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giovedì 29 luglio 2010


Marchionne vuole tutto



 Nuovo incontro Fiat-sindacati e nuovi diktat: in tutte le fabbriche come a Pomigliano sennò niente investimenti. Solo la Fiom resiste
Venti miliardi di investimenti nella Fabbrica Italia, ma alle condizioni di Marchionne. Quelle note, contenute nell'accordo separato di Pomigliano che cancellano il diritto di sciopero e sanzionano lavoratori e sindacati che decidano di insistere nell'errore. Quelle che penalizzano la malattia in nome della lotta all'assenteismo, riducono le pause fino a cancellare quella per la mensa spostata a fine turno. Un «accordo» imposto con un referendum ricattatorio (parola che manda su tutte le furie l'amministratore delegato della Fiat, nonché presidente della newco di Pomigliano d'Arco) deve diventare legge in tutte le fabbriche automobilistiche italiane. Su questa base l'incontro di ieri a Torino, il primo di una serie che coinvolgerà tutti gli stabilimenti, non poteva che finire male. Come sempre l'opposizione e la richiesta di ridiscutere a un vero tavolo di trattativa il modo per aumentare la produttività e i turni senza cancellare leggi, contratti e Costituzione è arrivata da una parte sola, la Fiom, e ha trovato la totale indisponibilità da parte della delegazione del Lingotto. L'unica richiesta accettata dalla Fiat, avanzata da Fim, Uilm e Fismic, è il rinvio di un nuovo accordo (che ovviamente sarebbe stato separato) per formalizzare la «pomiglianizzazione» di tutto il settore automobilistico. Un po' di tempo, più che per riflettere, per far ingoiare ai propri delegati e iscritti l'ennesima porzione di olio di ricino.
L'altra decisione, unilaterale, annunciata dalla Fiat nel corso dell'incontro di ieri riguarda il monte ore sindacale: disdettato a partire dal 1° gennaio del 2011 l'accordo che prevede l'agibilità sindacale in tutti gli stabilimenti anche per gli «esperti» e non solo per le Rsu. Gli esperti sono i rappresentati sindacali – una volta si sarebbero chiamati delegati di gruppo omogeneo, oggi di Ute – a più stretto contatto con i lavoratori e i loro problemi. La Fiat ha precisato che è sua intenzione aprire un tavolo con tutti i sindacati per addivenire a un nuovo accordo, «più consono» ai tempi che corrono. Si sa dove corrono i tempi, mentre l'accordo sul monte ore risale addirittura al 5 agosto del '71, strappato alla Fiat grazie al ciclo di lotte iniziato nel '68-'69, che regolava i tempi, i ritmi, la saturazione, i delegati e, appunto, il monte ore sindacale. C'è chi sospetta che per avere il riconoscimento degli esperti bisognerà aderire alle nuove regole di Marchionne. Si sa anche che la sola Fiom nell'auto ha 41 delegati tra gli operai (a Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Termini Imerese e pochissimi rimasti ad Arese, benché chiusa) e 49 esperti. A Melfi l'accordo sul monte ore non è valido perché l'azienda alla sua fondazione fu chiamata in un altro modo, Sata, proprio per poter assumere operai privi del portato di memoria e di diritti. Fu un'astuzia dell'allora ad Cesare Romiti, certo un uomo determinato, «feroce» come sa chi ricorda i 35 giorni dell'80. Un sincero democratico rispetto al «nuovo» Marchionne.
La delegazione Fiat guidata da Rebaudengo ha comunicato ai rappresentanti sindacali la decisione di sospendere l'uscita dalla Confindustria (finalizzata a liberarsi del contratto dei metalmeccanici) per due mesi, in attesa di trovare un accordo con l'associazione guidata da Emma Marcegaglia, che preveda deroghe al contratto fino a recepire per intero la nuova filosofiat contenuta nel diktat di Pomigliano. Invece, la newco «Fabbrica Italia Pomigliano» (Fip) non aderirà a Confindustria. Una la decisione pressoché irrilevante, dal momento che mentre gli investimenti per la produzione della Panda saranno fatti dalla Fip, il trasloco di baracca e burattini dalla Fiat alla Fip avverrà solo a partire da settembre del 2011, quando sarà avviata, con un po' di ritardo sulla tabella di marcia, la produzione. E nel frattempo  questa è una delle poche certezze per i lavoratori sballotolati di qua e di là come fagotti  tutti in cassa integrazione a stipendio ridotto, tranne i pochi che continueranno a lavorare all'Alfa 159. Sarà cassa integrazione in deroga, quella che si dà alle aziende decotte, perché per avere la cassa per ristrutturazione la Fiat dovrebbe fare gli investimenti, ma gli investimenti li fa la Fip.
Alla seconda parte dell'incontro di ieri, caratterizzato esclusivamente dal conflitto tra la Fiat e la Fiom, non ha partecipato la delegazione dei metalmeccanici Cgil guidata dal segretario generale Maurizio Landini, per la semplice ragione che riguardava «l'accordo» separato su Pomigliano siglato soltanto dai sindacati «collaborativi».               

