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martedì 30 ottobre 2012

NOTA DELLA SEGRETERIA NAZIONALE DELLA FIOM CGIL


La Segreteria nazionale della Fiom-Cgil, vista la proclamazione dello sciopero generale della Cgil di 4 ore per il 14 novembre 2012, nell’ambito della giornata di mobilitazione della Ces, impegna tutte le proprie strutture alla riuscita dello sciopero e delle manifestazioni territoriali che saranno organizzate dalla Confederazione.

La Fiom-Cgil si mobiliterà e sarà presente anche per contrastare la pratica degli accordi separati, contro la violazione in atto nella nostra categoria dell’Accordo del 28 giugno da parte di Fim, Uilm e Federmeccanica, per difendere il lavoro con diritti e l’occupazione, per affermare una vera democrazia nei luoghi di lavoro.

In tale contesto, lo sciopero generale dei metalmeccanici di 8 ore, proclamato per il 16 novembre sulla base dei contenuti definiti con l’Assemblea nazionale dei 5.000 delegati e delegate a Modena, è rinviato a fine novembre o inizi di dicembre, la data sarà definitivamente fissata dopo la riunione dei Segretari generali regionali e territoriali della Fiom, già convocata per il 2 novembre a Roma.

Segreteria nazionale Fiom-Cgil

giovedì 18 ottobre 2012

CHE SI CAMBI



La carambola di incidenti/infortuni avutasi nei giorni scorsi nello stabilimento CNH di Jesi, lancia segnali preoccupanti non solo sulla salute di chi lavora, ma anche sul futuro produttivo e occupazionale dello stabilimento. L'impressione è che se non cambia qualcuno o qualcosa nel modo di guidare (guidare, non comandare) la fabbrica, tra non molto avremo non pochi problemi.

L'esempio più chiaro arriva dal reparto Cabine, dove anni di Wcm e di incompetenze, hanno creato una organizzazione del lavoro che non riesce a mettere in condizione i lavoratori né di lavorare in sicurezza, né di far bene la produzione. L'infortunio del lavoratore che perde il dito ne è la testimonianza più crudele.

La prima osservazione da fare è quella che se una fabbrica è allo sbando, bisogna provare a ragionare su come funziona. Partendo però da una premessa. La Fiat ci ha raccontato per molto tempo che l'ostacolo al cambiamento e al fatto che uno stabilimento potesse essere competitivo, era rappresentato in ordine dalla Fiom, dagli scioperi, dall'assenteismo, e dai diritti dei lavoratori in generale. Oggi la Fiat grazie al CCSL dentro gli stabilimenti vanta un potere assoluto, perchè tutto quello che chiedeva FIM e UILM glielo hanno dato. Ma pensiamoci un attimo. Il nostro stabilimento col nuovo contratto è più competitivo? Con meno problemi? Abbiamo una maggiore garanzia del posto di lavoro o l'aumento del salario? Assolutamente niente di tutto questo. Anzi, le problematiche dei lavoratori come quelle dell'Azienda, sembrano essere aumentate in maniera esponenziale.

Dove bisognerebbe allora andare a guardare? A noi pare che molti dei problemi del sito jesino, derivino per gran parte dall'incapacità dei Responsabili all'interno dello stabilimento, oltre che da un attacco spropositato che la Fiat ha portato al sindacato e ai diritti dei lavoratori, che non ha fatto altro che complicare la vita delle fabbriche.

RESPONSABILI 
Chi è che da anni controlla indisturbato assunzioni, gratifche e spostamenti all'interno dello stabilimento? Che prende decisioni sull'organizzazione del lavoro o sulla sicurezza? Che se fa bene o fa male, tanto è lo stesso? Gli inamovibili capi offcina e i responsabili di certi Enti. Che col tempo si sono fatti una schiera di veri e propri fedelissimi. Un vero e proprio gruppo di potere autoreferenziale. Figli, parenti, o da chi ha rinnegato se stesso, pur di non stare in una linea di montaggio. Gli stessi che oltre ad avere responsabilità enormi sul caos odierno (pensiamo ad esempio ai preposti sulla sicurezza o dell'organizzazione del lavoro), nel corso degli anni hanno di fatto impedito opportunità o riconoscimenti salariali e professionali a tutti gli altri lavoratori. Togliendo la possibilità a questa fabbrica di crescere veramente, di essere dinamica, e di premiare il valore del lavoro delle offcine e delle linee piuttosto che la fedeltà o la parentela. Crediamo di non sbagliare di molto, se diciamo che le stesse dimissioni del direttore Silvestrini, abbiano a che fare anche con questo. Per la Fiom, è ora di cambiare.

