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mercoledì 19 settembre 2012



UOMINI E NO
di MARCO REVELLI 

Non è un problema tecnico. Non c'era bisogno di particolari competenze ingegneristiche o finanziarie per capire, fin dal 21 aprile di due anni fa, quando al Lingotto fu presentato in pompa magna, che il piano «Fabbrica Italia» stava sulle nuvole. Anche un bambino si sarebbe reso conto che quella produzione da aumentare dalle 650.000 auto del 2009 al milione e 400mila del 2014, quel milione di veicoli destinati all'esportazione di cui «300.000 per gli Stati Uniti» (sic!), quel raddoppio o poco meno delle unità commerciali leggere (dalle 150 alle 250mila) in meno di quattro anni, erano numeri sparati a caso. Così come quei 20 miliardi di euro d'investimenti in Italia (i due terzi dell'intero volume mondiale del Gruppo Fiat!), senza uno straccio d'indicazione sulla loro provenienza, senza un piano finanziario serio e trasparente, erano un gigantesco buio gettato sul tavolo verde.
Non è nemmeno un problema politico. O meglio, non è solo un problema politico. I pochi - pochissimi! - che annusarono il bluff e lo dissero o lo scrissero, non lo fecero perché «ideologicamente» ostili alla Fiat, o all'«impresa», o al «capitale». Se gli uomini della Fiom, unica organizzazione nell'intero panorama sindacale, capirono al volo che quel patto leonino proposto da Sergio Marchionne - sacrifici operai subito in cambio di una chimera lontana - era una trappola mortale, non lo fecero perché politicamente schierati contro. Lo fecero perché, appunto, erano «uomini», non marionette. Ben radicati nella realtà di fabbrica, spalla a spalla con altri uomini e donne con cui condividevano difficoltà, sentimenti e interessi.
Forse sta tutta qui la soluzione dell'arcano del «caso Marchionne». In una questione di «antropologia»: nella materialità di una condizione umana e di un sistema di relazioni su cui è passata come un rullo compressore una drammatica «apocalisse culturale». È sicuramente il prodotto di un'apocalisse culturale l'anti-eroe eponimo della vicenda, l'AD Sergio Marchionne, svizzero fiscalmente, americano aziendalmente, apolide moralmente. Così come lo sono i variopinti eredi della famiglia Agnelli - i «furbetti cosmopoliti» di cui parla Della Valle - figure ormai abissalmente distanti dal tipo umano dell'imprenditore del primo e anche del secondo capitalismo. Feroce, certo, spregiudicato e «creativamente distruttore», calcolatore e cinico, ma non incorporeo, sradicato e irresponsabile. Non avulso da ogni terra e da ogni luogo come sono i nuovi manager globali e la nuova proprietà finanziarizzata, la cui parola vale l'éspace d'un matin, e la cui appartenenza è sconosciuta («Siamo qui. Anzi io sono a Detroit, ma sto proprio partendo per l'Italia», ha detto l'a.d. Fiat a Ezio Mauro nell'intervista pubblicata proprio ieri da Repubblica, erettasi per l'occasione a informale tramite tra Impresa e Governo). Marchionne non è un imprenditore in senso stretto. Non sa «fare macchine» - macchine le fanno ancora i tedeschi, come la Volkswagen che ne produce 8 milioni all'anno e veleggia verso i 10 milioni, e che investe in ricerca e sviluppo quasi 7 miliardi di euro, mentre lui va poco sopra i 2 per lo più finanziati dalle banche italiane e impegnati per trasferire oltre oceano la tecnologia Fiat.
Marchionne sa fare soldi: nel solo 2010, l'anno di Fabbrica Italia, ha provocato la più severa caduta sul mercato europeo mai registrata (la Fiat è scesa ad appena il 6,7%) ma in compenso ha portato il proprio gruppo a guidare la classifica della redditività per gli azionisti, «con un ritorno sul capitale del 33%»! CONTINUA|PAGINA3 Vale per lui quanto scritto da Richard Sennett sui manager globalizzati di ultima generazione nel suo ultimo volume su La cultura del nuovo capitalismo: gente che vive strutturalmente - in forza della distanza abissale, di reddito e di stile di vita, che li separa dai luoghi e dalle figure del lavoro - la divaricazione tra guida e responsabilità. Ambivalenti per ruolo e natura. Specializzati nel pensare per «tempi brevi», sul raggio della prossima trimestrale, e a muoversi per improvvisazioni più che per programmazione e pianificazione. Gente, diciamolo, di cui non fidarsi!