Loris Campetti
Fiat. Masini (Fiom): “L’Azienda intende subordinare i suoi piani di investimento in Italia all’estensione a tutti gli stabilimenti delle deroghe previste nell’intesa separata su Pomigliano”


 

“Si è svolto oggi, a Torino, l’incontro tra le organizzazioni sindacali e la Fiat sul progetto ‘Fabbrica Italia’. Nel corso dell’incontro, la Fiat ha affermato che gli investimenti, previsti per il nostro Paese nei prossimi anni, sono subordinati all’estensione a tutti gli stabilimenti dell’auto delle condizioni imposte per quello di Pomigliano d’Arco con l’intesa separata del 15 giugno scorso. In sostanza, la Fiat vuole vincolare gli investimenti alla possibilità di infliggere sanzioni alle organizzazioni sindacali e ai singoli lavoratori prevista dall’intesa separata relativa a Pomigliano.”
“L’Azienda ha informato le organizzazioni sindacali che intende uscire da Confindustria per non dover rispettare il Contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. L’Azienda ha altresì dichiarato che ha sospeso questa decisione a fronte dell’impegno di Confindustria stessa a realizzare, nel Contratto nazionale, le deroghe necessarie per poter applicare l’intesa separata di Pomigliano e per poterla estendere a tutto il Gruppo. Si conferma, così, che l’accordo di Pomigliano contiene in sé deroghe relative al Contratto nazionale e, a nostro avviso, anche a leggi fondamentali in materia di diritto del lavoro.”
“La Fiom si è rifiutata di seguire questa impostazione e ha sollecitato nuovamente l’Azienda ad aprire un confronto sui veri problemi degli stabilimenti e della produzione: utilizzo degli impianti, flessibilità, organizzazione del lavoro, certezza degli accordi. La Fiat non solo non ha accolto questa sollecitazione, ma prosegue sulla strada delle sue scelte unilaterali. Ha deciso infatti di forzare ulteriormente la situazione, con la disdetta dal 1° gennaio 2011 degli accordi aziendali in materia di permessi sindacali.”
“Per quanto riguarda Mirafiori, la Fiat non ha assunto impegni relativi a nuove produzioni da destinare a questo stabilimento dopo la decisione di spostare la fabbricazione della nuova monovolume in Serbia. In questo modo, si apre il rischio di un lungo periodo di ricorso alla Cassa integrazione anche per la realtà torinese.”
“Infine, la Fiom non ha partecipato all’incontro successivo - relativo all’applicazione dell’accordo su Pomigliano attraverso la costituzione della cosiddetta Newco -, non avendo condiviso quell’intesa e considerando la Newco un’ulteriore e grave violazione dell’attuale sistema di regole esistenti nel nostro Paese in materia di relazioni industriali.”



