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mercoledì 12 maggio 2010

Dichiarazione di voto al Congresso Nazionale CGIL

I sottoscritti aderenti alla mozione "la Cgil che vogliamo", componenti la Commissione Politica, ribadiscono le proposte che il documento finale del Congresso a nostro avviso avrebbe dovuto contenere:
Giudizio netto di contrarietà all'accordo separato del 22 gennaio, con esplicito riferimento alla sua non emendabilità.
Riconquista di un nuovo sistema contrattuale, al quale la Cgil si presenti con una piattaforma di una o più ipotesi negoziali, sulla quale far esprimere con voto referendario i lavoratori attivi, come mandato vincolante dell'Organizzazione con avvio della consultazione nell'autunno 2010.
Lotta alla precarietà. Blocco dei licenziamenti e contrasto agli appalti al massimo ribasso. Vanno semplificati e riunificati i canali di accesso al lavoro, ripristinando la centralità del rapporto di lavoro a tempo indeterminato, senza distinzione di tipologia o dimensione aziendale nell'esercizio di tutti i diritti previsti dallo Statuto dei Lavoratori, a partire dall'articolo 18. Informazione, sensibilizzazione, mobilitazione fino allo sciopero generale contro il Collegato lavoro e le ipotesi di Statuto dei lavori.
Definizione per legge di modalità certe e pienamente democratiche, nella misurazione della rappresentatività e nella validazione di piattaforme e accordi, tramite il voto referendario dei lavoratori e delle lavoratrici, anche nel caso di posizioni differenti tra le organizzazioni sindacali. Una democrazia sindacale siffatta è precondizione per la ripresa dei rapporti unitari.
Modifiche statutarie su democrazia, partecipazione e esercizio del voto degli iscritti in caso di piattaforme, accordi e/o consultazioni interne a partire dai congressi. Rinnovo periodico delle deleghe.
Il documento finale non contiene nessuna delle nostre proposte, non introduce alcun cambiamento ad un'impostazione politica, viziata di tatticismo, che ha dimostrato in questi anni la sua debolezza e inefficacia e che rischia ora di tradursi in subalternità della CGIL alle scelte altrui.
Inoltre, tutti gli emendamenti da noi proposti allo Statuto sono stati respinti mentre sono state introdotte modifiche che, esautorando le categorie dal pronunciamento su accordi interconfederali, alterano il rapporto tra le strutture e disegnano un modello di confederalità fortemente e palesemente gerarchico.
Il complesso di queste ragioni motiva il voto contrario della Mozione "la Cgil che vogliamo".
Domenico Moccia
Mirto Bassoli
Wilma Casavecchia
Giorgio Cremaschi
Rita Guglielmetti
Marigia Maulucci
Carlo Podda
Gianni Rinaldini
Nicoletta Rocchi
Maurizio Scarpa
Vanda Scarpelli

intervento di gianni rinaldini al congresso nazionale della cgil

Ocse: Italia maglia nera dei salari

Martedì 11 Maggio 2010 11:29

Ocse: Italia maglia nera dei salari
-16,5% rispetto alla media
(...)

Il nostro Paese è al 23esimo posto sui 30 membri dell'Organizzazione
Il cuneo fiscale è del 46,5%. Peso di tasse e contributi invariato dal 2008