IL SINDACATO 
L'altro elemento nemico della tenuta produttiva e occupazionale dello stabilimento è la cacciata del sindacato fuori dai cancelli, e la limitazione delle libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori sancita dal nuovo contratto Fiat. Ciò è dannoso non solo per i lavoratori, ma paradossalmente anche per la stessa azienda. La confusione aziendale che regna sovrana in questi giorni, è anche fglia del fatto che in fabbrica è stata estromessa l'unica controparte sindacale autorevole e autonoma, che aveva e che ha tuttora il riconoscimento della maggioranza delle lavoratrici e dei lavoratori. La Fiom-Cgil. Sulla Rsa Fim e Uilm presente oggi, ogni commento è superfuo, e non spiegherebbe mai fno in fondo, quanto poco hanno a che fare con le nobili parole sindacato dei lavoratori.
Eppure alla cacciata della Fiom e della democrazia in fabbrica, doveva corrispondere la fne di ogni problema. Il raddoppio delle produzioni, assieme ai salari tedeschi.

COSA OCCORRE FARE 
Intanto che si abbandoni quel mondo di cartapesta che si è costruito in questi anni in nome del Wcm. Il flm è fnito. Si torni alla sostanza delle cose. Servono investimenti nei processi e nei prodotti, ma soprattutto nella forza lavoro che tutti i giorni con dignità crea il domani di questa azienda. Occorre tornare a ragionare del come si lavora, di qualità, di sicurezza (quella vera!), di valorizzare le persone, e di redistribuire i guadagni aziendali della nostra fatica. Tanto per dirne una, Il trattore dell'anno assegnatoci, serve solo ad ingrassare le tasche degli azionisti e dei capi? Oltre a questo, occorre che il nuovo direttore trovi il coraggio di rompere quella rete di intrecci, che è il vero potere nascosto dello stabilimento, e che ne ostacola lo sviluppo. In ultimo, occorre ristabilire all'interno dello stabilimento i diritti e le libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori.
Solo così forse, non vedremo più cadere i trattori dallo skid, lavoratori che perdono le dita, l'auto scontro da Luna Park tra carrelli, fumi irrespirabili, le scorribande ultime dell'ambulanza nel nostro stabilimento. Non avremo bisogno di rimettere le mani sul trattore mille volte, con grande spreco di soldi, che potrebbero essere redistribuiti ai lavoratori, o impiegati in percorsi di crescita professionale anche a quelli che non hanno il babbo agli uffci.

LA FIOM
Ecco allora che difendere i diritti, signifca difendere anche le produzioni e il lavoro a Jesi. La Fiom continuerà a battersi per entrambe le cose, perchè Fabbrica Italia e le scelte fatte dalla Fim e dalla Uilm, dimostrano ampiamente che a scambiare i diritti si tengono solo le fabbriche chiuse, e il portafoglio vuoto.
Anche per questo la Fiom ha proclamato lo sciopero generale il 16 Novembre prossimo. Anche per questo la Fiom raccoglierà nei prossimi giorni davanti ai cancelli della fabbrica, le frme referendiarie per la cancellazione delle modifche all'articolo 18 e all'articolo 8, fatto da Sacconi per garantire alla Fiat l'impunità dalla Legge, sugli accordi di Pomigliano estesi poi a tutto il Gruppo.

Jesi, 19 Ottobre 2012         La Rsu della Fiom Cgil

sabato 13 ottobre 2012

APPELLO ALLA CITTA' DI JESI


Firma per l'abrogazione delle due leggi vergogna di Monti e Berlusconi!

Care cittadine e cari cittadini, l'articolo 1 della nostra Costituzione recita in modo chiaro ed inequivocabile che "l'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Cioè il lavoro è un diritto, e sopra quel diritto si reggono le nostre vite e la democrazia nel Paese.