La Cgil rompa con Confindustria





Com’era ovvio, Fiat, Confindustria, Cisl e Uil sono completamente d’accordo tra loro. Certo, oggi hanno qualche piccola divergenza sul “come” salvaguardare i reciproci ruoli e poteri. Ma non hanno alcun dissenso sul “cosa”, cioè su smantellare il Contratto nazionale, prima in Fiat e poi per tutti i lavoratori italiani e trasformare Pomigliano nella regola d’applicare fabbrica per fabbrica, territorio per territorio. Già ci sono i primi segnali in questa direzione, oltre la Fiat. L’associazione industriali di Brescia ha convocato Cgil, Cisl e Uil e ha proposto un patto territoriale che riproponga, in una delle province industriali più avanzate d’Italia e non nel Sud, i contenuti del diktat di Pomigliano. E’ ovvio che sia così. Solo uno sciocco può pensare che quello che vuole ottenere la Fiat non lo pretendano tutti gli altri industriali italiani. Sarebbe davvero un’agevolazione di mercato per una sola azienda. (...)
La sostanza è che siamo di fronte al più grave attacco ai diritti sindacali, anzi ai diritti puri e semplici, dei lavoratori dal 1945 ad oggi. E questo attacco avviene con il totale consenso di Cisl e Uil. Anche il quotidiano “Europa” si domanda se Bonanni sia ancora un sindacalista.
In sintesi, la Cgil deve muoversi e decidere. A metà settembre ci sarà il direttivo nazionale della confederazione, esso prima di tutto dovrà assumere un orientamento politico. Quello di considerare la vicenda Fiat una questione che riguarda tutti i lavoratori italiani e di accollare non solo a Marchionne, ma alla Confindustria tutte le responsabilità. Il che significa scegliere una via di rottura con la Confindustria e abbandonando ogni velleità di ricostruzione unitaria con gli attuali gruppi dirigenti di Cisl e Uil. Queste sono le scelte vere, tutto il resto rischia di portare la Cgil in una posizione di assoluta marginalità.
Dietro Marchionne l'autunno dell'auto
  