ROMA - Salari italiani tra i più bassi nella classifica dei Paesi Ocse. L'Italia si colloca per gli stipendi al 23mo posto, con guadagni inferiori al 16,5% rispetto alla media dei trenta Paesi che fanno parte dell'organizzazione di Parigi. Particolarmente penalizzati gli italiani single e senza figli, i cui salari restano ai livelli più bassi tra i paesi Ocse, superati anche dagli stipendi in Spagna e Grecia, mentre l'Italia vanta una pressione fiscale sulle retribuzioni ai livelli più elevati. I dati sono riferiti al 2009 e l'Italia si colloca nella stessa posizione dell'anno precedente. E' quanto risulta dal Rapporto 'Taxing Wages' dell'Ocse. Il peso di tasse e contributi sui salari, il cosiddetto cuneo fiscale che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore, è in Italia al 46,5%, rileva ancora il rapporto Ocse. Nella classifica dei maggiori trenta Paesi, aggiornata al 2009, l'Italia è al sesto posto per peso fiscale sugli stipendi, dopo Belgio (55,2%), Ungheria (53,4%), Germania (50,9%), Francia (49,2%), Austria (47,9%). Il peso di tasse e contributi sui salari in Italia è rimasto stabile dal 2008 al 2009, registrando solo un lieve (-0,03%). L'Italia occupa infatti nella classifica Ocse la stessa posizione, la sesta, rispetto all'anno precedente.
In Italia, precisa ancora l'Ocse, hanno un impatto rilevante sulla differenza tra salario lordo e netto anche i cosiddetti 'pagamenti obbligatori non fiscali', rappresentati dal tfr, che aumentano la pressione di un ulteriore 3%. "Aggiungendo questa variabile - spiega un economista dell' Ocse in un incontro con la stampa - il prelievo obbligatorio sui salari in Italia sale oltre il 49%, portando il Paese a superare la Francia in termini di quota di imposizione". I 'pagamenti obbligatori non fiscali', secondo la definizione dell'Ocse, sono pagamenti che il lavoratore o il datore di lavoro devono versare per legge, ma non al governo, come i contributi in fondi pensione privati o pagamenti per polizze assicurative. Il loro impatto sui redditi delle famiglie, e sul costo del lavoro, è differente da quello delle imposte tradizionali, dato che spesso si tratta di contribuzioni nominali, che il lavoratore riottiene quando lascia il posto o va in pensione (come, appunto, nel caso del Tfr).
(11 maggio 2010)

articolo tratto da Repubblica.it - http://www.repubblica.it/economia/2010/05/11/news/ocse_classifica_lavoro-3978742/

marcia perugia assisi 2010

2 ORE DI SCIOPERO ALLA FERRARI

lavoratori della Ferrari in sciopero!
Scritto da Rsu Fiom Ferrari (Modena)
mercoledì 12 maggio 2010

Oggi 2 ore di sciopero alla Ferrari con presidio alla Gestione Sportiva

I lavoratori della Ferrari rivendicano il premio di risultato (saldo 2009) che l'azienda avrebbe dovuto erogare lo scorso 30 Aprile.

Dopo ritardi nella comunicazione dell'erogazione del Premio di risultato, l'azienda comunica in confindustria (10-5-2010) che ai lavoratori della Ferrari non sarà riconosciuto nessun premio poichè nel 2009 non sono stati raggiunti gli obiettivi concordati nell'integrativo aziendale.

Nonostante fino ad un mese fa, i vertici aziendali, si dividevano premi dovuti ad un bilancio considerato il secondo bilancio record di sempre, ai lavoratori non viene erogato nulla. Gli obiettivi li raggiunge solo il presidente e i suoi più stretti collaboratori?

Durante l'incontro del 10-5-2010 l'azienda ha inoltre comunicato che ci sono 270 esuberi tra impiegati ed operai e alcune lavorazioni da esternalizzare per rendere più competitiva l'azienda.

Il ricatto è rivelato quando la Direzione Aziendale afferma che non ci sarà il Premio di Risultato, ma l'azienda è disponibile ad erogare una somma economica imprecisata se i sindacati assecondano la necessità di licenziare ed esternalizzare!

La Rsu-Fiom-Ferrari insieme alle RSU di Fim e Uilm sostenute dalle oo.ss. Fim-Fiom-Uilm Provinciali non hanno accettato il ricatto.

Partono gli scioperi. I lavoratori sono uniti e consapevoli che si lotta per rivendicare una dignità contrattuale in Ferrari sempre azienda Fiat!


PS: Durante lo sciopero del 11-5-2010 un lavoratore in sciopero viene aggredito e picchiato da alcuni ospiti della Ferrari davanti alle portinerie dell'azienda. Prognosi 14 giorni di riposo. Ecco l'azienda paradiso del Presidente Montezemolo.

