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venerdì 12 novembre 2010

A che servono le Newco? A «defiommizzare» la Fiat


C'è una parola che va per la maggiore in casa Fiat, suona bene, muove l'immaginario collettivo. Questa parola è Newco, che in realtà vuol solo dire nuova società. Per fare una nuova società bisogna chiudere quella vecchia e quindi riassumere in base a nuove regole chi ci lavorava. Mica tutti. Le nuove regole e le nuove società, si dicono neanche a bassa voce capi e capetti al servizio di Sergio Marchionne (le mosche del capitale), servono principalmente a una cosa: defiommizzare la Fiat, fare le pulizie pasquali in tutti gli stabilimenti per liberarsi di ogni resistenza e intelligenza critica e autonoma. Roba da far rimpiangere i tempi del ragionier Valletta, che su ordine e con gli assegni dell'ambasciatrice americana Luce aveva cancellato il Pci e la Fiom dalle fabbriche del senatore Agnelli, spaccato il sindacato, inventato sindacati gialli. Adesso per Marchionne l'operazione sembrerebbe addirittura più semplice: il sindacato giallo c'è già, lo stesso inventato negli anni Cinquanta con il nome cambiato, da Sida a Fismic. C'è un sindacato ex fascista che è l'Ugl e ci sono due sindacati complici pronti per l'uso, Fim e Uilm che scimmiottano Marchionne, fino a sostenere che quel che dice il capo loro l'avevano già pensato. Defiommizzare. Fa una certa impressione l'idea che in un paio d'anni l'Italia si possa riempire di fabbriche gialle, almeno quelle non ancora chiuse. Perché se continua così, con la Fiat che in un mercato europeo in sofferenza continua a perdere quote perché non ha modelli e non perché c'è la Fiom, le cose si mettono male per chi ci lavora. Del resto, cosa ha detto Marchionne a «Che tempo che fa»? Che l'Italia gli abbassa la media del fatturato e dei profitti - ma non della sua busta paga. Per carità, la Fiat non vuole andarsene dall'Italia ma pretende alcune condizioni: tutto il potere, flessibilità totale della manodopera e dimezzamento dei diritti. Per via legislativa come sta facendo il governo e con le Newco alla Pomigliano. Newco in cui, nell'intenzione del Lingotto, i rompiballe che pretendono diritti non metteranno piede. A Mirafiori, il cui futuro è appeso a un mercato sempre più defiattizzato e alle decisioni di un despota, si potrebbe fare una Newco modificando non solo nome e leggi ma anche la proprietà: non più Fiat ma Fiat-Chrysler, o più probabilmente viceversa. Mirafiori non più quartier generale della multinazionale italiana dell'auto ma la più grande fabbrica Chrysler in Europa. Intanto si fanno le prove generali, si sondano gli alleati sindacali che non vedono l'ora di fare come a Pomigliano, magari aggiustando un po' l'accento. Ieri Fim, Uilm, Fismic, Ugl e addirittura l'associazione dei capi e quadri hanno fatto le assemblee nella fabbrica torinese e si sono trovate di fronte a una sorpresa: anche i loro operai pretendono tracce di democrazia, e magari un referendum sugli accordi che li riguardino. Oggi si terranno le assemblee della Fiom ma Marchionne se ne fotte, solo ieri ha ribadito che lui con la Fiom - che nel gruppo Fiat rappresenta il 35% dei dipendenti - non vuole discutere e trattare. Facendo così andare su tutte le furie la nuova segretaria della Cgil, Susanna Camusso, che già il giorno prima aveva dovuto incassare l'intollerabile rifiuto di Marchionne di aprire un tavolo con sindacati e governo sul suo piano industriale. Così gli sforzi, condivisibili o meno ma certo rispettabili di ricucitura con Cisl e Uil e di interlocuzione positiva con i padroni di Camusso rischiano di essere bluciati dentro un conflitto di classe in cui l'avversario vuole tutto. Ma non era finita la lotta di classe?

Loris Campetti

La Fiom: fermate la trattativa sulla produttività

Testo conclusivo del Comitato Centrale dell'8 novembre (...)

A) Il grande successo della manifestazione nazionale dello scorso 16 ottobre a Roma rafforza le ragioni della nostra mobilitazione, indica l'esistenza di un vasto dissenso sociale alle politiche del Governo e della Confindustria chiede alla Fiom ed alla Cgil di continuare con una azione ed una pratica sindacale nei luoghi di lavoro e nel Paese che coerentemente difenda l'occupazione e delinei un'alternativa sociale e industriale di uscita dalla crisi.
La grande partecipazione al 16 ottobre ha rimesso al centro della discussione sociale e politica, il lavoro quale interesse generale del Paese, il valore del Contratto nazionale, e della democrazia in alternativa alla deleteria pratica degli accordi separati, ed ha riaffermato che a partire dalla Fiat non è accettabile lo scambio tra riduzione dei diritti e investimenti, ma al contrario va affermata una nuova politica industriale socialmente ed ambientalmente sostenibile fondata sulla qualità delle prestazioni lavorative, sulla stabilità dell'occupazione, sull'innovazione dei prodotti, sul diritto alla Contrattazione collettiva, su un nuovo intervento pubblico nell'economia anche per una nuova occupazione.
Il 16 ottobre è stato capace di unire, a partire dalla piattaforma della Fiom, le lotte in corso degli studenti, dei precari, dei lavoratori pubblici e privati, dei migranti, dei pensionati, dei movimenti sui beni comuni e in difesa dello stato sociale, dei movimenti in difesa della Costituzione e contro la deriva del Governo Berlusconi, avviando dei rapporti, un percorso ed un dibattito nuovo che va alimentato e perseguito sia a livello nazionale che sul territorio.
In tale ambito il Comitato Centrale della Fiom, da mandato alla Segreteria nazionale di definire le modalità di sostegno e di partecipazione alla settimana di mobilitazione organizzata dallo Spi nel mese di novembre, alla mobilitazione degli studenti il 17 novembre, alla mobilitazione nazionale per i diritti dei migranti promossa dalla Cgil per il 18 novembre ed alla mobilitazione indetta dai movimenti per l'acqua per il 4 dicembre 2010.