Loris Campetti
Crollo del 28% in Italia, ma la Fiat perde il 36%
Ci va una bella fantasia, accompagnata da un'overdose di ottimismo, a prendere per buone le promesse di Sergio Marchionne, secondo cui la Fiat costruirà in Italia 1,4 milioni di automobili, quasi il triplo della produzione attuale. L'ennesimo capitombolo del mercato interno a luglio, che segna una riduzione delle immatricolazioni del 28%, conferma la crisi del settore destinata a durare per tutto il 2010 e, secondo le previsioni degli esperti del settore, per buona parte del prossimo anno. Dentro questo crollo da astinenza di incentivi che coinvolge tutti i marchi la Fiat riesce a far peggio, immatricolando quasi il 36% di vetture in meno, con la conseguende perdita di una quota dell'1,4%, dal 30,4 al 29,1%. Nei primi sette mesi i marchi Fiat hanno perso per strada quasi il 3%, scendendo dal 33,4 al 30,7%.
Per invertire questa tendenza che dura ormai da alcuni mesi, il Lingotto dovrebbe buttare sul mercato modelli nuovi e competitivi con una concorrenza agguerritissima e molto più impegnata sul terreno della ricerca, dell'ambiente e delle innovazioni. Purtroppo le cose non stanno così, e ci vorrà un anno e mezzo prima che arrivino dei nuovi modelli che neanche saranno targati Fiat ma Chrysler. Di conseguenza fino all'avvio della nuova Panda, la cui produzione partirà non prima dell'autunno 2011, i concessionari avranno ben poco da offrire alla clientela: la vecchia Panda che è il modello più richiesto insieme alla Punto, un po' di fascia C con Bravo e Giulietta. Niente vetture di fascia alta, niente ammiraglie, niente sportive, niente grandi monovolumi. In poche parole, niente modelli ad alto valore aggiunto.
La crisi della Fiat viaggia di pari passo in Europa, per le stesse ragioni che la vedono battere in testa in Italia. L'insieme dei marchi italiani sono scesi al sesto posto in classifica, e le prospettive non sono migliori. Se la domanda dovesse mantenersi su questi livelli bassi per tutto il 2010 senza peggiorare, le immatricolazioni scenderebbero a 1,9 milioni di vetture, dai 2,5 milioni del 2009. Ciò comporterà un'ulteriore mazzata sui salari con l'aumento della cassa integrazione.
Dentro questo scenario si svela il senso dei diktat dell'amministratore delegato della Fiat, iniziati con l'accordo separato e il referendum imposti a Pomigliano e proseguiti con la minaccia di uscire da Confindustria per cancellare il contratto nazionale di lavoro dei metalmeccanici. Marchionne pretende diritti e cieca obbedienza in fabbrica in cambio di una promessa di lavoro non sostanziata dall'andamento dei mercati italiano ed europeo e dalle performances dei suoi marchi. Quel che l'amministratore delegato vorrebbe è dunque chiarissimo: trovarsi al nastro di partenza, quando e se arriverà una ripresa della domanda, con le fabbriche italiane orientalizzate in quanto a diritti, salari e orari, con la personalizzazione dei rapporti di lavoro epurati dalle classiche funzioni sindacali. Se volete che resti in Italia, dice Marchionne, queste sono le mie condizioni e chi ha ancora in testa contratti, Costituzione e conflitti per difenderli può andare a far la coda davanti all'ufficio di collocamento. Ai sindacati che resistono va tolta la terra sotto i piedi, con tutti i mezzi, anche sfoderando forme di ricatto e repressione degni del peggio Valletta.
Marchionne se la prende con la Fiom per nascondere i suoi ritardi nella ricerca e nei nuovi modelli, pronto a gridare all'occorrenza che in Italia non ci sono le condizioni di competitività, flessibilità e disciplina quindi arrivederci. La Confindustria e la Federmeccanica sono nude di fronte al ricatto Fiat: una rappresentanza delle imprese metalmeccaniche privata dell'intero settore automobilistico sarebbe ben poca cosa. Per questo Emma Marcegaglia e i suoi corrispondenti di categoria sono pronti a modificare non solo l'ultimo contratto unitario dei meccanici, risalente al 2008 e mai disdettato, ma anche tutti i successivi accordi separati senza la Fiom per svuotare, deroga dopo deroga, il contratto e fare ovunque come a Pomigliano. Le rappresentanze padronali preferirebbero lasciare una porta accostata, perché sanno quanto complicato sia governare le fabbriche con la Fiom contro ma non hanno la forza, il coraggio e l'intelligenza di dire no a Marchionne. Del resto, ce l'hanno forse i sindacati «collaborativi»?

mercoledì 28 luglio 2010

Fiat. Landini (Fiom): “All’Azienda chiediamo di riaprire il confronto e la trattativa sindacale sul futuro di tutti gli impianti”