Oltre ai ricatti, si lasciano circolare in azienda degli ospiti dopo che hanno aggredito un lavoratore che rivendica i propri diritti

LO STRAORDINARIO E LA CASSA INTEGRAZIONE

“le macchine si deliberano durante la settimana”
-dichiarazione dell’Azienda nell’incontro del 17 Marzo scorso-


Quale logica etica e industriale muove un così ingiusticato e continuato uso dello straordinario ,tale quello avvenuto la settimana scorsa, alternato poi paradossalmente al ricorso alla Cassa Integrazione appena qualche giorno dopo?
Non bastasse, lo si fa dividendo i lavoratori in due categorie: quelli a cui si impongono i sacrifici della crisi e del salario decurtato dalla CIGO, e quelli esentati perennemente, a cui addirittura si consente lo straordinario. Insomma i buoni e i cattivi.
Però ai cattivi non si chiede solo quello, la sindrome del muda (lo spreco in giapponese) da anni sottopone i lavoratori ad una continua riorganizzazione che il più delle volte antepone l’efficienza dei numeri alla qualità del lavoro, sia dal punto di vista della persona che da quella del prodotto: insomma un fatto di costi esercitato attraverso il taglio del tempo, quello sì che è importante.
Per abbattere lo spreco si pongono problemi addirittura sul cambio degli indumenti da lavoro, oppure sul riconoscimento dei disagi linea –per quanto modesti- di coloro che ci lavorano e che vogliono vedersi riconosciuto quel diritto, o magari si impiegano senza il consenso del lavoratore i vecchi PAR in barba al CCNL.
E che dire del Premio di Risultato del 2009 dimezzato o della volontà di FIAT di non aumentare il costo del lavoro nel 2010 proponendo alle O.O.S.S. 300 euro per il nuovo PdR?
Non è che magari quello spreco che ci acceca gli occhi lo si dovrebbe andare a cercare da altri parti? Non è che magari quello “straordinario” sistematico o quel rimettere mano al trattore 100 volte, siano essi stessi SPRECO?
Il ricorso troppo sovente allo straordinario di salvataggio, per ritornare alla CIGO qualche giorno dopo, o dopo averla fatta qualche giorno prima, fa luce su quella che è la vera inefficienza della fabbrica: l’incapacità di chi ha la responsabilità delle scelte a risolvere quelle che sono le vere problematiche strutturali dello stabilimento e che inevitabilmente riaffiorano in modo sistematico.
Non si può pensare di rincorrere turchi o polacchi senza una seria gestione delle risorse economiche e una riorganizzazione del lavoro vera che sappia mettere Sapere Operaio e Qualità al primo posto. Tutto il contrario dell’altalena tra straordinario e Cassa Integrazione degli ultimi tempi. Questa è la vera sfida che ci attende.

Jesi, 29 Marzo 2010 LA RSU DELLA FIOM-CGIL

LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE

LA FIOM-CGIL RINGRAZIA I LAVORATORI PER L’AMPIA PARTECIPAZIONE ALLA CAMPAGNA PER LA RACCOLTA DI FIRME A SOSTEGNO DELLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE SULLA DEMOCRAZIA NEI POSTI DI LAVORO.
AGLI ACCORDI SEPARATI E A CHI NEGA AI LAVORATORI IL LORO SACROSANTO DIRITTO A DECIDERE DELLA LORO CONDIZIONE, L’AMPIA ADESIONE AI CANCELLI DIMOSTRA DA UNA PARTE LA NECESSITA’ DI COLMARE UN VUOTO DI REGOLE CHE RIGUARDA LA NOSTRA CATEGORIA, E DALL’ALTRA LA VOLONTA’ DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI DI VOLER CONTARE E DI VOLER DECIDERE CON IL VOTO GLI ACCORDI E I CONTRATTI CHE DETERMINANO LE LORO CONDIZIONI DI LAVORO E DI VITA.