Ma prodotto di un'apocalisse culturale sono anche gli altri. Quelli che dovrebbero stare di fronte a Marchionne, e che invece gli stanno dietro (o sotto): i Bonanni, gli Angeletti, buona parte della politica, quasi tutta l'amministrazione. Che cosa ha portato il capo della Cisl Raffaele Bonanni, nell'aprile del 2010 a «brindare alla salute di Fabbrica Italia», definendola «una minirivoluzione che potrebbe riportare l'Italia ai vertici produttivi di un tempo»? E ancora l'anno successivo a dichiarare: «Sarà brusco, sarà crudo, ma Marchionne è stato una fortuna per gli azionisti e i lavoratori della Fiat. Grazie a Dio c'è un abruzzese come Marchionne». Che cosa ha spinto il segretario della Cisl torinese Nanni Tosco - che pure dovrebbe essere un po' più vicino ai luoghi della produzione - a sbilanciarsi definendo il piano di Marchionne «un'opportunità irripetibile per il sindacato e assolutamente da cogliere, evitando di infilarsi tra le ombre del 'piano B'»? E il futuro sindaco Fassino, alla vigilia del famigerato referendum sull'accordo a Mirafiori, a dichiarare senza esitazione che se fosse stato un operaio Fiat (sic) avrebbe votato sì? Ma è pressoché tutto il mondo politico ad aver assistito ai preparativi della fuga di Marchionne - come ha scritto Loris Campetti - «con il cappello in mano, spellandosi le mani ad applaudire le prodezze di un avventuriero». Perché?
Non erano così gli uomini di «prima». Non dico i Pugno (il leggendario segretario della Camera del lavoro di Torino venuto dagli anni duri), ma nemmeno i Cesare Delpiano, gli Adriano Serafino, i Pierre Carniti, i responsabili della Cisl piemontese e nazionale che guidarono la riscossa operaia. Gente che sapeva conoscere e valutare gli uomini che aveva di fronte, perché conosceva e rispettava gli uomini di cui aveva la responsabilità. E non erano così i Berlinguer, i Novelli, i Damico, ma nemmeno il democristiano Donat Cattin e persino il vecchio sindaco Giuseppe Grosso... In mezzo, tra questi due diversi «tipi umani» - tra queste opposte antropologie - è passata, come un vomere, la lama di una sconfitta storica del mondo del lavoro. Di un arretramento epocale nelle condizioni materiali del lavoro, nel livello delle remunerazioni e dei salari dei lavoratori, e insieme nel ruolo stesso che il lavoro gioca nello spazio sociale, nella sua capacità di parola e di presenza.
Luciano Gallino, nel suo splendido La lotta di classe dopo la lotta di classe calcola che nel corso del ventennio a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo lo spostamento di ricchezza dal monte salari al monte profitti sfiori i 250 miliardi di euro all'anno: l'equivalente di numerose manovre finanziarie lacrime e sangue. E' la misura della perdita di potere del lavoro, che è stata anche sua «privatizzazione». Espulsione del lavoro dalla sfera pubblica (quella in cui l'aveva riconosciuto anche formalmente l'art. 1 della nostra Costituzione), e suo confinamento nella dimensione privata, senza voce e senza forza, regolata da rapporti di comando-obbedienza individuali e irrimediabilmente asimmetrici. Di questa dimensione pubblica del lavoro sono orfani, di questa sua privatizzazione (a cui hanno assistito passivamente e collusivamente) sono figli, gli attuali politici maggioritari e i sindacalisti in ginocchio davanti al Marchionne di turno. L'insostenibile leggerezza del loro essere è il riflesso di una strutturale perdita di terreno. L'evaporare della politica e della rappresentanza in generale (istituzionale o sindacale) nella nuvola eterea dei sistematici luoghi comuni che avvolgono ormai la comunicazione pubblica come un involucro asfissiante (la «cattura cognitiva» di cui parla Gallino), riflette questa liquefazione.
Ora, se questa massa liquida cui si è ridotta la politica nazionale e buona parte dello schieramento sindacale viene chiamata a misurarsi, nelle forme ultimative che la crisi impone, con la dimensione gassosa della nuova imprenditoria globale - con il Marchionne di turno - il risultato è scontato: essa è destinata ad esserne dissolta e fagocitata irrimediabilmente, con la comune rovina di se stessa e di noi tutti. Dovrebbe farci pensare il fatto che gli unici a confrontarsi, con durezza, con Marchionne sono i «forti», altri «padroni» come lui, mentre ministri, politici e sindacalisti di regime emettono flebili vagiti e si rimettono, come dice Giorgio Airaudo, «alla clemenza della corte». Se una speranza è data vedere, se una possibilità di rinascita si può immaginare, essa consiste nei punti di resistenza di ciò che ha saputo restare «solido» nel generale processo di dissolvimento. Mantenere un rapporto col proprio suolo, culturale, sociale, produttivo. Per questo tanta ammirazione - anche al di fuori del campo ristretto delle tradizionali sinistre - avevano saputo suscitare quel 40% di «inattuali» che a Pomigliano avevano avuto il coraggio di dire NO, e quel quasi 50% di Mirafiori. Per senso di dignità, prima che per calcolo di utilità. Sapendo di giocare una partita disperata (perché il ricatto di Marchionne lasciava solo l'alternativa tra «arrendersi o perire»). Oggi sappiamo che vedevano più lontano degli altrettanto disperati operai che votarono Sì. Come vedeva lontano la Fiom, a cui andrebbe fatto un monumento per aver saputo mantenere aperto un varco, attraverso cui tentare di passare oltre. Di esistere ancora, nel mondo che verrà.