“Come sindacato, difendiamo i lavoratori che vivono del loro stipendio. Perciò, per noi, il fatto che la Fiat investa in Italia per rafforzare la produzione e l’occupazione è un fatto essenziale. È quindi necessario superare la distinzione ipotizzata da alcuni secondo cui ci sarebbe chi vuole gli investimenti e chi no.”
“L’Amministratore delegato del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne, chiede che si rispettino gli accordi. Però la Fabbrica Italia, come lui stesso ha precisato, non è un accordo ma un progetto messo a punto dall’Azienda. Quindi può essere modificato di continuo dall’Azienda stessa, creando incertezza tra i lavoratori sul loro futuro. Ciò ha inevitabilmente delle ricadute negative. Sottolineo, infatti, che l’affidabilità è sempre reciproca. E vorrei ricordare che il sindacato, finora, non ha mai disdettato gli accordi. Qualcun altro lo ha fatto.”
“Osservo, poi, che Marchionne sbaglia quando dice che su Pomigliano, da parte nostra, non sono state fatte proposte alternative. Abbiamo detto che, a partire dal rispetto del Contratto nazionale e delle leggi vigenti, era possibile affrontare il problema della produttività. Ma nessuno ci ha mai risposto. In tante aziende abbiamo fatto accordi in grado di garantire un miglior utilizzo degli impianti. Alla Fiat chiediamo dunque di riaprire il confronto e la trattativa sindacale sul futuro di tutti gli impianti, a partire da quello di Pomigliano.”
“La Fiom non è disposta a lasciar passare l’idea che, per investire in Italia, si debbano fare delle deroghe rispetto ai diritti sanciti da leggi e contratti. Ancora più grave sarebbe se questa vicenda andasse a intaccare l’intero sistema della contrattazione nazionale di categoria.”
“Aggiungo poi che, per migliorare il clima del confronto, riteniamo utile che l’Azienda ritiri i licenziamenti effettuati a Melfi e a Mirafiori. Per quanto riguarda la chiusura di Termini Imerese, chiediamo alla Fiat di agevolare il subentro di un’altra Azienda che, come da noi auspicato, sia un’impresa intenzionata a produrre autovetture.”
“Per quanto riguarda il Governo, voglio ribadire che non sta facendo quello che fanno i Governi degli altri Paesi. Tali Governi, di fronte alla crisi economica globale, fanno politica industriale e la fanno non a parole, ma utilizzando denaro pubblico.”
 LA REPUBBLICA DELLE BANANE FA IL SUO ESORDIO AL LINGOTTO

Anche quest’ultima di Marchionne non è certo una idea nuova.
Fu Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni della persecuzione antisindacale del dopoguerra, a pensare a un contratto dell’auto. A tale scopo organizzò la scissione nella Cisl - oggi non ce ne sarebbe bisogno - e promosse la costituzione del Sida, sindacato dell’auto oggi diventato Fismic. A Valletta questa operazione non riuscì. Nell’Italia arretrata e povera delle grandi contrapposizioni sociali e politiche, tutto il sistema impedì lo sganciamento della Fiat dal contratto nazionale. Oggi, in condizioni peggiori di allora, visto che Valletta pensava di fare un contratto privilegiato per i lavoratori Fiat e non low-cost come Marchionne, pare che l’amministratore delegato della Fiat possa agire incontrastato. Il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi, che mette in discussione in Fiat e in tutta Italia il contratto nazionale e i diritti costituzionali del lavoro, viene presentato come una intelligente manovra di un bravo manager capace di muoversi nella globalizzazione. (...)

Tutti gli umori critici verso la finanziarizzazione dell’economia, verso il liberismo selvaggio, verso l’assenza di regole nel movimento dei capitali, tutto ciò che si diceva quasi unanimemente dopo l’esplodere della grande crisi finanziaria di due anni fa, pare improvvisamente dimenticato. Siamo tornati all’esaltazione acritica dell’impresa multinazionale e dei suoi interessi e per l’Italia l’unico futuro industriale è quello fondato sulla competizione sui bassi salari e sugli orari flessibili. I riferimenti diventano la Serbia e la Polonia e non certo la Germania o la Svezia. E’ una gigantesca regressione del modello economico e sociale che si propone al paese, che necessariamente diventa anche regressione del pensiero.
Non è solo la stampa compiacente ad esprimersi su questa lunghezza d’onda. Il sindaco di Torino, Chiamparino, ha lamentato che il sindacato è ancora indietro di trent’anni. E così non si è accorto di rinverdire una tradizione di primi cittadini totalmente subalterni alla Fiat, che in quella città è molto più antica. Il ministro Sacconi, che sul piano delle relazioni sindacali ha lo stesso equilibrio del ministro Alfano rispetto alla magistratura, convoca un raffazzonato incontro a Torino che denuncia prima di tutto l’incapacità del governo di convocare l’azienda nelle sedi istituzionali ove si dovrebbe discutere di politiche industriali. Cisl e Uil si dichiarano disposte ad accettare quella nuova società - intanto per Pomigliano e poi si vede - che dovrebbe rendere legalmente vincolante lo strapotere dell’azienda sulle condizioni di lavoro. E con eccezionale sprezzo del ridicolo, affermano che comunque intendono salvaguardare il contratto nazionale. L’opposizione ufficiale, che aveva spiegato al mondo che Pomigliano era un’eccezione, ora balbetta frasi incomprensibili.
Le uniche posizioni chiare sul campo sono quelle di Marchionne da un lato e della Fiom dall’altro. L’amministratore delegato Chrysler-Fiat ha scelto di fare del suo gruppo un’impresa che insegue finanziamenti pubblici, salari bassi e supersfruttamento in giro per il mondo e che riserva all’Italia solo una piccola e arrogante parte dei propri interessi.
La Fiom, accusata di estremismo e massimalismo, assume in realtà posizioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state patrimonio della grande maggioranza delle istituzioni, delle forze politiche, dei poteri democratici. L’incredibile acquiescenza che c’è oggi verso una Fiat che ha semplicemente detto che vuol fare quello che vuole, quando vuole, per far guadagnare di più amministratore delegato e azionisti, alla faccia del lavoro, dei contratti, della Costituzione; questa libidine di servitù verso la Fiat è il segno più evidente della crisi della democrazia italiana.
La sceneggiata che oggi verrà rappresentata a Torino, ove la prepotenza dell’azienda si misurerà con impotenza delle istituzioni, è la rappresentazione della regressione civile e politica e istituzionale del nostro paese.
La repubblica delle banane, che è sempre facile individuare nelle imprese di Berlusconi, ha oggi una sua sede costituente primaria al Lingotto di Torino.

