Pagine

lunedì 31 gennaio 2011

Tute blu, orari e contratti a confronto Fiat e Chrysler "sognano" la Germania

Tra le differenze che caratterizzano le tre aziende, un diverso concetto di diritto di sciopero.Tutti i dati della ricerca realizzata dall´associazione "Lavoro e welfare" 

TORINO - Hans, John e Francesco indossano la tuta blu da trent´anni. Producono automobili a Wolfsburg, quartier generale della Volkswagen, Detroit, dove ha sede la Chrysler, e a Mirafiori, cuore del sistema Fiat. Hanno contratti molto diversi tra loro. Francesco teme di fare la fine di John e spera di vivere un giorno come Hans. Hans si difende dall´incubo di finire come gli altri due. John considera Francesco un privilegiato e spera che perda un po´ di salario per poter trasferire in America il denaro sufficiente a pagargli il dentista nei prossimi anni. Il sugo della storiella è che Hans, John e Francesco non si incontrano mai e per questo si fanno la guerra.
Il confronto tra i contratti di Fiat, Chrysler e Volkswagen è stato promosso dall´associazione «Lavoro e Welfare» presieduta dall´ex ministro del lavoro, Cesare Damiano. I risultati della ricerca vengono presentati oggi pomeriggio alle 18 nei locali della sede nazionale del Pd a Roma. Lo storico Giuseppe Berta ha analizzato il contratto di Detroit, Piero Pessa ha studiato l´accordo di Mirafiori mentre Francescantonio Garippo, del consiglio di fabbrica di Wolfsburg, illustra il contratto Volkswagen.
John ha perso molto con la crisi Chrysler di due anni fa. Ciononostante John fa più pause di Francesco: in Chrysler ci si ferma 5 minuti ogni ora lavorata. Questo significa che John si ferma 40 minuti perché lavora 8 ore. Francesco, che ne lavora solo 7,30 (perché ha la mezz´ora di mensa retribuita) si ferma 30 minuti mentre se fosse a Detroit avrebbe diritto a 37,5 minuti. Hans si ferma più di tutti: perché ai 35 minuti di pausa pagata ne aggiunge 20 di pausa non retribuita. Se vogliamo aggiungere ai 30 minuti di pausa di Francesco la mezz´ora della mensa, l´italiano si ferma un´ora, il tedesco un´ora e 5 minuti e il povero John è ultimo con 40 minuti. Dagli studi comparativi dei ricercatori è chiaro che per Francesco l´America è in Germania. Dove il sindacato è forte. La settimana lavorativa di Hans dipende dalla produzione: può essere di 25 ore o di 33 (per chi è stato assunto dopo il 2005, di 35). Il salario è sempre uguale: «Questo - spiega Garippo - è il motivo per cui le aziende non riducono la produzione in Germania trasferendola altrove. Perché anche se la produzione scende i salari vanno pagati lo stesso». Ogni ora di straordinario viene contrattata con il consiglio di fabbrica. A Mirafiori invece la settimana lavorativa è di 40 ore ma l´azienda può ordinare 120 ore annue di straordinario senza trattative.
Un altro punto che divide le tre tute blu è il diritto di sciopero. John non ce l´ha: fino al 2015 non se ne parla. Francesco può scioperare solo su materie non regolate dal contratto di lavoro (che è molto dettagliato). Hans lo sciopero lo può fare se il 75 per cento degli iscritti al suo sindacato lo approva. A Wolfsburg la Ig metall rappresenta il 96 per cento dei dipendenti. Ma spesso rappresenta solo la metà dei lavoratori: così una minoranza può votare lo sciopero. Per 52 giorni dall´inizio di una vertenza non si potrebbe scioperare. Ma le aziende tollerano fermate spontanee.
Ovviamente anche sul salario le differenze sono enormi. John porta a casa 1.300 euro ma deve pagarsi la pensione e l´assistenza sanitaria. Francesco ha una busta paga netta di 1.200 euro ma sta meglio di John perché ha la mutua e la pensione. Hans guarda tutti dall´alto: con una settimana di notte e un figlio porta a casa 3.700 euro lordi, 2.500 netti. Un ultimo particolare: l´azienda di Hans contende a Toyota e Gm la leadership mondiale.