B) Il Governo con il consenso della Confindustria ha fatto approvare dalla sua maggioranza in Parlamento il famigerato Collegato al Lavoro, legge che il Presidente della Repubblica aveva rinviato alle Camere, con cui si destruttura il diritto del lavoro nel nostro paese, rendendo sempre più difficile per il singolo lavoratore far valere in sede giudiziaria la lesione dei propri diritti.
La Confindustria ha ribadito che va affrontato il nodo della crescita di produttività agendo in due direzioni:
• rendere ancora più libero senza vincoli l'utilizzo del ricorso ai contratti a termine e di somministrazione ed allungare il periodo di prova per le assunzioni a tempo indeterminato;
• effettuare un tagliando all'accordo separato del 2009 al fine di sancire che un Contratto nazionale più “lungo e generale”, derogabile a livello aziendale, più leggero sui temi dell'orario dell'inquadramento e del salario è ciò che serve alle Imprese. Vogliono avere l'utilizzo degli impianti, la distribuzione degli orari (giornalieri, settimanali, mensili, annuali) più utile alle esigenze produttive e di mercato. Vogliono trasformare il salario in un elemento totalmente variabile legato all'andamento aziendale.
Contemporaneamente la Fiat continua a negare qualsiasi confronto sul piano industriale, continua a voler cessare le attività a Termini Imerese facendo saltare oltre 2.500 posti di lavoro, disdice gli accordi aziendali in vigore in materia di agibilità sindacale e di contrattazione dei tempi e metodi di lavoro ed ha reso esplicita la volontà di procedere a Pomigliano con la costituzione di una nuova Newco in cui riassumere individualmente gli attuali lavoratori già dipendenti del gruppo Fiat nel sito campano, per sancire il completo superamento del Ccnl.
A fronte di tutto ciò il Comitato Centrale della Fiom è impegnato a:
• favorire la massima partecipazione, dei metalmeccanici alla manifestazione nazionale indetta dalla Cgil per sabato 27 novembre a Roma;
• confermare la richiesta alla Cgil di proclamare lo sciopero generale di tutte le categorie pubbliche e private e dei pensionati.
Il Comitato Centrale della Fiom impegna tutte le proprie strutture a realizzare un'ampia e diffusa campagna di informazione in tutti i luoghi di lavoro e in tutto il Paese, e a tal fine proclamare 2 ore di sciopero contro il Collegato al lavoro.
Dà mandato alla Segreteria nazionale di valutare la possibile predisposizione di una lettera d'impugnazione dell'illegittimità dei contratti a termine e di richiesta di trasformare a tempo indeterminato per realizzare nei 60 giorni previsti dal Collegato al lavoro una campagna straordinaria di lotta al lavoro precario.

C) Il Comitato Centrale della Fiom valuta che il tavolo di confronto aperto con le controparti imprenditoriali, proposto dalla Confindustria, si sta svolgendo senza che l'insieme dell'organizzazione abbia potuto conoscere e discutere preventivamente i contenuti e le proposte con le quali la Cgil partecipa a tale negoziato.
Il Comitato Centrale considera non condivisibile che siano stati consegnati al Governo documenti con il consenso della Cgil in cui ad esempio si richiede “di incrementare e rendere strutturali tutte le scelte normative che incentivano la contrattazione di secondo livello, che collegano aumenti salariali variabili all'andamento delle imprese”. Così nei fatti si svuota il ruolo salariale dei contratti nazionali, tanto più in una situazione di grave crisi.
Così come ad esempio, in presenza dell'accordo di Pomigliano e dell'accordo separato sulla derogabilità, nel caso della nostra categoria, non è condivisibile che la Cgil condivida che “nuovi investimenti produttivi e le crisi occupazionali nel Mezzogiorno dipendono da riforme di sostegno al lavoro, attraverso l'utilizzo di tutte le strumentazioni contrattuali nazionali e decentrate”.
In ogni caso il Comitato Centrale della Fiom, considera che materie relative agli orari di lavoro ed ai contenuti della contrattazione collettiva che compongono la prestazione lavorativa siano e debbano rimanere di titolarità della categoria.
Per queste ragioni il Comitato Centrale della Fiom considera non praticabile il tavolo di confronto sulla produttività proposto dalla Confindustria e chiede alla Cgil di sospendere tale negoziato e di mettere nella condizione tutta l'organizzazione fino ai luoghi di lavoro di poter conoscere e discutere preventivamente le scelte e gli orientamenti negoziali della Cgil.
In tale contesto per superare la pratica degli accordi separati si impone la necessità di definire regole certe sulla rappresentanza e sulla democrazia. La definizione di una proposta da parte della Cgil deve essere il frutto di una tale discussione che sappia mettere al centro il diritto al voto del singolo lavoratore, per poter decidere e partecipare.
Tali scelte sono necessarie tanto più a fronte di un’evidente crisi del Governo di centro-destra e per impedire qualsiasi scambio tra questioni sociali ed evoluzione del quadro politico.

D) Il Comitato Centrale valuta positivamente gli accordi aziendali ad oggi realizzati che confermano l'applicazione del Ccnl del 2008 e riconoscono aumenti salariali certi ed aggiuntivi per le lavoratrici e i lavoratori.
Le strutture territoriali ad ogni livello sono impegnate ad estendere tale azione negoziale in difesa del Ccnl del 2008 ed avviare anche il contenzioso giuridico per affermare che il Ccnl efficace e legittimo in vigore nel settore metalmeccanico è quello del 2008 senza alcuna derogabilità.
Il Comitato Centrale convoca per il 3 e 4 febbraio 2011 l'Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati per decidere, contenuti, tempi e modalità di presentazione della piattaforma per il rinnovo del Ccnl del 2008 e per valutare e decidere tutte le azioni necessarie a garantire una coerente continuità con la manifestazione del 16 ottobre 2010.
La Segreteria nazionale è impegnata a predisporre specifiche iniziative di approfondimento.
Il Comitato Centrale dà mandato di convocare entro gennaio 2011 un’Assemblea delle delegate e dei delegati migranti per una discussione complessiva su come far vivere tale tema nella discussione e nella pratica della Fiom. Tale assemblea dovrà vedere anche la partecipazione del Comitato Centrale.