LA FIAT DICA LA VERITÀ AL PAESE ORA SERVONO LE ASSEMBLEE DEI LAVORATORI


In questi giorni molti si stupiscono, con molti imbarazzi, dell’annuncio formale da parte di Fiat della fine del piano Fabbrica Italia, fine peraltro più volte annunciata dalla stessa Fiat nell’ultimo anno. Noi non siamo sorpresi, dei 20 miliardi di investimenti, poco più di un miliardo risulta attivato sull’automobile.
Quest’anno si produrranno in Italia circa 400 mila vetture a fronte del milione e 400 mila promesse dal piano, proseguono la cassa integrazione e i contratti di solidarietà nel veicolo industriale.
La Fiat non ha mai condiviso il suo piano industriale né con il Governo, né con i sindacati che hanno firmato le intese fino al Ccsl Fiat. La Fiat ha voluto le mani libere nel nostro paese ed oggi, complice anche una sbagliata valutazione sulla crisi, consegna al paese stabilimenti attraversati da una cassa integrazione in crescita, che abbatte i salari e il reddito delle lavoratrici e dei lavoratori.
Eurgente che la Fiat dica la verità sullo stato degli investimenti sui modelli, sulla saturazione degli impianti e sull’occupazione in Italia. Serve che il Governo non aspetti «telefonate», non chieda chiarimenti su un piano che, per stessa ammissione dell’azienda, non c’è più, serve invece che il governa dica con chiarezza se considera la difesa e lo sviluppo dell’impresa automobilistica in Iitalia strategico per il nostro paese. E sulla base di questa convinzione convochi la Fiat e chieda alla proprietà della Fiat (Famiglia Agnelli-Elkann) cosa intenda fare per contribuite all’interesse nazionale non escludendo, se servisse, l’attrazione nel nostro paese di nuovi produttori di auto in grado di rilevare, saturare e valorizzare gli impianti e marchi che la Fiat non è più in grado di sostenere.
Bisogna che ognuno torni a fare il suo mestiere i sindacati devono difendere i lavoratori, gli accordi separati fino al Ccsl non hanno difeso i lavoratori che sono stati costretti a sacrifici inutili e sbagliati, sui diritti, le libertà e le condizioni di lavoro, senza che gli investimenti garantiscano l’occupazione ed il futuro anche in uno stabilimento come Pomigliano dove è arrivato l’unico nuovo prodotto, più di metà degli occupati del Giovan Battista Vico non è stato riassunto nella Newco e la cassa integrazione scadrà a luglio prossimo.
Nello stabilimento persiste una discriminazione nei confronti degli iscritti alla Cgil, discriminazione accertata dalla sentenza del Tribunale di Roma e che la Fiat deve sanare, come va garantito il rientro ai tre lavoratori della Fiom-Cgil di Melfi che pur avendo vinto le cause vengono lasciati fuori dalla fabbrica.
Contro le discriminazioni e per applicare le sentenze è necessaria la mobilitazione di tutta la politica e di tutta la società civile.
La Fiom non ha lasciato e non lascerà soli le lavoratrici e i lavoratori del gruppo Fiat a partire dalla richiesta di difendere la conoscenza, la produzione dell’auto italiana nel nostro paese in ogni sede coniugandolo con i diritti e la democrazia nei luoghi di lavoro.
Chiediamo che vengano indette le assemblee di tutti i lavoratori per discutere del futuro della Fiat in Italia.