Dopo anni in cui si è smesso volutamente di raccontare chi lavora, oggi la crisi e la fnanza hanno creato le condizioni per una resa dei conti fnale, dove in pochi dovrebbero lavorare di più, senza diritti, privati dello stato sociale, e a scapito dei tanti che il lavoro non riusciranno a trovarlo mai.

Ecco allora che l'articolo 8 del decreto legge 138/2011 voluto dal governo Berlusconi, e la modifca dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 300 del 1970) fatta da Monti, rappresentano l'atto fnale della defnitiva distruzione delle conquiste sociali fatte negli anni'70.

Se attraverso le deroghe viene messa la parola fne al contratto nazionale, come al fatto che a eguale mansione possa corrispondere lo stesso salario e gli stessi diritti (art.8). Dall'altra, scompare per sempre il posto fsso. Con una manciata di soldi si potrà infatti essere licenziati per un qualsiasi motivo (art.18).

Messi in guerra l'uno contro l'altro e senza contratto nazionale (Fiat docet!), i lavoratori saranno sempre più soli e il lavoro si sposterà verso coloro che meglio sapranno rinunciare ai salari, ai diritti, e alle libertà sindacali. Il risultato sarà un peggioramento complessivo delle condizioni di vita delle lavoratrici e dei lavoratori di tutta Europa.

La precarietà viene assunta così a tratto distintivo della nostra epoca e il lavoro esisterà solo in funzione del mercato che regolerà tutto.

Per questo nei giorni scorsi uomini e donne di questa città, hanno deciso di mettere da parte per un momento le loro diversità, e impegnarsi insieme in un cammino che attraverso la costituzione di un Comitato cittadino, vuole provare a cambiare le cose, riaffermare la centralità del lavoro e un futuro alla tenuta democratica di questo Paese, che le politiche neoliberiste di questi anni ha messo a dura prova.

Siamo consapevoli che dietro a tutto questo c'è l'idea di una società che impoverisce tutti. L'operaio in cassa integrazione come chi il lavoro non riesce a trovarlo. Il precario a cui viene tolta per sempre la possibilità di una stabilizzazione o il commerciante costretto a chiudere perché nessuno più compra niente.

A motivo di ciò è nostra intenzione coinvolgere il più possibile la cittadinanza e il territorio per discutere e per ricreare quella partecipazione e quella speranza che i referendum sull'acqua hanno dimostrato sia possibile mettere in atto. La vittoria dei referendum porterebbe miglioramenti sostanziali nella vita di milioni e milioni di lavoratori.

Sostieni i Referendum sul lavoro e partecipa alla raccolta delle frme!

PER ADERIRE AL COMITATO O PER RICEVERE INFORMAZIONI POTETE INVIARCI UNA MAIL ALL'INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA comjesi8x18@googlegroups.com         F.I.P. Via Pastrengo 2

giovedì 11 ottobre 2012

COMITATO REFERENDARIO A JESI

Il 02 Ottobre si è costituito anche a Jesi il Comitato per i due referendum nazionali sul lavoro: l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori e l’articolo 8 del decreto legge 138/2011.
Il primo intende abolire le modifiche apportate dal governo Monti all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge n. 300 del 20 maggio 1970), mentre il secondo mira a ripristinare i diritti minimi e universali previsti dal contratto nazionale di lavoro cancellati dal governo Berlusconi con l’articolo 8 del decreto legge 138.
I referendum hanno molti meriti: rimettono al centro il mondo del lavoro e della precarietà, mettono in discussione le politiche recessive e antipopolari degli ultimi governi, dimostrando che altre scelte sono possibili. Il comitato referendario di Jesi è costitutito unitariamente da forze politiche ( Prc- Pdci-Sel-Idv ) , sindacali ( Fiom ), associazioni ( Anarchici, Libera, Anpi.,Comitato DIRITTI & LAVORO... ).
Fin dalla sua costituzione , il comitato ha sottolineato la necessita di allargare il più possibile il numero dei promotori. Abbiamo deciso, quindi, di promuovere un ulteriore appello di adesione rivolto alle associazioni e ai singoli cittadini per intraprendere una mobilitazione collettiva e per salvaguardare la dignità del lavoro. Non è solo una battaglia operaia, ma un presidio democratico che riguarda la tutela del diritto al lavoro dei singoli cittadini.
Il 13 Ottobre saremo in Piazza della Repubblica per la prima raccolta firme e per distribuire il materiale informativo.
Per aderire al comitato o per ricevere informazioni potete inviarci una mail all' indirizzo di posta elettronica : comitato18refer8@gmail.com