Jesi, 10 Maggio 2010 la RSU della FIOM-CGIL

martedì 11 maggio 2010

LA VITTORIA DI BONANNI NEL CONGRESSO CGIL di Giorgio Cremaschi

Va dato atto a Guglielmo Epifani di avere, nelle sue conclusioni al XVI Congresso della Cgil, chiarito seccamente i dissensi con la mozione 2 e con la maggioranza della Fiom. Naturalmente si può sempre rimarcare il fatto che solo alla fine del percorso congressuale le differenze siano state riconosciute come tali. Per gran parte del congresso, invece, esse sono state negate dalla maggioranza, che ha preso i suoi voti anche in nome dell’unità della Cgil di fronte a una divisione considerata incomprensibile. Meglio tardi che mai, ma ovviamente non è lo stesso che se gli iscritti fossero stati messi dall’inizio di fronte alla scelta che è stata chiarita alla fine. (...)
Guglielmo Epifani ha detto che su due punti di fondo in Cgil ci sono linee diverse. Il primo riguarda il giudizio e le scelte da compiere rispetto all’accordo separato sul sistema contrattuale, il secondo la questione dell’unità e il suo rapporto con la democrazia sindacale. Accanto a questo il segretario della Cgil ha sottolineato come le differenze si siano anche tradotte in scelte e comportamenti diversi, con categorie che hanno fatto accordi unitari e non hanno rivendicato la democrazia sindacale e altre, a partire dalla Fiom che invece hanno subito accordi separati e rotto con Cisl e Uil.
Ora il congresso ha scelto e lo ha fatto non solo con gli interventi, ma con gli umori, i fischi prima, gli applausi dopo. Il congresso ha scelto di aprire alla Cisl, alla sua linea politica, al suo modello sindacale e di considerare di conseguenza l’esperienza della Fiom un elemento minoritario con cui fare i conti anche statutariamente. La Cgil abbandona così la posizione politica e sindacale assunta nell’ultimo decennio. Quella per capirci che accompagnava i momenti di unità con Cisl e Uil a una linea autonoma di iniziativa lotta. La Cgil rompe con questa fase decennale e sceglie di ritornare nel carro di Cgil, Cisl e Uil.
Questo nel nome della necessità di fare gli accordi, di evitare conflitti fini a sé stessi, con la paura dichiarata più volte di restare nell’angolo. E’ significativo che l’applauso più caloroso raccolto da Epifani nelle sue conclusioni sia stato quando egli ha condannato i conflitti che durano troppo a lungo senza risultati.
Una storia si conclude, quella che ha visto la Cgil assumere una funzione di punto di riferimento dell’opposizione sociale del paese. Questo ruolo è stato esplicitamente rifiutato perché, si accusa, confinato in una sterile resistenza. Ora la Cgil si prepara a ricostruire i rapporti unitari con Cisl e Uil e, sulla base di questi, a trattare con il Governo e con una Confindustria che non è mai stata citata, né nel bene né nel male, negli interventi del segretario generale.
Una linea di questo genere potrebbe avere un senso se fossimo alla vigilia , o dentro, una grande ripresa economica. Accodarsi al moderatismo di Cisl e Uil nel momento in cui le fabbriche assumono e i salari crescono perché tutta l’economia riparte, potrebbe essere una scelta opportunistica, ma realistica. La realtà, però, è che la crisi si aggrava e lo fa soprattutto nella sua dimensione sociale. L’Europa interviene a sostegno dei bilanci della Grecia e degli altri paesi a rischio, ma chiede sacrifici umani sul piano delle politiche sociali contrattuali e dei diritti. In più l’Italia è percorsa dalla follia del federalismo che, in un momento di crisi, significa inevitabilmente frantumazione e secessione. Una Cgil che proprio in questo momento decide di moderarsi e ridimensionarsi è quanto di peggio può capitare al mondo del lavoro nella crisi sociale. In questo senso la svolta del congresso è un puro atto di irrealistica debolezza, che accrescerà l’arroganza delle controparti e la tentazione in Cisl e Uil di far pagare al più grande sindacato italiano tutte le scelte del passato.
Il fatto che questa svolta moderata si accompagni a un irrigidimento autoritario dello Statuto, che nei fatti ripristina il centralismo democratico nella formazione delle decisioni più importanti, segnala che la maggioranza dell’organizzazione vive la propria svolta in una condizione di disagio e incertezza.
Per la prima volta da dieci anni la Cgil dice esplicitamente alla Fiom: “Dove c’è la Fiom non c’è la Cgil” e questo prepara momenti difficili, sia per i metalmeccanici sia per tutte e tutti coloro che intendono opporsi a come viene gestita la crisi oggi.
In ogni caso questa è la svolta e con essa bisogna misurarsi. La mozione di minoranza e la maggioranza della Fiom hanno ora di fronte a sé una responsabilità rilevante. Possono accettare questa deriva e gestirla il un piccolo cabotaggio della contrattazione nei e dei gruppi dirigenti. Oppure, come hanno fatto votando contro alle conclusioni del congresso, possono rivendicare esplicitamente un'altra linea di opposizione e resistenza sociale e organizzarla nel dissenso esplicito con la maggioranza.
Il vero vincitore del congresso della Cgil è il segretario della Cisl Bonanni. Sta ora alla minoranza organizzarsi in maniera tale da far sì che le contraddizioni di questa vittoria emergano rapidamente.