E) Il Comitato Centrale, condivide e sostiene la scelta del Coordinamento nazionale del Gruppo Fiat di aver convocato per il 18 novembre 2010 l'assemblea delle delegate e dei delegati a Roma, per decidere tutte le iniziative necessarie a difendere, innovare e sviluppare le filiere di produzione di mezzi di trasporto in Italia e dell'occupazione, nel rispetto del Ccnl e delle leggi del nostro Paese.

F) Il Comitato Centrale della Fiom in coerenza con gli obiettivi ed il successo della manifestazione del 16 ottobre avanza le seguenti proposte:
• La riunificazione del mondo del lavoro pone la necessità di assumere quale evoluzione dell'attuale sistema di relazioni sindacali la realizzazione del Contratto dell'Industria.
Il processo di unificazione a livello europeo dei sindacati dell’industria (metalmeccanico, chimico, tessile) deve prevedere uno sforzo analogo a livello italiano. In questa ottica, nel nostro Paese si può prevedere quale passaggio intermedio l'unificazione dei Contratti nazionali per ogni categoria.
Il Ccnl deve avere l'obiettivo di difendere e di incrementare il valore reale dei salari assumendo di redistribuire con il Ccnl parte della ricchezza prodotta verso il salario delle lavoratrici e dei lavoratori. Deve mantenere una struttura certa e comune sull'insieme dei diritti e dei contenuti della prestazione lavorativa a partire dall'orario e dall'inquadramento. La contrattazione di secondo livello deve avere carattere integrativo al Ccnl e può svilupparsi a livello di azienda, di sito e di filiera affrontando così il problema della sua estensione anche nelle imprese di minore dimensione occupazionale.
• Nel confermare il valore della proposta di legge da noi presentata in parlamento e la necessità di una regolamentazione legislativa in materia di democrazia e rappresentanza, si propone a Federmeccanica a Fim e Uilm l'apertura di un tavolo e di confronto per definire l'eleggibilità della Rsu anche nelle imprese sotto i 15 dipendenti, il superamento dell'1/3 riservato alle organizzazioni sindacali, procedure per la validazione delle piattaforme e degli accordi tramite il ricorso al voto referendario anche in caso di diverse posizioni.
• La possibile istituzione di un reddito di cittadinanza che, nell'ambito di una riforma del sistema di ammortizzatori sociali e di previdenza sociale, sia da un lato in grado di garantire il diritto allo studio a tutti, dall'altro affronti la questione di una tutela a fronte di una disoccupazione non volontaria, figlia di una precarietà esasperata.

G) Campagna “Io sto con la Fiom”.
Il Comitato Centrale della Fiom dà mandato alla Segreteria nazionale ed alla Consulta Organizzativa di predisporre una campagna di sindacalizzazione e di sostegno alla Fiom-Cgil straordinaria articolata sulle seguenti azioni:
1. Invitare le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici non iscritti a nessun sindacato a iscriversi e sostenere la Fiom e di conseguenza a non versare la quota contrattuale a Fim e Uilm.
2. Avviare da gennaio 2011 una campagna di rinnovo della delega e di nuove iscrizioni ala Fiom-Cgil.
3. Organizzare un Tour con rappresentanti dello spettacolo, della cultura, e della società civile a sostegno della piattaforma del 16 ottobre.
4. Trasformare la Cassa di resistenza metalmeccanica in un'associazione aperta ai contributi individuali di chi intende sostenere le azioni della Fiom e le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici, con modalità che saranno presentate alla discussione.

Approvato all’unanimità

mercoledì 10 novembre 2010

Lavoro: continuano a smontare la Costituzione

Il 9 novembre è un pessimo giorno per il mondo del lavoro. Esce infatti sulla Gazzetta Ufficiale, e quindi diventa operativo entro 15 giorni, il “collegato lavoro”. Un insieme di leggine e provvedimenti che contorna un attacco brutale ai diritti costituzionali dei lavoratori. I due provvedimenti più nefasti sono la sanatoria, a favore delle imprese sul lavoro precario, e l’introduzione pressoché obbligatoria dell’arbitrato.

La prima misura stabilisce che, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge, decadono tutti i diritti accumulati dai lavoratori precari assunti in maniera non conforme alla legge e ai contratti. Mentre per i migranti che hanno pagato migliaia di euro c’è l’imbroglio della sanatoria truffa, pagano e vengono espulsi. Per gli imprenditori che hanno violato la leggi nei confronti dei precari si fa l’esatto contrario. O i lavoratori ricorrono entro 60 giorni oppure perdono per sempre qualsiasi diritto. In questo modo passa il principio aberrante e anticostituzionale che si possono cancellare retroattivamente dei diritti acquisiti.

L’introduzione dell’arbitrato nelle cause di lavoro è una vera e propria privatizzazione della giustizia. Nel momento della massima debolezza contrattuale del lavoratore, cioè all’inizio del rapporto di lavoro, questo viene costretto a sottoscrivere la rinuncia a ricorrere dal giudice per tutelare i propri diritti e l’accettazione di un arbitro privato, per sempre e per ogni motivo.

L’arbitro a sua volta non agirà secondo la legge, ma secondo un più generico e accomodante principio di equità.
Il Presidente della Repubblica aveva rinviato alle Camere il “collegato lavoro”, perché lo riteneva squilibrato a danno dei lavoratori. Senza alcuna modifica sostanziale ora questa legge viene per la seconda volta e definitivamente approvata.

Mentre il palazzo è squassato dalla crisi politica personale di Berlusconi, il lavoro di smantellamento della Costituzione formale e materiale del paese prosegue alacremente. E’ bene inoltre ricordare a tutti i tifosi del patto sociale e delle grandi alleanze antiberlusconiane che questa legge mostruosa è stata approvata in parlamento con i voti dell’Udc ed è stata sostenuta e caldeggiata da Cisl, Uil e Confindustria.