Giorgio Cremaschi

martedì 27 luglio 2010

 

 

Metalmeccanici: Landini, in piazza per lavoro e diritti


Il leader della Fiom lancia la manifestazione del 16 ottobre
“E' in atto il tentativo di cancellare e superare il contratto nazionale, il diritto alla contrattazione collettiva in fabbrica”. Lo ha detto oggi (27 luglio) il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, nel suo intervento all'assemblea nazionale dei delegati di Unionmeccanica-Confapi. “Siamo di fronte - ha spiegato - a un'accelerazione di questo processo, si deciderà nei prossimi mesi. Non avremmo quindi nessun secondo tempo per prendere delle decisioni, chi pensava a successive verifiche, deve fare i conti con questa accelerazione”.

“Gli accordi separati per i contratti di Unionmeccanica-Confapi e le Associazioni delle Cooperative rendono ancora più evidente il problema della rappresentanza delle Organizzazioni sindacali. Cisl e Uil sono largamente in minoranza eppure hanno firmato un'intesa legittimate, non dai lavoratori, ma dalle Organizzazioni datoriali. Fa tutto parte dello stesso disegno. Si tratta di una distruzione sistematica delle tutele e dei salari che va contrastata. Per questo invieremo una lettera di contestazione a tutte le aziende della legittimità degli accordi e apriremo vertenze aziendali e territoriali”.

“Se viene confermata l'ipotesi della newco a Pomigliano - ha avvertito Landini - , e la non applicazione del contratto dei metalmeccanici, si tratterebbe di una scelta grave e non motivata da problemi di produttività. Non c'era bisogno di seguire questa strada da parte della Fiat, bastava applicare il Contratto nazionale per garantire i livelli di produttività richiesti. La strada che stanno seguendo è quella della contrattazione di settore, sempre per superare il Contratto nazionale e l'unificazione delle condizioni di lavoro. Si prende a riferimento l'intesa di Pomigliano, ovvero la derogabilità dei diritti e si portano gli Usa ad esempio. Ma negli Stati Uniti la grave crisi nell'industria dell'auto è stata così pesante proprio per la mancanza dello Stato sociale e dal Contratto nazionale, che ha portato a competere sulle condizioni di lavoro e sui salari. Oggi un metalmeccanico ha gli stessi diritti, a prescindere da dove lavori. Se va in porto questo progetto, i diritti saranno legati all'azienda in cui un dipendente lavora”.

