 28 gennaio 2011