sabato 29 gennaio 2011

Alle 3 del mattino, 250 persone si ritrovano davanti alla fabbrica che produce trattori per la Fiat, in solidarietà con lo sciopero Fiom. Tra letture di Di Ruscio, musica da un camioncino e corpo a corpo con i «crumiri» che vogliono entrare, il racconto di una notte ai cancelli. di Angelo Ferracuti dal Manifesto

JESI. Me ne rendo conto solo adesso che sto per arrivare a Jesi nella fabbrica della Fiat-Cnh dove la Fiom delle Marche ha organizzato la "Notte rossa": sono ormai dieci anni che non scrivo più fiction ma soprattutto "racconti dal vero", e molti di lavoro nei posti più diversi dell'Italia. Gli operai morti di amianto nei cantieri navali di Monfalcone, quelli del disastro della Mecnavi di Ravenna, i cinesi di Prato, i pachistani calzaturieri di Civitanova, i mobbizzati alla Micron di Avezzano, un musicista aggredito dagli orchestrali all'Arena di Verona, i raccoglitori di pomodori del foggiano o di Castel Volturno, i minatori pugliesi che mi hanno raccontato la tragedia di Marcinelle, ma anche i postini e i maestri dell'Irpinia orientale, gli attori precari, i camionisti, le materassaie morte a Montesano della Marcellana, persino la storia esemplare di Guerriero Rossi, un sindacalista della Tod's al quale il padrone Diego Della Valle ha letteralmente fatto le scarpe licenziandolo in tronco solo perché gli aveva scritto una lettera aperta. È accaduto la prima volta nel 2001, poi non ho smesso più questo solitario pellegrinaggio fatto a piedi, sopra i treni, in corriera, raggiungendo i luoghi più diversi in macchina o con mezzi di fortuna. Così ora sono qui, alle tre del mattino, dove inizia un'altra di queste storie che nessuno racconta, una narrazione che nessuno colpevolmente vuole più fare, mentre i giornali e i magazine padronali ripetono, all'incontrario, l'epica patinata dei capitani d'industria. Dove li avevano fatti sparire gli operai? Cancellati dalla pornografia televisiva, scherniti come fossero Mammut o pezzi di modernariato, oggi si giocano l'ultima partita, quella della dignità, in un paese spaventosamente affogato nell'orgia del potere e nell'impotenza di una sinistra balbuziente.
Quando arrivo nella zona industriale di Jesi è ancora buio pesto. Scorgo sulla via dove transito, che naturalmente è via Giovanni Agnelli, un assembramento di persone. Sono le tre del
mattino ma già saranno almeno in duecentocinquanta davanti allo stabilimento dove si producono trattori New Holland. Sono quasi tutti giovani, molte le ragazze, con figli a carico, i mutui da pagare, la vita incerta di questi nostri anni terribili. Al centro della strada un gazebo con le bandiere, di lato un fuoco che arde in un braciere, dietro il barbecue con la carbonella. Stanno arrostendo carne alla brace, la notte sarà lunga. Dovrebbe arrivare anche Marino Severini, voce barricadiera dei Gang. Davanti ai cancelli gli striscioni e un cartello con una delle copertine del nostro giornale: l'immagine ritrae Bonanni e Angeletti, sotto c'è il titolo perfetto «le mosche del capitale», con aggiunto in alto, scritto a pennarello, «servi». Un titolo che è quello di un romanzo quanto mai attuale di Paolo Volponi, marchigiano di Urbino, a un tiro di schioppo da qui. Di quest'epoca odiosa «dopo Cristo», così come l'ha definita un "geniale" pensatore della qualità globale (ha sostituito solo come vezzo il maglione agli orologi allacciati sui polsini, ma la razza è la stessa), aveva sentenziato malinconico: «Il racconto è finito. La narrazione, se vuole, è il bancone del supermercato. Lei non potrà mai raccontare niente di me!». Lui l'aveva conosciuto il mondo Fiat, se non altro per averci lavorato, se non altro per essere stato espulso nel 1975 solo perché aveva fatto dichiarazione di voto al Pci. Dal furgoncino con il gruppo elettrogeno la musica allestito dal Csoa Tnt, vanno uno dietro l'altro Jannacci, la Bella ciao dei Modena. Incontro il Segretario regionale della Fiom Ciarrocchi, che è già davanti al cancello a picchettare. Ritrovo Peppone, con la barba bianchissima e folta da patriarca, che non vedo da anni. Arriva Giampiero, che mi abbraccia e ci invita entrambi a bere un Rosso Conero denso, molto profumato. Serve a combattere il freddo, che qui si fa sentire.