“La manifestazione del 16 ottobre di tutte le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici riparte dal mettere al centro il lavoro e i diritti per uscire dalla crisi. Per noi la democrazia e il coinvolgimento dei lavoratori è un punto centrale. Siamo pieni di dichiarazioni di solidarietà - ha concluso -, ma ora serve costruire un movimento per influenzare le decisioni in atto”.

Fiat: nasce Newco, fabbrica a Pomigliano

 Presidente Marchionne, capitale di 50.000 euro. Verso nuovo contratto per 5mila lavoratori


TORINO - E' nata Fabbrica Italia Pomigliano. La societa' e' stata iscritta al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino il 19 luglio. E' controllata al 100% da Fiat Partecipazioni, ha un capitale di 50.000 euro e il presidente e' Sergio Marchionne.
L'oggetto sociale della newco e' ''l'attivita' di produzione, assemblaggio e vendita di autoveicoli e loro parti. A tal fine puo' costruire, acquistare, vendere, prendere e dare in affitto o in locazione finanziaria, trasformare e gestire stabilimenti, immobili e aziende''. Inoltre la societa' ''puo' compiere le operazioni commerciali, industriali, immobiliari e finanziarie, queste ultime non nei confronti del pubblico, necessarie o utili per il conseguimento dell'oggetto sociale, ivi comprese l'assunzione e la dismissione di partecipazioni ed interessenze in enti o societa', anche intervenendo alla loro costituzione''. La nascita di Fabbrica Italia Pomigliano e' un passo preliminare per la costituzione di una nuova societa', una new company in cui riassumere, con un nuovo contratto, i 5.000 lavoratori attuali della fabbrica campana. Si tratta del progetto Futura Panda a Pomigliano, per il quale la Fiat ha raggiunto un accordo con i sindacati il 15 giugno, non firmato dalla Fiom.

Fiat, il più grave attacco ai diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi.

Quello che oggi tutti i giornali preannunciano per la Fiat, (...)
cioè l’abbandono del contratto nazionale, è il più grave attacco ai diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi.
Così come la vicenda di Pomigliano annunciava l’attacco a tutti i diritti dei lavoratori Fiat, così la scelta della Newco e del contratto pirata, che di questo si tratta, per il settore auto, rappresenta la messa in discussione del contratto nazionale per tutti i lavoratori italiani. L’incontro di domani, alla luce di queste anticipazioni, si presenta come una patetica sceneggiata, nella quale saranno rappresentate la prepotenza della Fiat e l’impotenza delle istituzioni di fronte alle multinazionali. E’ una vergogna per l’Italia e un danno drammatico per i lavoratori e per l’industria. In ogni caso è chiaro che le decisioni Fiat apriranno la via a conflitti sindacali e legali senza precedenti.


27 luglio 2010

lunedì 26 luglio 2010

Cremaschi sulla newco Fiat
"Espellere sindacati che accettano"

Chi non contrasta il progetto di Marchionne dovrebbe essere immediatamente espulso dalla Confederazione sindacale europea come sindacato giallo"

"Se qualche sindacato confederale italiano dovesse accettare o solo non contrastare un'ipotesi di questo genere dovrebbe essere immediatamente espulso dalla Confederazione sindacale europea come sindacato giallo. Con la democrazia non si può scherzare". Lo ha detto, in merito all'ipotesi di una newco di Fiat a Pomigliano, Giorgio Cremaschi della Fiom, intervenendo a Sala Baganza, in provincia di Parma, alla festa nazionale della Rete 28 Aprile.

"E' incredibile la sottovalutazione democratica che c'è rispetto alla minaccia della Fiat di fare una nuova società a Pomigliano e altrove, che viola tutti i contratti e tutte le leggi, licenziando migliaia di lavoratori. E' questa una scelta contro la Costituzione e contro le leggi italiane ed europee. Non si può discutere serenamente di una scelta così sciagurata ed è bene dire che nessuna organizzazione sindacale degna di questo nome può accettarla in Europa", ha aggiunto il leader della rete 28 Aprile.