Roma, 11 maggio 2010

SALARI: OCSE, QUELLI ITALIANO TRA I PIU' BASSI DEI TRENTA PAESI MEMBRI

I salari netti dei lavoratori italiani si collocano al 23° posto, dopo quelli di Spagna e Grecia. FMI ripresa lenta e disomogenea per l'Italia.
CGIL, dati OCSE confermano la validità della nostra richiesta per un ‘fisco giusto’
11/05/2010
I salari italiani tra i più bassi nella classifica dei Paesi OCSE. L'Italia si colloca per gli stipendi al 23° posto, con guadagni inferiori al 16,5% rispetto alla media dei trenta Paesi che fanno parte dell'organizzazione di Parigi. I dati sono riferiti al 2009 e l'Italia si trova nella stessa posizione dell'anno precedente. E' quanto risulta dal Rapporto 'Taxing Wages' dell'OCSE.

“Da mesi chiediamo al governo un piano triennale di riforma fiscale per ridurre le tasse sul lavoro e sulle pensioni: oggi l’OCSE, collocandoci con i salari netti dietro la Grecia e al ventitreesimo posto, conferma la validità della nostra richiesta per un ‘fisco giusto’”, lo afferma il Segretario Confederale della CGIL, Agostino Megale, in merito al Rapporto.

Dall'analisi dell'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico emerge che, in media in Italia, un lavoratore single senza carichi di famiglia ha avuto nel 2009 un salario annuale netto di 22.027 dollari, rispetto i 26.395 della media OCSE. Ancora più forte il divario rispetto alla media dell'Unione Europea, dove la media dei salari è di 28.454 dollari (25.253 per la UE-19). Nel caso di un lavoratore con famiglia mono-reddito, con a carico coniuge e due figli, il salario netto degli italiani sale a 26.470 euro.

Per Megale i dati OCSE confermano due aspetti ‘pesanti’ della crisi: “il primo, i salari netti reali dei lavoratori italiani restano tra i più bassi dei trenta paesi in classifica anche nel mezzo della crisi, a conferma dell’assenza di un sostegno ai redditi da lavoro finalizzato a stimolare la ripresa; secondo, il dato medio nasconde una parte di lavoratori in CIG o, peggio, senza più lavoro, lasciando così immaginare che perderemmo altre posizioni in classifica se tenessimo conto della platea reale”. Considerazioni che, precisa Megale, “non possono che portare ad un’unica soluzione: è sempre più indispensabile sostenere i redditi netti per riprendere la via di una ripresa solida e potenzialmente rapida”.

Intanto il Fondo Monetario Internazionale registra per l'Europa una ripresa moderata e disomogenea, in cui il PIL italiano crescerà nel 2010 dello 0,8% a fronte di un'inflazione dell'1,4%. Il rapporto deficit-PIL italiano si attesterà al 5,2%, rendendo così il nostro Paese uno dei più virtuosi d'Europa: il deficit-PIL di Eurolandia, infatti, risulterà pari al 6,8%. Nel suo Regional Economic Outlook, l'FMI invita i Paesi UE a risanare il debito pubblico nel medio termine, e rileva che c'è bisogno di coordinamento nelle exit strategy, soprattutto nell'area euro, in cui il Patto di Stabilità e Crescita può essere di aiuto in questo senso. Il PIL dell'area euro previsto in crescita dell'1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011, con Francia (+1,8%) e Germania (+1,7%) a spingere la crescita.

“E sulla crescita si gioca tutto - spiega il dirigente sindacale -. Il rigore dei conti è necessario ma va detto con chiarezza che il governo si è ‘mangiato’ un avanzo primario pari a 45 miliardi. Il saldo primario, che l’attuale governo ha portato dal +2,5 del 2008 (38,6 miliardi) ad un disavanzo del -0,6 nel 2009 (-9,5 miliardi), non può essere recuperato tagliando la spesa ma scommettendo sulla crescita e sulla lotta all’evasione. Le stesse previsioni del FMI di oggi indicano una crescita inferiore per il nostro paese nel 2010 rispetto a quella prevista dal governo nella RUEF, il che - conclude Megale - probabilmente richiede una qualche chiarezza in più sui conti”.

lunedì 10 maggio 2010

LA TENUTA DELLA MINORANZA DELLA CGIL

L'opposizione interna a Epifani non vota il documento conclusivo, e nemmeno la rielezione del segretario, e punta a continuare la sua battaglia. Anche se il congresso si conclude con una sua sconfitta.