«Questa è una fabbrica di novecentocinquanta operai, noi abbiamo un centinaio di iscritti, ma nelle elezioni delle Rsu siamo il primo sindacato», dice Ciarrocchi orgoglioso. Tra poco, alle cinque, smonteranno gli operai del turno di notte, si faranno avanti quelli del successivo. Quando cominciano ad arrivare, con i fagotti dove tengono le merende, stretti nei giacconi, un muro di corpi protegge il cancello dell'entrata. Un ragazzo giovane vuole passare, c'è un sapiente lavoro di spalle per cercare di farlo fermare a discutere. Uno gli dice «ci vogliono servi, se entri sei un servo anche tu». Lui risponde che è un interinale, insiste, lo lasciano andare. Subito dopo è il turno di una ragazza giovane. Spaurita avanza titubante, ma sorride. I compagni di lavoro ai picchetti la riconoscono, la chiamano per nome. Uno piuttosto svelto di lingua sui trent'anni le dice: «Vengo dalla Caterpillar, anche io ho i figli come te. Dai, non entrare, oggi è un giorno importante». La tipa è indecisa, poi alla fine decide: «Va bene, basta, vado via», e fila verso l'utilitaria. Segue un applauso, qualcuno la ringrazia. La scena si ripete poco dopo quando si presentano ai cancelli altri tre ragazzi. Uno di loro è più spavaldo, anche più alto e corpulento, cerca di scansare gli operai e di trovare un varco. Il "corpo a corpo" tra compagni di lavoro è drammatico, sento in questo scontro tutto sommato pacifico di arti, muscoli e parole, la difficoltà comunque sofferta di una scelta. Salgono le urla di «crumiri!», un vocabolo che sembrava essere caduto in disuso, prescritto dal pensiero dominante dell'epoca. Poi il tipo alto riesce ad entrare in fabbrica, apostrofato dagli insulti potenti dei presenti. Dice Ciarrocchi che non sono entrati più di dieci operai su 350, non riusciranno neanche ad avviare la produzione.
Sono quasi le sei, fa molto freddo, mi invitano a leggere. Prima di me parla una giovane rappresentante della Fiom, dice a tutti che è molto contenta, lo sciopero è riuscito, «è stata una giornata epica», ripete commossa, proprio così. Penso che se c'è davvero ancora qualcosa di epico è questa irriducibile classe operaia italiana. Continuano a presidiare le fabbriche, a fare gli scioperi della fame, sono saliti sui tetti e sulle gru, ma non si sono piegati ai nuovi padroni e alla loro volontà di potenza. Così mi viene in mente di leggere le poesie di un poeta metalmeccanico nato a Fermo, nella mia città, emigrato a Oslo negli anni '50, Luigi Di Ruscio, una delle voci più autentiche della poesia italiana contemporanea. Leggo un testo sulla fabbrica dove lui si descrive: «Inizia il giro delle ore sulla trafilatrice/che mi aspetta con la bocca spalancata/inizia la mia danza il mio spettacolo». Poi ne leggo un'altra molto conosciuta, di rara forza espressiva, una specie di manifesto della condizione operaia universale: «Chiudere un porco vero nel reparto/non un porco normale/un porco insomma, un maiale insomma/chiuderlo nel reparto per otto ore/vediamo come reagisce l'associazione protezione animali/vediamo come reagisce a questa estrema crudeltà il maiale/schianta strozza impazzisce s'indemonia» (...) «chi lavora in reparto/ è stato selezionato per tutta una cosa diversa/resisti allo schianto per tutta una stagione/sei un animale diverso farti a pezzi non serve a niente» (...) «chi lavora in una fabbrica per infinite ore consecutive/può diventare molto pericoloso/controllate tutti i telefoni/apri il suo cervello vedi cosa medita/misura la sua rabbia/aspettati che scoppi». Seguono gli applausi. Se li merita tutti.
Alle otto è già tutto chiaro, comincio a scorgere gli immediati dintorni. La grande fabbrica adesso è più visibile, silenziosa e spettrale, i guardiani in divisa sono sempre composti al loro posto come sentinelle. Varcato questo cancello finisce il nostro mondo e ne comincia un altro. Con regole diverse, con leggi diverse, anche qui dopo l'accordo di Mirafiori si sono azzerati i diritti fondamentali, si è tornati indietro di cento anni. Questa è l'ora comoda degli impiegati. Quando cominciano ad arrivare ti rendi conto subito che hanno un'antropologia di gesti e di vestiario diversissima. Cappelli brizzolati ben pettinati, paltò scuri eleganti, borse in cuoio o zainetti griffati. Gli impiegati assomigliano molto ai padroni, come i cani ai padroni dei cani. Gli operai li bloccano. «Oggi non si entra». Alla fine dello stradone vedo un'auto della Polizia, ma nessuno degli agenti a bordo interviene. Allora gli zelanti impiegati fanno dietrofront, sembrano andarsene verso le auto. Invece costeggiano la cancellata e vanno a passi rapidi sul retro, dove c'è un altro ingresso. Li seguo. Quando arrivano a destinazione stessa scena, gli operai serrano le fila, li bloccano. Allora intervengono i carabinieri, poi anche i poliziotti, vola qualche urlo, due strattoni in tutto, e alla fine questi signori e signore cinquantenni entrano, anche se le loro orecchie debbono sentirne di tutte i colori: «Servi!!...bastardi!!... tanto la globalizzazione non risparmierà neanche voi!!». Un ragazzo piuttosto agitato dice: «Non bisogna berci neanche più il caffè alle macchinette con quegli schifosi». Sono piccole mosche anche loro, somigliano ai «manager industriali di successo (...) le sapienti colorate voraci mosche del capitale, sì le mosche ... per di più svolazzano e ronzano dappertutto, in bell'inglese, per andare a succhiare e a sporcare» come scriveva sempre Volponi.
Ora si va tutti al Porto di Ancona, dove c'è la manifestazione e il comizio, ma il racconto deve continuare. «Non lasciamoli soli» hanno scritto in questi giorni un gruppo di intellettuali torinesi in un appello, ma in realtà sono loro che non hanno lasciati soli noi.