Fiom-Cgil nazionale
17 settembre 2012

domenica 16 settembre 2012

Intervista di Maurizio Landini alla Festa Fiom Jesi



Maurizio Landini, segretario della Fiom, la Fiat certifica la rottamazione di Fabbrica Italia. Come ci si sente ad aver avuto ragione quasi da soli?

«Non siamo per nulla contenti, anzi. Siamo preoccupati. E deve essere chiaro che non siamo disponibili ad accettare chiusure di stabilimenti e ridimensionamenti della capacità produttiva, come non abbiamo accettato la chiusura degli stabilimenti della Cnh di Imola, dell’Irisbus e di Termini Imerese. Credo che oggi serva chiedere al governo di fare una discussione finalmente seria con la Fiat. Finora questa possibilità non c’è mai stata».

Il comunicato del Lingotto suona però come un mettere le mani avanti, prepara il terreno per l’annuncio del 30 ottobre...

«Il nostro Paese non si può permettere che Fiat lasci l’Italia. Purtroppo sono passati degli anni a dare credito alle promesse di Marchionne. In questi anni si sono perse quote di mercato e ora la situazione è più difficile. L’errore della Fiat è stato pensare di ritardare gli investimenti facendo affidamento sul fatto che nel frattempo qualche concorrente saltasse. Invece è successo esattamente il contrario: gli altri hanno investito, prodotto nuovi modelli e hanno guadagnato rispetto a Fiat. Se Marchionne non decide in fretta di cambiare strada esce dal mercato italiano e da quello europeo».

Non pensa invece che sia una scelta ponderata? Non crede che Marchionne non cambierà idea e che l’unica possibilità sia che la famiglia Agnelli lo sostituisca?

«Non mi sono mai messo a discutere su con chi debbo fare una trattativa, anche perché invece c’è successo il contrario e cioè che la Fiat abbia scelto di escluderci. La famiglia Agnelli, se ha ancora la forza, decide a chi affidare la sua azienda e io discuto con chi c’è. L’importante è che ci sia una trattativa. E finora non c’è stata».

Voi sareste disponibili a fare marcia indietro sulla cosiddetta via giudiziaria, le cause contro Fiat, in cambio di un mantenimento dei livelli occupazionali?

«La via giudiziaria l’abbiamo scelta per garantire i diritti delle persone, non per strategia: marce indietro da fare non ce sono. Noi però siamo disponibili, come abbiamo fatto in questi mesi con grandi gruppi come Electrolux, Indesit, Whirpool, a firmare accordi con processi di riorganizzazione anche imponenti. E rivendichiamo di essere un sindacato responsabile. Solo la Fiat non se n’è accorta».

Da un anno chiedete che intervenga il governo e l’unica volta che Monti ha parlato con Marchionne ha poi spiegato che «un’azienda globale può investire dove vuole». Passera ieri ha parlato di «richiesta di chiarimenti». È fiducioso?

«Mi auguro che finalmente il governo convochi al più presto l’azienda. Credo che se è vero che il Paese non può fare a meno della Fiat, il governo non può permettersi di fare a meno di un intero settore industriale. Chiudere stabilimenti significa, oltre a cancellare altri posti di lavoro, perdere competenze straordinarie nel saper costruire auto e nella componentistica. Oltre a chiedere conto alla Fiat, chiediamo al governo di discutere un piano della mobilità nazionale che rilanci tutto il settore dei trasporti, come fanno in tutti i Paesi avanzati. In più facciamo notare che nessun Paese avanzato (Francia, Germania, Giappone) ha un solo produttore: bisogna cercarne altri».