Francesco Ruggeri
Liberazione
Siamo entrati col 17% e usciamo con il 17%»: un applauso liberatorio aveva accolto la sera di venerdì questo annuncio di Domenico Moccia, il portavoce della seconda mozione. Dopo giorni di voci su possibili defezioni era stato il segnale che le esperienze avevano dato vita al documento alternativo sarebbero restate insieme anche dopo il congresso ed era salva l’eterogenietà fondante di quella mozione. Così, dopo una nottata convulsa – sia nella maggioranza che nella minoranza per la definizione di nomi e numeri – ieri un’ennesima riunione, subito prima delle conclusioni di Epifani, ha ascoltato la dichiarazione di voto motivata e firmata dai dirigenti della seconda mozione per dire no al documento finale e proseguire un cammino comune per arginare quella che per alcuni potrebbe essere una mutazione genetica del più grande sindacato italiano. Insomma, per dirla con le parole del portavoce, «valeva, vale e varrà la pena» questo stare insieme su punti nodali come l’opposizione agli accordi separati, un modello contrattuale che preveda il referendum vincolante tra i lavoratori, la lotta alla precarietà, l’estensione dell’articolo 18 e dei diritti, la democrazia interna, l’indipendenza dai governi, la contrattazione sulla base dei bisogni e non coi vincoli di accordi separati. Certo quel 17% sembra striminzito visto con l’ottimismo che aveva segnato la presentazione della mozione, lo scorso inverno, al Teatro Valle di Roma. Ma il loro documento è stato presentato solo nel 52% dei congressi locali e, lì dove non c’erano presentatori, s’è registrata spesso una partecipazione al voto massiccia e unanime per il documento di maggioranza. Senza giri di parole, Fabrizio Burattini, uno dei nuovi ingressi nel direttivo nazionale e segretario Cgil di Roma Sud, ammette sia che ci si aspettava di più, sia che alcuni risultati sono inattendibili. A dare vita a una coalizione che supera i confini della sinistra sindacale storica è stato il rigetto dell’«ambiguità sul modello contrattuale – continua Burattini – ma bisogna dire che il vero successo di Epifani è stato quello di avere isolato di nuovo la Fiom». «Dal congresso non è scaturita alcuna sintesi», conferma Carlo Podda, ex segretario della Funzione pubblica, liquidando le voci della possibile defezione dei suoi.
La mozione, infatti, era partita «sullo slancio dello sciopero di meccanici e funzione pubblica il 13 febbraio del 2009 – ricorda Sergio Bellavita, segretario generale Fiom a Parma – e con i numeri, sulla carta, di tre categorie e le firme di tre segretari di camere del lavoro, di Brescia, Venezia e Reggio Emilia». A completare la geografia interna alla mozione ci sono la Rete 28 Aprile e pezzi dell’area Lavoro/società che, in gran parte s’è schierata con la maggioranza. Poi, tra i bancari e funzione pubblica e a Venezia, la seconda mozione ha perso il congresso. Da qui questi numeri che sembrano darle torto. «Dei tre congressi che ho attraversato – prosegue Bellavita – questo è quello che esce più a destra di com’era entrato: nel 2001, invece, dopo una discussione vera, Cofferati aveva lanciato la campagna per la difesa dell’articolo 18, si raccolsero 5 milioni di firme, ci fu la straordinaria manifestazione del marzo 2003. Ora, invece, questa stretta autoritaria sembra funzionale alle prossime scelte antipopolari che la Cgil si appresta a fare». Vista con gli occhi della “due”, lo statuto appena modificato irrigidisce quella che già era una tendenza alla confederalità gerarchica, dall’alto, con l’impossibilità per le categorie di esprimersi prima dell’orientamento del direttivo Cgil. Dunque, si va avanti. Ma come? «La forma tecnica è da decidere», riprende Moccia rimandando a un appuntamento da fissare al massimo entro due mesi. Un modello arriva dai territori e lo spiega a Liberazione Anna Maria Zavaglia, maestra nel torinese ed esponente del magro 7% di delegati provenienti dalla produzione: «Già prima di venire a Rimini abbiamo individuato i delegati della mozione come nucleo di discussione e presenza attiva nella Cgil. Questa mozione è un patrimonio da salvaguardare».