venerdì 28 gennaio 2011


(AGI) - Ancona 28 gen. - Adesione massiccia allo sciopero indetto dalla Fiom Cgil da parte degli operai e lavoratori delle industrie marchigiane.
  Secondo l'organizzazione sindacale, almeno il 75% degli addetti ha incrociato le braccia, oggi per sostenere l'iniziativa di protesta contro il cosiddetto "Piano Marchionne". Oltre alle 7mila persone che hanno partecipato al corteo di Ancona, che poi ha attraversato la citta' per terminare nella zona del porto, con l'intervento conclusivo del Segretario nazionale Sergio Bellavista, molte migliaia sono stati anche i lavoratori che hanno seguito le indicazioni della Fiom astenendosi dal lavoro nella propria azienda di appartenenza. Secondo il sindacato, le punte di maggior adesione sono state raggiunte nell'anconetano. Qui hanno scioperato il 90% degli operai dell'Ariston, il 90% dell'Ask, il 100% dell'At metalli, mentre alla Best il 75% e il 98% alla Fiat Cnh (macchine agricole) di Jesi. Alta adesione anche all'Isa , con il 100%, alla Faber con il 90%, alla Caterpillar con il 70%, all'Indesit con il 75% e all'Elica con il 60%.
  Nella provincia di Ascoli Piceno all'Indesit group di Comunanza si e' arrivati al 70% di lavoratori in sciopero, alla Cisa al 65%, all'Adim al 65%. Nel maceratese poi, l'adesione alla CI&T e' stata del 98% e alla GI&D del 70%. Alla Metallex di Fermo infine, l'80% degli operai ha partecipato all'iniziativa di protesta

Landini (Fiom): “All’Assemblea nazionale proporremo l’avvio di una campagna straordinaria di discussione nelle aziende per decidere come proseguire la mobilitazione per il Contratto nazionale, i diritti e la democrazia”

 