Giorgio Cremaschi

La Fiat prigioniera della sua storia


di Alfredo Recanatesi

E’ diventata grande in un mercato protetto e di prima motorizzazione, specializzandosi nelle vetture da fascia bassa che non consentono grandi margini di profitto. Oggi continua ad avere successo nei paesi che ancora richiedono questo tipo di auto (Brasile, Polonia, Turchia), ma è assente nei segmenti adatti a paesi a più alto reddito. Che Marchionne pensa di coprire non con Fiat, ma con Chrysler
Come per gli uomini, così anche per le imprese il passato spiega il presente e condiziona il futuro. Per comprendere appieno il rapporto attuale tra la Fiat ed il paese, inasprito – non c’è che dire – dalla ben nota intervista di Sergio Marchionne nella trasmissione di Fabio Fazio, è opportuno quindi richiamare qualche dato di storia.

La Fiat è diventata rilevante sulla scena mondiale dell’auto motorizzando un paese emergente qual era l’Italia negli anni ’50 e ’60 del secolo passato. Allora i mercati erano ancora fortemente segmentati; l’importazione di auto da qualsivoglia altro paese era penalizzata da forti dazi; vigeva, in buona sostanza, un regime di monopolio anche se operavano con qualche successo due altre case con ben precise connotazioni: la Lancia, un brand forte per la raffinatezza e i contenuti innovativi della sua produzione, e l’Alfa Romeo, con una connotazione essenzialmente sportiva. Entrambi questi marchi, come si sa, furono assorbiti dalla Fiat non per una politica espansiva della casa torinese, ma perché entrambi in crisi ed entrambi potenziali chiavi di ingresso in Italia di case straniere.
La mentalità prevalente sia nell’industria che nella politica era ancora quella pauperista di un paese prevalentemente indigente, non scevro da qualche complesso di inferiorità, dunque timoroso del confronto internazionale, sempre angosciato dall’incubo della disoccupazione. Questa mentalità costituì l’ambiente nel quale fu forgiata la Fiat e la sua progressiva crescita. Le indubbie capacità dei suoi progettisti furono indirizzate verso la produzione di vetture eminentemente popolari e, conseguentemente, si formarono una esperienza ed una specializzazione nelle auto di quei segmenti che hanno costituito, ad un tempo, un punto di forza ed un limite. Con le auto di queste categorie, infatti, poté avviare la sua espansione all’estero; ma un estero fatto esclusivamente di paesi emergenti quali Brasile e Argentina, Russia, Turchia, Polonia e nel futuro prossimo Serbia per servire mercati di prima motorizzazione. Proiettata su questa chiave strategica, ha lasciato deperire Lancia ed Alfa Romeo le quali, diventando versioni appena riviste delle auto Fiat, hanno perso quasi del tutto le specifiche connotazioni che le avevano distinte e fatte apprezzare nel panorama automobilistico mondiale.
Anche i paesi prossimi al nostro, nel ventennio del secolo passato che abbiamo richiamato, erano simili a paesi emergenti (o riemergenti dopo le tragedie della guerra): in Francia la produzione della Renault era incentrata sulla Dauphine; in Germania la Volkswagen sfornava esclusivamente Maggiolini; e la Bmw, entrata in crisi dopo aver tentato di riprendere la produzione di auto di rispettabile cilindrata, si risollevò con l’Isetta, l’antesignana delle minicar prodotta su licenza italiana e, soprattutto, crescendo – si fa per dire – con vetturette di 700 di cilindrata.
Oggi il mondo – come si ama ripetere – è cambiato. È cambiato non solo a motivo della globalizzazione, che ha reso ecumenica la competizione, ma è cambiato perché i sistemi economici hanno fatto strada consentendo una moltiplicazione dei redditi ed una evoluzione degli stili di vita. Di strada ne è stata fatta parecchia, e ne hanno fatta anche le case automobilistiche francesi e tedesche che abbiamo assunto come paradigmi. Di fronte alla globalizzazione sono cresciute per linee “esterne” incorporando altre case: Renault ha assorbito la giapponese Nissan; la Bmw, chiudendo la brutta esperienza con l’inglese Rover, ha tenuto per sé e rilanciato la Mini rilevando, nello stesso tempo, la prestigiosa Roll Royce; la Volkswagen, oltre ai marchi tedeschi Audi e Porsche, ha fatto man bassa in Europa assorbendo dalla spagnola Seat (che era della Fiat), alla ceca Skoda, fino alle esclusive Bentley, inglese, Bugatti, francese, Lamborghini, italiana. Di fronte allo sviluppo dei sistemi economici, dei redditi distribuiti e degli stili di vita, queste case hanno quasi del tutto abbandonato le utilitarie (qualcosa sopravvive, ma prodotta in paesi emergenti) per incentrare la produzione su vetture di fascia più elevata e soprattutto su nuove tipologie – monovolume, suv e crossover, coupè-spider, ecc. – in grado non solo di coltivare segmenti di mercato sempre più definiti, ma anche di puntare sul fattore emozionale che su mercati esclusivamente di sostituzione, come ormai sono quelli europei, costituisce un fattore di successo quasi sempre rilevante e talvolta determinante.