lunedì 8 ottobre 2012


           
Watch live streaming video from fiomnet at livestream.com


ASSEMBLEA FIOM - CAPITALE&LAVORO

Maurizio Landini ai delegati
Il 16 novembre scioperiamo
LORIS CAMPETTI
13.10.2012
La lotta di classe c'è stata in questi anni, peccato che a vincerla, siano stati i ricchi contro i poveri. Con il risultato che il 15% della ricchezza nazionale si è spostata da salari e pensioni a profitti e rendite

«Se ci siamo beccati vent'anni di Berlusconi è perché da vent'anni il lavoro in Italia non è più rappresentato», grida Maurizio Landini a un pubblico di 5 mila delegati determinati, in attesa della proposta finale del segretario della Fiom. Eccola: «Il 16 novembre sciopero generale della categoria, nello stesso giorno della mobilitazione nazionale degli studenti. Per riunificare le lotte, per non lasciare solo chi, come noi, è colpito dalle politiche del governo». Un'ovazione, tutti in piedi, chi con gli occhi umidi, chi a chiedere scherzosamente al vicino: «Ma che sostanza usa Maurizio?».
Un Landini scatenato, capace di raccogliere un sentimento condiviso al Palasport di Modena, ha duramente criticato le politiche del governo Monti. Sull'ultima manovra il segretario Fiom è stato netto: «Riduce l'Irpef per aumentare l'Iva, è una truffa. Gli incapienti che non arrivano a 8 mila euro, con l'aumento dell'Iva prenderanno ancora meno. In un paese in cui 9 milioni di cittadini non hanno i soldi per curarsi, tagliano i fondi per la sanità, con il rischio aggiuntivo che questi tagli facciano saltare in aria il settore biomedicale di Mirandola, già duramente colpito dal terremoto. Per il bene di chi, hanno fatto queste scelte? Dicono che il governo Monti fa il bene dell'Italia, ma di quale Italia parlano? Prima se ne va, meglio è».
Da oggi i militanti della Fiom saranno nelle piazze e davanti alle fabbriche a raccogliere firme per i due referendum sul lavoro, per abolire l'art.8 della manovra berlusconiana che rottama il contratto nazionale e per ripristinare nella sua interezza l'art.18, che impediva i licenziamenti individuali senza giusta causa. Sarà un caso, ma le prime vittime del nuovo corso montiano, sono per il 75% iscritti alla Fiom. «A chi ci dice che non ha senso raccogliere queste firme perché tanto prima del 2014 non si potrà votare, rispondo che lo sapevamo anche noi». E allora? Allora attivare le procedure per i referendum serve a costringere chi si candida a guidare il paese a prendere posizione sul lavoro e i diritti, la Fiom non intende fare sconti a nessuno. «Poi, se il governo che uscirà dalle urne ripristinerà l'art.18 violato dal duo Monti-Fornero con Pd, Pdl e Udc nella squadra, se abolirà l'ignominia dell'art.8 berlusconiano, allora dei referendum non ci sarà più bisogno. Se questo non avverrà, è giusto che i cittadini dicano la loro e decidano».
Ad alzare la palla sotto rete a Landini perché la schiacciasse contro il governo liberista di Monti è stato uno dei padri del giuslavorismo italiano, Umberto Romagnoli: «Tra Berlusconi e Monti c'è una discontinuità e una continuità. La discontinuità è mediatica, Monti non balla il bunga-bunga, sa vestire e stare a tavola; la continuità è sostanziale e riguarda le politiche del lavoro. Riguarda quel che Monti ha fatto - la riforma delle pensioni di Fornero sarebbe ridicola se non avesse effetti drammatici per centinaia di migliaia di lavoratori, per non parlare dell'art.18 - e quel che non ha fatto». Romagnoli ha ricordato come l'art.19 dello Statuto sulla rappresentanza e la democrazia sindacale, aveva un senso in un quadro di unità sindacale mentre con la frattura che si è determinata non impedisce «che il sindacato con il più alto profilo storico e culturale, che siete voi in questo palazzetto, venga espulso dalla Fiat». E per ricucire questa ferita, pensano con Romagnoli e Landini tutti i 5 mila delegati Fiom, bisogna muoversi subito. Serve la legge, «serve la politica di cui oggi lamentiamo l'assenza», conclude Romagnoli.