 “Oggi centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori metalmeccanici, quelli iscritti e non iscritti alla Fiom, sono con noi in questa come nelle altre piazze d’Italia.” Maurizio Landini, Segretario generale della Fiom-Cgil, ha iniziato così il suo intervento a Milano, guardando una Piazza del Duomo gremita a conclusione del lungo corteo partito da Porta Venezia.
“E’ il segno - ha affermato Landini - che la maggioranza dei lavoratori non solo rifiuta il modello autoritario di Marchionne, Federmeccanica e Confindustria, ma lotta per cambiare questo paese ingiusto. E’ il segno che abbiamo ragione e anche la forza per modificare il presente e costruire il futuro. Non ci fermeremo, continueremo fabbrica per fabbrica, azienda per azienda a lottare per riconquistare il Contratto nazionale, difendere i diritti e la democrazia.”
“Noi - ha proseguito Landini - diciamo no alla ‘modernità’ di chi vuole i lavoratori l’uno contro l’altro in nome della competizione. Sviluppo non è riduzione dei diritti, non è negazione della democrazia, ma innovazione, ricerca, intervento pubblico. A chi, nel mondo politico e non solo, ci ha spiegato cosa avrebbe fatto se fosse stato un operaio di Pomigliano o di Mirafiori, diciamo: provate a immedesimarvi tutti i giorni con chi produce la ricchezza di questo paese e cominciate ad occuparvi seriamente di lavoro. In questa piazza non ci sono solo i metalmeccanici, ci sono lavoratori di altre categorie, ci sono i giovani, gli studenti che si stanno battendo perché anche il sapere, come il lavoro è un bene comune.”
“Il rapporto che in questi mesi abbiamo costruito è l’elemento di novità ed è prezioso, perché le questioni che stiamo ponendo sono questioni generali, di tutti. E allora – ha concluso Landini tra gli applausi - abbiamo bisogno di unificare le lotte, di mettere in campo lo sciopero generale di tutti i lavoratori e solo la Fiom e la Cgil lo possono fare. Sappiamo perfettamente che non è facile da costruire, che non sufficiente, ma lo dobbiamo fare. I lavoratori sono pronti a battersi. Va bene partecipare, ma ci sono momenti in cui bisogna avere il coraggio di osare, di agire, perché se non lo fai, di sicuro hai già perso. E noi, questa battaglia la vogliamo e la possiamo vincere.”
“All’assemblea nazionale della Fiom - ha infine detto Landini -, assemblea che si terrà dal 3 al 4 febbraio a Cervia, proporremo l’avvio di una campagna straordinaria di discussione nelle aziende per decidere con le lavoratrici e con i lavoratori come proseguire nella mobilitazione per il Contratto nazionale, i diritti e la democrazia.”
Roma, 28 gennaio 2011

sabato 22 gennaio 2011

Verso un nuovo feudalesimo aziendale

di Guido Viale, il manifesto

A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?

Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?

Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato).

Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo.

Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa? Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti.

Mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari.

Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?

L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group.

Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?

Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa.

Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.

Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate?

La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.

Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo.

Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.

Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?

Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano.

La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza.

Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.

(20 gennaio 2011)

UNITI CONTRO LA CRISI / ASSEMBLEA @ JESI (estratto)

mercoledì 19 gennaio 2011

Sciopero Fiom, a Jesi la 'Notte Bianca' della Fiat


Il programma della mobilitazione del 28 gennaio nelle Marche


Dopo Mirafiori, la Fiom delle Marche con il segretario generale Giuseppe Ciarrocchi traccia il percorso che condurrà il sindacato allo sciopero generale del 28 gennaio. Lo si apprende in una nota della sigla di categoria che annuncia una serie di iniziative tra cui, anzitutto, l'appello per raccogliere firme a sostegno della lotta per i diritti dei lavoratori. Le assemblee per spiegare i contenuti dell’accordo di Mirafiori si stanno svolgendo in tutta la regione e nei sit-in nelle principali piazze marchigiane. 
Domani, 20 gennaio, è in programma l’arrivo di Maurizio Landini, segretario generale delle tute blu Cgil, per partecipare alle assemblee alla Fiat Cnh di Jesi, dalle ore 8 alle 9 e poi dalle 17 alle 18. Sempre domani, a partire dalle ore 9,30, Landini prenderà parte all’assemblea regionale di delegati Fiom alla Fiera della Pesca di Ancona, aperta anche a rappresentanti di altri movimenti e associazioni. La giornata di Landini si concluderà alle 21 a Jesi con un incontro al centro sociale di Jesi, Tnt. 

Per lo sciopero generale, nelle Marche è prevista la "Notte Bianca" della Fiat: dalla mezzanotte fino alle 8,30 del mattino, lavoratori e sindacalisti, con l’adesione di movimenti e associazioni, si ritroveranno davanti allo stabilimento della Fiat Cnh di Jesi. Poi, alle ore 10, la manifestazione per lo sciopero: il concentramento è al Mandracchio di Ancona per poi dare vita al corteo per le vie della città.


se magna, se canta, se svina

 ps. Per la buona riuscita dell'iniziativa si auspica una massiccia presenza dei lavoratori