E la Fiat? Fino alla integrazione con la Chrysler la Fiat si è limitata ad evolvere la sua specializzazione nelle vetture di fascia bassa e medio-bassa con qualche tentativo nel segmento delle medie che non ne ha modificato l’immagine e la presenza sul mercato in quanto condotto lesinando gli investimenti. I marchi Lancia e Alfa Romeo, quelli con i quali avrebbe potuto potenzialmente seguire l’evoluzione dei più ricchi mercati italiano ed europeo, sono stati lasciati – come abbiamo detto – deperire; entrò tardi nel settore delle monovolume, e solo apponendo i suoi marchi su prodotti francesi; di suv, l’unico segmento che ha resistito alla crisi degli ultimi due anni, neanche l’ombra, come neanche l’ombra c’è di motori con più di quattro cilindri, di trazioni posteriori o integrali, tutti must necessari per imporsi sui mercati più maturi e redditizi. Per dirla in sintesi, la Fiat è rimasta una casa da paesi emergenti, e non è dunque un caso che Fiat Auto, come ha detto Marchionne ferendo l’italico orgoglio, guadagni dappertutto tranne che in Italia, quel dappertutto essendo fatto da Brasile, Polonia, Turchia.
Con questa strategia, Fiat si ritrova, infatti, a competere con i paesi a basso costo in segmenti di mercato nei quali i margini, se e quando ci sono, sono necessariamente bassi, rimanendo tuttora assente su quei segmenti nei quali i margini possono essere elevati.
Ora è in corso l’integrazione con Chrysler. Sul piano globale la sinergia consentirà di colmare alcune lacune dell’offerta – suv, monovolume, una berlinona americana grande, ma già ora concettualmente un po’ vecchiotta –, ma sul piano produttivo per gli stabilimenti italiani cambierà poco o nulla. Anzi, se troverà conferma quanto fin d’ora si delinea, i prodotti di fascia più alta del gruppo integrato verranno prodotti oltre Atlantico per essere importati o, bene che va, assemblati in Italia, residuando per gli impianti nazionali proprio la produzione delle auto di fascia più bassa. In una ottica esclusivamente domestica, dunque, si può concludere che l’integrazione con Chrysler preclude la prospettiva, ipotetica ma possibile, che la Fiat potesse evolvere impiegando i suoi insediamenti italiani in produzioni di più alta gamma e potenzialmente più redditizie.
Se la realtà è questa – e questa è – dovrebbe imporsi la massima cautela nell’accordare credito alla carota agitata da Marchionne quando ha prospettato retribuzioni più elevate in cambio di una maggiore efficienza. Il punto, infatti, è sempre quello che definimmo in una precedente nota del giugno scorso: la competizione nelle fasce più popolari del mercato dell’auto, nelle quali ci si confronta con le produzioni dei paesi a basso costo, può essere sostenuta solo alla condizione che il quadro operativo – salari, norme, organizzazione del lavoro, incentivi pubblici – sia complessivamente simile. Semmai si arriverà a rendere simili anche le condizioni operative nel nostro paese, forse – e va ripetuto forse – potrà anche essere conseguito un rendimento economico degli stabilimenti italiani che non costituisca più un peso per i conti di Fiat Auto, ma di qui a generare margini che consentano anche di innalzare le retribuzioni ce ne corre, e parecchio.
Marchionne ha recuperato una Fiat sull’orlo del precipizio: è stato bravo, certo, ma occorre anche dire che, avendola presa in mano quando era totalmente allo sbando, ha avuto anche un gioco relativamente facile. Per collimare con gli interessi e con le ambizioni dell’Italia ora dovrebbe misurarsi nella ardita operazione di portare la Fiat Auto da casa automobilistica da paese emergente a casa automobilistica da paese affluente, conquistando una quota nei segmenti di fascia alta con prodotti ad elevato valore aggiunto, appaganti, innovativi, oltre che tecnologicamente evoluti come le capacità e l’esperienza di tecnici e maestranze sarebbero in grado di realizzare senza temere la concorrenza di chicchessia. Nulla dalle parole di Marchionne sembra però avvalorare una simile ipotetica strategia, forse perché ormai questo ruolo è affidato alla Chrysler, e forse perché alle spalle non ha un azionariato disposto a sostenere una scommessa tanto ambiziosa. Probabilmente non è un caso che del suo piano industriale per l’Italia altro ancora non si sappia oltre alla chiusura di Termini Imerese e alla nuova Panda a Pomigliano, questa per altro tutt’altro che certa.
Il modello “dei paesi a noi vicini”, come ha definito quello tedesco e quello francese, rimangono quindi lontani; tanto lontani; con i dati ad oggi a disposizione addirittura chimerici. Ne consegue che il rapporto tra la Fiat e l’Italia non può prospettarsi né facile, né soprattutto sereno.