Noi de l’Unità abbiamo scritto che Volkswagen ha visitato ed è interessata a produrre a Pomigliano e non fa mistero di essere interessata al marchio Alfa Romeo. Non crede che il governo dovrebbe convocare anche i tedeschi?

«Questo non dipende da noi, ma di sicuro il governo ha il dovere di ricercare tutte le possibili soluzioni per impedire le chiusure e deve creare le condizioni perché in Italia entrino altri produttori».

Intanto Fim Cisl e Uilm iniziano a scricchiolare: chiedono interventi del governo e parlano di aprire le porte a nuove aziende...

«Negli accordi che hanno subìto e hanno accettato di firmare non c’era una riga di certezze sugli investimenti, mentre c’era la sostanziale cancellazione del contratto nazionale. Queste organizzazioni dovrebbero riflettere sul fatto che subire ricatti non significa fare sindacato. Per questo noi abbiamo rivolto a loro e a Fermeccanica l’invito a confrontarsi su un Accordo per il lavoro che per tutto il 2013 eviti un nuovo contratto separato e punti alla riduzione di orario per mantenere i livelli occupazionali e una detassazione di una parte del salario. Finora non abbiamo avuto risposte».

Ma intanto Monti attacca lo Statuto dei lavoratori...

«Non è una novità. Ma assume significato perché è un tentativo di condizionare il prossimo governo per continuare nel suo solco. Dimostra che Monti non è un tecnico. Anche perché anche modificando l’articolo 18 in modo per cui abbiamo avuto 7 licenziamenti di cui sei iscritti Fiom, non mi pare che la mossa abbia portato orde di investitori stranieri come c’era stato promesso. Una ragione in più per firmare il referendum per cancellare l’articolo 8 chiesto da Marchionne a Berlusconi e la modifica all’articolo 18 che fa licenziare i lavoratori sgraditi alle aziende».