COMITATO CENTRALE DELL'8 NOVEMBRE - DOCUMENTO CONCLUSIVO

venerdì 5 novembre 2010

Intervista a Gianni Rinaldini - "Il 16 ottobre ci ha detto che esiste un'altra strada" di Piccioni Francesco

LA CGIL CHE VOGLIAMO • Intervista al coordinatore, Gianni Rinaldini
La nomina della Camusso a segretario generale della Cgil non ha messo fine alla dialettica interna. Anzi, le sue dichiarazioni programmatiche e soprattutto la «pratica» (è in corso una trattativa sulla «produttività» con Confindustna) sembrano accentuare le differenze. Gianni Rinaldini, coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo», stavolta mette da parte la diplomazia.
Quali strade per il sindacato, ora?
La Cgil è a un bivio. Tra la necessità di affermare una pratica contrattuale e rivendicativa e quella di rovesciare ciò che Confindustria, Cisl, Uil e governo hanno costruito nel corso di questi anni come risposta alla crisi. E' necessario fare un'operazione di verità: stanno attuando con assoluta coerenza la distruzione della struttura dei diritti (ultimo esempio il Collegato lavoro) e del contratto. Non siamo - anche nei rapporti sindacali - di fronte a divergenze su questa o quella rivendicazione; ma ad un progetto fondato sulla riduzione del contratto nazionale a puro elemento di «cornice generale»; dove gli aumenti retributivi sono legati a questo o quell'indice inflazionistico, e i diritti vengono nel frattempo demoliti sul piano legislativo. E tutto il resto, a partire dall'orario di lavoro, viene derogato alla contrattazione di secondo livello. Oppure, come variante, queste materie contrattuali vengono trasferite a licello aziendale o territoriale. Mentre la crescita della parte retributiva viene relegata a livello aziendale, nella forma totalmente variabile legata alla produttività, agevolata con misure fiscalo.
Ci sono già passi concreti?
Ritengo grave che quest'ultimo aspetto sia presente nell'accordo tra le parti sociali fatto come proposta al governo, che non a caso - con Sacconi - ha già detto che sarà recepito. Nello stesso tempo, cresceranno ovunque, sotto diverse forme, gli enti bilaterali, che assumono sempre più caratteristiche sostitutive- non «integrative» - di parti rilevanti dello stato sociale. Si può dire, al momento, che tutto quanto era previsto nel «piano Maroni» del 2001 - completato dal Libro bianco di Sacconi - è stato fatto. Manca solo il preannunciato «statuto dei lavori».
Dove sbaglia l'attuale dirigenza?
Rispetto a questo scenario, la Cgil non pub continuare a balbettare con la logica della «riduzione del danno». Deve definire una propria idea, proposta e pratica rivendicativa coerente, fondata sulla riconquista del contratto nazionale e l'autonomia negoziale, costruendo una mobilitazione e una reale iniziativa in tema di diritti, tutele, occupazione, democrazia.
Non è utile Il tavolo ora aperto?
Un tavolo sulla produttività, in questo quadro, è completamente privo di senso; la prima cosa che dovrebbe chiedere un sindacato è il blocco dei licenziamenti. Come peraltro hanno fatto altri sindacati in Europa, a cominciare dalla Germania. Qui c'è già l'11%o di disoccupazione. L'elemento centrale, e per me assolutamente discriminante, è il terreno della democrazia. Tanto più di fronte a un pluralismo sindacale. Si può articolare in materia una proposta, che però non può prescindere da un dato: i lavoratori debbono potersi esprimere tramite referendum, anche su posizioni diverse, sulle loro piattaforme e i loro contratti. Questo non è in realtà un dato scontato nemmeno per la Cgil. Perché so bene - visto in quanti parlano di «innovazione» e «modernità» - che si tratta di affermare la democrazia come diritto dei lavoratori e non come proprietà delle organizzazioni sindacali. Questo è un elemento di assoluta novità nella storia del movimento operaio. Anch'io negli anni '70 consideravo sbagliato lo strumento del referendum; la nostra cultura d'allora privilegiava il ruolo dell'organizzazione rispetto all'esercizio del voto. E' singolare che tutti quelli che parlano ora di «innovazione» non assumano questo come il vero elemento di novità, l'unico che permette di affermare una vera autonomia delle organizzazioni sindacali.
Ci sarà uno sciopero generale?
 Dopo la manifestazione del 27, penso si debba passare attraverso una mobilitazione generale dei lavoratori. Perché non si tratta solo di proclamare lo sciopero, ma di costruirlo con una campagna di massa nei posti di lavoro, le università, le scuole, tra i precari. Per esempio, spiegando cosa combina il «Collegato lavoro» sui diritti, cosa sta succedendo sul piano della contrattazione o sul taglio dei servizi e della spesa sociale. Bisogna porre la Cgil al centro del disagio profondo presente nel paese, che può prendere altre strade, se non trova un riferimento di aggregazione e speranza.
Ma intanto si sta trattando...
Il problema vero, che capisco ma non condivido, è che c'è una profonda contraddizione tra il proclamare uno sciopero generale contro Confindustria e governo e, nel frattempo, proseguire tavoli generali e fare «avvisi comuni» con Confindustria. È per queste ragioni, quindi, che la Cgil si trova davvero di fronte a un bivio. In cui l'aspetto della democrazia, sia nei confronti dei lavoratori che all'interno dell'organizzazione, diventa l'aspetto decisivo. Sono assolutamente convinto che non c'è futuro per organizzazioni di massa come la Cgil, che tengono assieme milioni di lavoratori e pensionati, se non sono fondate su un radicale processo di democrazia. Purtroppo, nel recente congresso, con un'operazione statutaria, abbiamo avuto un preoccupante peggioramento. Basti pensare che è stato respinto persino un emendamento teso ad affermare che, a fronte di posizioni diverse, fosse vincolante presentare queste posizioni in tutte le assemblee degli iscritti.
Sembra un percorso tutto in salita. Dove vedi la speranza?
Credo che la manifestazione del 16 abbia dimostrato - prima, durante e dopo - che non esiste un problema di isolamento nei rapporti con la gente; ma che viceversa c'è una grande aspettativa e disponibilità alla costruzione di un'opposizione proposi-t iva, alternativa, sui processi sociali e politici in atto.

giovedì 4 novembre 2010

QUALE MISSIONE PRODUTTIVA GIOCHERA’ LO STABILIMENTO FIAT CNH DI JESI NEGLI ANNI PROSSIMI A VENIRE?

Nell’ultimo incontro avvenuto all’Associazione Industriali di Ancona il 19 Luglio scorso tra Fiat CNH e le O.O.S.S. l’Azienda ha richiamato i sindacati alla necessità di una “riflessione” sopra lo stabilimento jesino, sulle difficoltà che i nostri trattori incontrano sul mercato,e sulle possibili scelte legate ai nuovi modelli che la CNH potrebbe fare o non fare su Jesi: il tutto senza però accennare ad alcun elemento concreto degno di poter essere discusso.
Se aggiungiamo che in tutto il gruppo FIAT è oggi in atto un pesante riassetto (lo spin-off dell’auto, l’acquisizione della Chrysler, la chiusura di siti produttivi come Imola e Termini Imprese per citarne alcuni) dentro la quale si stanno ridisegnando le missioni produttive dei vari stabilimenti in base alle scelte aziendali e agli effetti prodotti dalla crisi, è difficile immaginare che tutto ciò non possa riguardare anche il futuro dei lavoratori di Jesi.
E’ nostra intenzione allora pretendere di capire con estrema chiarezza a partire dal prossimo incontro in Assindustria quali scelte aziendali e quali prospettive produttive e occupazionali sono previste per Jesi in termini di numeri di macchine, livelli occupazionali e nuovi modelli per i prossimi anni.
L’incontro che avrebbe dovuto tenersi il 21 Ottobre viene continuamente posticipato con la scusa degli impegni improrogabili, è da capire se dietro quella “riflessione” tanto decantata a Luglio e alla quale ci si sottrae ad Ottobre, si nasconda la possibilità che anche su Jesi possano gravare scelte difficili e scomode per tutti.