venerdì 14 settembre 2012

giovedì 6 settembre 2012

FESTA FIOM A JESI


domenica 2 settembre 2012

INTERVISTA A MAURIZIO LANDINI


Nel conflitto, concreto ma anche alimentato da interessi di parte, tra chi difende il diritto alla salute e chi invece mette avanti il diritto al lavoro, il punto di vista di Maurizio Landini è netto: «Si può produrre senza inquinare e avvelenare dentro e fuori la fabbrica». Il segretario generale della Fiom annuncia un settembre di mobilitazione con assemblee operaie dentro lo stabilimento Ilva e l'apertura di un confronto pubblico con i cittadini di Taranto.«La Fiom rifiuta di schierarsi tra chi pretende la chiusura della fabbrica e chi sostiene che bisogna andare avanti come si è fatto finora. Il lavoro all'Ilva deve diventare compatibile con le esigenze e la salute degli operai e dei cittadini, per questo è inderogabile l'applicazione immediata delle decisioni della magistratura. Insomma, la famiglia Riva deve assumersi le sue responsabilità e mettere finalmente in campo gli investimenti necessari per il risanamento dell'ambiente e del ciclo produttivo. Anche il governo deve svolgere il suo ruolo investendo e agganciando i fondi europei finalizzati a una produzione siderurgica pulita».
La Fiom ha fatto una scelta coraggiosa rifiutando l'adesione a uno sciopero che sembrava commissionato da padron Riva. Ma con la precipitazione dello scontro in città non rischiate di prendervele da tutte le parti, dagli operai che difendono il lavoro "a prescindere" e da chi vuole la chiusura dell'attività "a prescindere"?
Non lo credo. La Fiom non sciopera contro la magistratura ma si batte per salvare lavoro e ambiente. È possibile, se si tiene sempre presente che la responsabilità prima del conflitto odierno e della crisi ambientale è della proprietà, cioè della famiglia Riva. Molti lavoratori dell'Ilva hanno capito la nostra posizione e la condividono. Evidentemente per vincere questa battaglia è essenziale un'autonomia forte dei lavoratori e dei sindacati.
Autonomia che non c'è sempre stata...
Indubbiamente, e in alcuni casi non c'è ancora, se c'è chi accetta di essere pagato dal padrone non per lavorare ma per andare a manifestare davanti alla procura contro la magistratura, viaggiando sui pullman messi a disposizione dal padrone.
Perché chiedi che le intercettazioni della magistratura vengano rese pubbliche?
Perché la trasparenza è fondamentale, anche per ricostruire un rapporto positivo con la città. Sono trapelati da quelle intercettazioni tentativi di corruzione che fanno capire con maggior chiarezza che bisogna cambiar pagina. La Fiom non ha alcunché da temere, non abbiamo scheletri nell'armadio. Quando in passato abbiamo scoperto situazioni non chiare anche al nostro interno siamo intervenuti senza sconti per nessuno, neanche per il segretario. La città di Taranto e tutti devono sapere che non siamo tutti uguali. Noi siamo la Fiom e ci assumiamo le responsabilità che ci competono.
Con il comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti avete avuto dei momenti difficili, in piazza con le contestazioni alla manifestazione sindacale e ancora due giorni fa durante la trasmissione Piazza pulita. Sono loro la controparte?
Per un sindacato come il nostro la controparte è sempre l'impresa. Il nostro obiettivo è l'attivazione di investimenti per rendere possibile e accettabile la continuazione della produzione all'Ilva. Con i cittadini vogliamo parlare, e non sono tutti rappresentati da quel comitato. Noi vogliamo parlare con tutti, avviando una pratica e un confronto democratici. Ma non ci si può venire a dire che comunque la fabbrica va chiusa, i lavoratori licenziati magari chiedendo un reddito sociale per un esercito di nuovi disoccupati. Così come contestiamo chi sostiene che bisogna continuare a lavorare così, inquinando dentro e fuori la fabbrica, considerando tutti gli altri nemici, a partire dalla magistratura. Dobbiamo essere responsabili, almeno noi, quando l'intero sistema industriale italiano rischia di saltare in aria: da Termini Imerese, dove alla chiusura Fiat non ha fatto seguito alcun impegno industriale, ai minatori sardi e agli operai dell'Alcoa, solo per citare le crisi più eclatanti. In un contesto in cui la disoccupazione sfiora l'11 per cento, non ci sono prospettive lavorative per i giovani e i precari sono oltre tre milioni. Salvare l'industria siderurgica di Taranto è essenziale e si può fare, lo ripeto, solo attivando gli investimenti necessari: dell'Ilva, del governo, dell'Europa attraverso i finanziamenti per una produzione siderurgica verde, che già si realizza in molti paesi dell'Ue. Solo così si può costruire concretamente e non a chiacchiere un nuovo modello di sviluppo, di lavoro e di vita. Come Fiom vogliamo costruire una piattaforma per avviare un confronto serio con la controparte e gli altri interlocutori.
Landini, credi che il clima venutosi a creare a Taranto consenta davvero di salvare, pur nelle condizioni che hai precisato in questa intervista, le lavorazioni a caldo dell'Ilva? A Cornigliano, in seguito a un conflitto analogo, le cose sono andate diversamente.
Taranto è un caso diverso, è ancora possibile intervenire positivamente per salvare la produzione e il lavoro rendendoli compatibili, cioè senza continuare ad avvelenare operai e cittadini di Taranto. E questa è la battaglia della Fiom.
Quali iniziative metterete in campo in questo settembre?
Assemblee in fabbrica, costruzione di una piattaforma e un'assemblea nazionale della siderurgia da tenersi a Taranto entro il mese, perché la partita che si gioca in questa città ha una valenza nazionale. Insieme alla mobilitazione dei lavoratori vogliamo ricostruire un rapporto attivo, positivo, democratico con la città di Taranto, ricucendo una frattura tanto pericolosa quanto evitabile.