In secondo luogo riteniamo opportuno affrontare un’altra questione rilevante per lo stabilimento: quello della qualità dei trattori che si producono a Jesi.
La qualità del prodotto è oggi considerata da tutti un elemento determinante per attrarre nuovi investimenti. Jesi secondo fonti indirette si sarebbe fatta un cattivo nome, e le misure prese nei mesi scorsi dall’Azienda nell’area Delibera andrebbero proprio a tentare di sanare quella situazione.
Noi crediamo che tale problema andrebbe risolto anche in un’altra direzione: quello di una valorizzazione Vera delle risorse interne allo stabilimento.
Dal nostro punto di vista la crisi dovrebbe essere l’occasione per mettere le persone giuste al posto giusto, l’occasione per favorire internamente quel ricambio soprattutto verso i livelli alti che agevolino scelte consone alle problematiche in fabbrica; da decenni assistiamo invece a responsabili irremovibili dal loro posto, preposti che il fatto di fare bene o male in officina è lo stesso, al massimo si cambia reparto, troppo spesso chi ha la responsabilità dei cambiamenti organizzativi e ha il dovere di risolvere i problemi che ne derivano, rappresentano essi stessi il problema, sia da un punto di vista tecnico organizzativo che nella comunicazione con i lavoratori della quale essi stessi sono i principali responsabili e dove le loro incapacità si trasformano troppo spesso in contestazioni disciplinari.
Tutto ciò con quale risultato?

Del prevalere della salvaguardia degli equilibri interni piuttosto che la risoluzione dei problemi strutturali dello stabilimento, della triste competizione tra turni per chi delibera qualche trattore in più, magari nascondendo qualche macchina il venerdì sul piazzale. Cose che tutti sanno, ma che nessunodice.
Quanto di tutto ciò incide sull’immagine dello stabilimento? Sono o non sono queste, rigidità che un sito produttivo come questo non può più permettersi?
E allora viene da chiedersi, l’uso-abuso dello straordinario, effetto dell’accumulo strutturale di incompleti sul piazzale, alternato alla CIGO, oltre che misura ingiusta nei confronti della gran parte dei lavoratori sottoposte alla decurtazione del salario, quanto dipende invece da incapacità dei preposti in fabbrica ?

In ultimo, alla qualità del trattore non può non accompagnarsi la qualità dell’ambiente in cui si lavora, una su tutte da troppo tempo ormai l’’Azienda sorvola sul problema dei “fumi” in officina 2, impegno che da anni rimane carta straccia.

Su tutto ciò urgono risposte concrete e non di facciata.

JESI, 3 NOVEMBRE 2010                                    LA RSU DELLA FIOM-CGIL

COMUNICATO FIOM JESI

Nella giornata odierna si è tenuto un incontro tra la Direzione di CNH Jesi e la RSU di stabilimento all’interno del quale sono emerse le seguenti argomentazioni:


- l’Azienda non ci ha ancora confermato la data dell’incontro sulla situazione e le prospettive produttive e occupazionali dello stabilimento, sarà comunicata a giorni;

- il numero di trattori prodotti per la fine dell’anno si attesterà sulle 23000 macchine come da previsione;

- il ricorso alla CIGO per ulteriori 3 giornate: il 29 Novembre, il 6 e 7 Dicembre;

- la chiusura natalizia andrà dal 24 al 31 Dicembre e per la copertura si farà ricorso all’utilizzo dei PAR nel numero di 6 giorni.

Dietro comunicazione al caposquadra sarà possibile, per chi ne avesse, utilizzare le Ferie al posto dei PAR; per chi invece fosse sprovvisto sia di ferie che di PAR sarà possibile tramite comunicazione al proprio caposquadra farsi anticipare nel numero massimo di 3 gg i PAR o le Ferie dell’anno 2011.



Jesi, 3 Novembre 2010                                                  la RSU della FIOM-CGIL

giovedì 28 ottobre 2010

Noi operai tedeschi più produttivi e con duemila euro netti al mese, da Repubblica


BERLINO - «Lavorare di più, come facciamo noi qui costruendo con passione le limousines col cerchio bianco e blu sul muso? Non so come sia da voi, ma da noi la perfezione costa: una buona paga, e la sicurezza del lavoro». Heinz, 31 anni, operaio Bmw, marito e padre di due bimbe alla periferia industriale di Monaco, sa quel che dice. «Più produttività?», incalza al telefono Gerd, 27 anni, scapolo di Wolfsburg, uno dei tanti che montano la Golf sognata dai giovani in tutto il mondo. «Noi la garantiamo, e abbiamo rinunciato alla voglia di aumenti continui. Ma in cambio il posto è sicuro. E 2.700 lordi alla catena di montaggio non sono pochi». Germania dell' auto, freddo autunno del 2010: qui la classe operaia non sogna d' andare in paradiso: è già piccola borghesia. Con la IgMetall come sindacato fortissimo, quasi una Confindustria dei Cipputi. Visto da qui, il dibattito aperto da Marchionne sembra cronaca da un altro mondo. Un freddo quasi da annuncio d' inverno russo, nella pianura bassosàssone, gela la Wolfsburg di fine ottobre. Al telefono ascolto gli operai di Volkswagen e Bmw. Il numero uno europeo dei generalisti, ma con in tasca marchi di lusso da far invidia, e il campione mondiale del premium. Sentiamo come i loro operai vivono e fanno i conti a ogni fine mese. «Con l' inizio della crisi internazionale», racconta Heinz, «arrivò la paura anche da noi. Vendite in crollo, parcheggi pieni di auto invendute. Col padrone per fortuna riuscimmo a negoziare, "loro" furono negoziatori duri ma anche partner capaci di ascoltare. Orario corto, meglio della cassa integrazione. Niente più straordinari, per molti rinuncia alla tredicesima. Accettammo di spostarci a rotazione tra Monaco, Dingolfing e Ratisbona, dove sorgono i tre grandi impianti, per dare più lavoro dove più serviva. Ma niente "taglio di esuberi", come si dice da voi». Governare insieme la nave nella tempesta fu più facile, con alle spalle decenni di concertazione inventata qui. «Adesso è cambiata la musica», spiega ancora il giovane padre di famiglia bavarese. «Gli impianti lavorano a pieno ritmo, straordinari a non finire». Ma la borghesia operaia del Mitteleuropa postmoderno raccoglie com' è giusto i suoi vantaggi. Moderazione salariale sì. «Ma da noi in Volkswagen l' operaio semplice alla catena di montaggio ha 2.750 euro lordi, l' addetto alla manutenzione tra 3.300 e 3.500», mi spiega Gerd. «Certo, il prelievo Irpef è pesante. Però i premi notturno valgono il 45% del salario mensile, altre indennità e il supplemento domenicale esentasse ci regalano un altro 30%. Poi io sono scapolo, ma per chi ha figli il Kindergeld, l' assegno familiare, vale 184 euro mensili per ogni bimbo. Pagare fitti per case belle, o un mutuo per una porzione di villino a schiera, è quotidiano possibile, non sogno. E in ferie da voi o in Francia o Spagna mi fa paura quanto meno posso comprare con un euro, rispetto che a casa». Facciamo i conti, con l' aiuto di un commercialista. All' operaio alla catena di montaggio, se è scapolo, dei 2.750 euro ne restano 1.714, se è sposato senza figli 1.975. All' addetto alla manutenzione dei 3.500 euro da scapolo ne rimangono 2.069, da sposato senza figli 2.377. Più straordinari, notturno, e extra domenicale, più 184 euro mensili per ogni figlio. Appartamenti decorosi in palazzine immerse nel verde a Wolfsburg. Immobili simili o villini a schiera attorno alle tre città della Bmw. «Io sono troppo giovane - racconta Gerd di Wolfsburg - so solo dai racconti dei colleghi anziani del trauma del ' 93, l' accordo salvalavoro, orario corto e molto meno salario per lavorare tutti. Oggi il padrone ha utili per miliardi di euro, le ultime intese sulla moderazione salariale significano in pratica che in cambio è impossibile licenziarci. E con voli low cost o ferie tutto compreso la vacanza di famiglia fuori confine torna possibile. A Mallorca, in Croazia o magari da voi in Italia».