Dal Manifesto

mercoledì 29 agosto 2012

CIAO ANDREA


sabato 18 agosto 2012

L'Ilva non si ferma a Taranto di Giuseppe de Marzo


La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall'inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività

Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l'azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull'Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie. Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d'ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un'agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico.
L'Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell'epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, oggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori. La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell'Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo una politica industriale ed energetica che garantisca l'interesse generale.
Ci sono domande che esigono risposte se si vuole avviare un vero processo di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte fondamentali che incidono sulla vita. A partire dai tempi e dai programmi della bonifica prevista, ad oggi misteriosi. I 336 milioni stanziati vengono invece dalle tasche dei contribuenti e finiscono in quelle di Ilva Spa per fare quello che avrebbe dovuto già fare. Sono anni che l'Ilva fa operazioni di green washing in seguito ad ingiunzioni dei magistrati ma niente è cambiato. Eppure il gruppo Riva ha registrato miliardi di profitti. Un'eventuale bonifica avviata con queste «procedure» spalancherebbe le porte a quanti vogliano d'ora in avanti eludere le norme sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro, già molto precarie, visto che le imprese potrebbero contare su soldi pubblici. Quando gli utili sono solo dei privati, i costi sociali ed ambientali ricadono sui cittadini e sui lavoratori e quelli per le bonifiche da effettuare pesano sul bilancio pubblico, mentre le vittime ed i loro familiari sono dimenticati dallo Stato, siamo in assenza di democrazia e giustizia. In Italia come in tutti i paesi europei i lavoratori sono sotto ricatto e vedono arretrare i loro diritti. In mancanza di una prospettiva politica capace di ribaltare l'attuale situazione, questo arretramento coinciderà con la criminalizzazione di qualsiasi soggetto sindacale e sociale non allineato alle attuali scelte politiche e con un ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative e ambientali per tutti.
Oggi più che mai dobbiamo mettere al centro delle nostre proposte il cosa ed il come produrre se vogliamo uscire dalla crisi e non cadere nella trappola della contraddizione tra salute e lavoro. Bisogna ripartire dalla capacità di riaffermare etica e giustizia, senza nessuna esitazione se non si vuole abdicare al realismo criminale del modello capitalista. Il ministro Passera ci fa invece sapere che intende aumentare la produzione petrolifera, costruire 4 rigassificatori, concedere permessi più facili per perforazioni e tagliare gli incentivi alle rinnovabili. Un pensiero preistorico sul quale fare profitto con la scusa di politiche per lo sviluppo e per il lavoro. Sarà questo il nuovo veleno che ci aspetta se non saremo capaci di organizzare un'alleanza politica per il lavoro, l'ambiente ed i beni comuni che metta in moto, già con le prossime elezioni, produzioni socialmente giuste e sostenibili ecologicamente. Il paese e l'Europa hanno urgente bisogno di una prospettiva che includa e consenta la partecipazione reale di tutti i soggetti che su questi fronti stanno sperimentando già alternative.
Siamo davanti ad un problema di alternativa globale al sistema capitalista. La questione dunque non si esaurisce a Taranto ma investe tutti i lavoratori e le comunità impegnate a difendere territorio, beni comuni e democrazia. Se invece accettiamo che il terreno di confronto sia quello di garantire comunque il ciclo produttivo anche in evidente ed aperto contrasto con il diritto alla salute, frammenteremo e disperderemmo le alternative possibili. La contrapposizione del dibattito in corso tra salute e lavoro tiene infatti fuori l'elemento fondamentale: la lotta per difendere il diritto al lavoro e la riconversione industriale ed energetica delle attività produttive. Abbiamo bisogno di chiarezza e di aprire un confronto vero. A nostro avviso la rotta da seguire è quella della giustizia ambientale, attraverso la quale riaffermare come ogni persona debba essere libera dall'inquinamento. Le politiche del lavoro ed industriali vanno disegnate con l'obiettivo della piena occupazione, della riduzione dell'orario di lavoro e della riconversione ecologica all'interno del nuovo scenario globale. Il cosa e come produrre va deciso insieme a comunità e lavoratori per assicurare buon vivere a tutti ed un giusto profitto agli imprenditori. Se il privato non usa i suoi profitti ed i suoi «spiriti animali» per assicurare il salario ai lavoratori, garantire bonifica e riconversione, tocca allo Stato ripubblicizzare, avviare la riconversione e sperimentare forme di gestione partecipata delle attività produttive senza toccare il diritto al lavoro degli operai, che non possono essere utilizzati come scudo o carne da cannone a seconda dei casi. Dove troviamo i soldi? Le politiche fiscali devono evidentemente avere altri obiettivi vista la necessità di investimenti per garantire queste scelte che nel medio periodo si ripagheranno da sole, considerando che solo in questi settori è ancora possibile creare lavoro, garantire salute pubblica e sostenibilità finanziaria. Si tratta di scegliere diversamente e di spostare l'attenzione dalle famiglie e dai ceti popolari alle grandi ricchezze e patrimoni che nel nostro paese continuano ad essere accumulati, anche grazie alle mafie. La ricchezza c'è ma va distribuita diversamente. Tutto questo si può e si deve fare se non affidare completamente il nostro destino nelle mani di coloro che avvelenandoci continuano a impoverirci e chiederci sacrifici e austerità.
Portavoce A Sud (dal Manifesto)

lunedì 23 luglio 2012

Ognun per sè, nessun per tutti - la nuova filosofia aziendale -



Dopo che i lavoratori della Fiat sono stati espropriati del contratto nazionale e del sindacato, possono dire defnitivamente addio anche a qualsiasi aumento reale e uguale per tutti del salario. Nel prossimo futuro i soldi dati dalla Fiat (PDR ad esempio) saranno il più delle volte decisi in maniera unilaterale dall'Azienda in base a meccanismi come la “presenza” che premieranno i pochi, a scapito dei molti che non prenderanno niente. Tutto questo per qualche spicciolo, perchè i soldi, quelli veri, a spartirseli non saranno gli operai: ma gli azionisti, i dirigenti e i capi.
I 600 euro che Fiat elergirà in questi giorni vanno tutti in questa direzione.
Fim e Uilm come tradizione vuole, hanno sottoscritto anche questa volta una vera e propria vergogna. Nella storia di questo Paese è successo poche volte che il sindacato firmi accordi aziendali che prendi i soldi, se rinunci ad esercitare in fabbrica i tuoi diritti di contratto o di Legge, come le ferie o la malattia per fare due esempi. O ancora più grave, il fatto di come le donne vengano penalizzate da quel tipo di Premio.
“Noi che siamo una squadra, noi che vinciamo con la squadra” hanno scritto in alto nelle offcine. Balle. La scritta dovrebbe essere: il grosso della squadra fatica, e l'elite di capi e preposti vari si spartiscono il raccolto.
Nell'aria restauratrice che si respira dentro le fabbriche Fiat intendiamo denunciare anche un altro aspetto: l'arroganza dei capi (non di tutti per la verità) nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. Uno in particolare da poco sbarcato da Pomigliano ha confuso la fabbrica con la caserma, e attraverso metodi poco ortodossi come la sfida o la provocazione, fa capire ai lavoratori chi comanda.
Per dirla con estrema chiarezza, di simili individui la fabbrica di Jesi e i trattori non sanno che farsene. Lo diciamo direttamente al Direttore dello stabilimento Silvestrini. E gli diciamo anche che per la Fiom non sono più accettabili atteggiamenti che hanno poco a che fare con la storia di questo stabilimento, e soprattutto con il rispetto che si deve alla dignità di chi da anni tutti i giorni lo manda avanti col proprio lavoro.
E' tempo che qualcuno si dia una regolata.
L'attacco ai diritti, al lavoro e alla democrazia impone al nostro sindacato, ai suoi iscritti e ai lavoratori tutti, di ritrovarci dopo le ferie il 15 Settembre alla Festa Provinciale della Fiom che organizzeremo a Jesi. Per l'occasione sarà presente il segretario generale Maurizio Landini con cui insieme decideremo come proseguire la nostra lotta di libertà dentro ai luoghi di lavoro.
Buone ferie e buona lotta a tutti!

P.s. Come su un altro pianeta, tutto il sindacato aziendalista continua a dire che in fabbrica e nel Paese “va tutto bene” e guai a chiedere soldi all'Azienda: la faresti chiudere. L'unica cosa che fanno sono incontri su incontri, di cui però, non si sa mai nulla.

Jesi, 20 Luglio 2012 La Rsu della FIOM CGIL
23 luglio 2012. Libera TV. Audiointervista a Maurizio Landini. Federmeccanica vuole cancellare il Contratto. Non è una trattativa ma una gara al massimo ribasso.