mercoledì 27 ottobre 2010

Fiat, la falsa scorciatoia della de-localizzazione

di Luciano Gallino
Se si mettono insieme diagnosi e proposte formulate in tv dall'ad Sergio Marchionne si è forzati a concludere che il grosso della produzione di Fiat auto è ormai destinato a svilupparsi all'estero. Non si vede infatti come sia possibile raccordare le prime con le seconde.

Dal lato delle diagnosi, l'ad forse esagera quando afferma che l'Italia è al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro, ma ha ragione nel dire che negli ultimi 10 anni l'Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri paesi - aggiungendo subito che non è colpa dei lavoratori. Il problema è che da parte sua neanche la Fiat ha saputo reggere il passo con gli altri costruttori europei. Una parte delle difficoltà del gruppo proviene certo dalla situazione del paese. Però di suo, nel decennio, Fiat ci ha messo sia la difficoltà a produrre e vendere su larga scala modelli di fascia medio-alta, quelli su cui si guadagna sul serio (anche quando ne aveva di eccellenti, come accadde con l'Alfa 156), sia una organizzazione complessiva della produzione, e con essa della filiera della fornitura, che ha ridotto a livelli troppo bassi l'utilizzazione degli impianti nazionali. Si parla del 30-40 per cento, mentre gli stabilimenti francesi e tedeschi fan segnare tassi di utilizzazione all'incirca doppi.

Se questi sono i problemi cruciali di Fiat Auto, è arduo capire come il famoso piano Fabbrica Italia riesca a risolverli. Forse riducendo le pause da due di 20 minuti a tre di 10 minuti, come a Pomigliano e a Melfi? Oppure introducendo la nuova metrica del lavoro contenuta nel documento di aprile (19 pagine su 36!) che sotto l'etichetta dell'ergonomia intensifica in ogni minuto secondo la prestazione fisica e mentale dell'operaio? Allo scopo di far salire l'utilizzazione degli impianti la soluzione starebbe semmai nella concentrazione della produzione in due o tre stabilimenti, e nel completo ridisegno della filiera della componentistica, in modo da ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo percorre prima di arrivare dove viene montato. Può anche darsi che la soluzione che Fiat ha in mente sia appunto questa. Ma se tale fosse il disegno, sarebbe preferibile dirlo, piuttosto che girare attorno alla questione insistendo sull'anarchia degli stabilimenti italiani che impedisce di produrre, per addetto, quanto in Polonia o in Argentina.

L'ad Marchionne ha anche detto - così riportano le cronache - che se le anomalie della gestione degli stabilimenti italiani cessassero, sarebbe disposto a portare il salario dei dipendenti a livello dei nostri paesi vicini. Questi sono la Francia, la Svizzera e l'Austria. Poco più in là c'è la Germania. Ora, nel 2008, il salario annuo lordo dei dipendenti dell'industria e dei servizi, esclusa pubblica amministrazione, istruzione, sistema sanitario e simili, era - a parità di potere d'acquisto - di circa 23.000 euro in Italia, 30.000 in Francia, 35-36.000 in Svizzera e Austria, 42.000 in Germania. Portare i nostri salari a livello dei vicini significherebbe dunque aumentarli tra il 30 e l'80 per cento.

Roba da correre subito, se uno ci crede, a sottoscrivere il piano Fabbrica Italia. Se non fosse che quel piano dovrebbe prima spiegare come si raddoppia o magari si triplica l'utilizzazione degli stabilimenti Fiat in Italia; come si articola la produzione di quei due terzi di auto che sono fabbricati al di fuori di essi; e come si pensa di affrontare nei prossimi anni un mercato europeo dove i costruttori francesi e tedeschi propongono al momento 20-22 modelli di auto ciascuno, grosso modo il doppio di Fiat, ed i consumatori probabilmente non aspettano il 2014 se hanno intenzione e mezzi per cambiare la macchina. In mancanza di questo corredo esplicativo, lo scenario cui dobbiamo guardare con rammarico e preoccupazione è una Fiat, unico tra i grandi costruttori europei, che in sostanza si accinge a fare del suo paese uno dei tanti in cui de-localizza secondo convenienza le sue produzioni.