Se salta la democrazia nei posti di lavoro, se a scegliere gli interlocutori sindacali sono i padroni e non i dipendenti, se questi ultimi non possono eleggere i loro rappresentanti e votare sugli accordi e i contratti che li riguardano, allora è a rischio la democrazia. Dovrebbe saperlo, insiste Landini, chi si candida a guidare il paese, e dovrà essere chiaro con gli elettori. Sinistra dove sei? Cosa pensi? Con chi stai? Se lo domandano i delegati di Pomigliano e dell'Ilva di Taranto, della Fincantieri e dell'Alcoa e delle mille fabbriche di ogni dimensione in cui gli operai della Fiom si battono per salvare lavoro, diritti, sistema industriale. Ma quel che più preoccupa la Fiom è l'assenza di una politica industriale e la subalternità del governo alle imprese, al modello Marchionne a cui si riconosce il presunto diritto a fare quel che vuole e fuggire dove vuole. «Adesso in molti criticano Marchionne, all'inizio c'eravamo solo noi e in tanti ci dicevano che dovevamo accettare il ricatto o il lavoro o i diritti e spiegavano agli operai come avrebbero dovuto votare. Persino quel ragazzo che diceva di stare con Marchionne senza se e senza ma ora lo critica. Va tutto bene, ma tutti questi signori dovrebbero avere la decenza di chiedere scusa non alla Fiom, ma agli operai di Pomigliano e Mirafiori che hanno avuto il coraggio e la dignità di rifiutare quel ricatto». E giù altri applausi.
Mentre la Fiom chiede a Fim Uilm e Federmeccanica di fermarsi, di non procedere sulla strada di un nuovo contratto separato; mentre propone un anno di riflessione comune per ristabilire regole democratiche della rappresentanza e propone un impegno comune per il lavoro, l'occupazione, la ricerca e gli investimenti; mentre, sempre la Fiom, chiede di sostenere le imprese che si impegnano a fare contratti di solidarietà, a investire per il futuro, a ridurre l'orario per distribuire tra tutti il lavoro che c'è; mentre di questo si parla a Modena, a Roma la Confindustria con il sostegno del governo Monti che chiede un accordo sulla produttività, vuole dai sindacati un allungamento dell'orario e salari legati alla produttività. Quel tavolo di confronto, dice Landini, con queste premesse, va abbandonato. Lo dice innanzitutto alla Cgil. E la Federmeccanica, da cui se n'è andata la Fiat, ha fatto sua la filosofia di Marchionne e pretende di non pagare i primi tre giorni di malattia, di avere senza contrattazione gli straordinari, di passare al regime di orario settimanale.
No ai ricatti vuol dire no all'alternativa tra lavoro e diritti, come alla Fiat, o tra lavoro e salute, come all'Ilva. La Fiom è pronta a scioperare, ma contro la famiglia Riva che non fa gli investimenti di bonifica e non contro la magistratura. Perché «dobbiamo tornare a dire che la salute non si vende». Ecco la Fiom, più una gazzella che si difende dalle pallottole dei cacciatori che non un dinosauro. «Romiti si limitava a volerci sconfiggere, oggi invece vogliono cancellarci. Ma noi siamo ancora qui». Oltre agli applausi dei suoi delegati Landini meriterebbe rispetto, attenzione, sponde politiche. Sta combattendo una battaglia in difesa della dignità di tutto il paese.

mercoledì 26 settembre 2012

COMUNICATO SINDACALE


Informiamo le lavoratrici e i lavoratori che Martedì 25 Settembre 2012 all'interno dello stabilimento Cnh di Jesi, un lavoratore del reparto Cabine è rimasto vittima di un gravissimo incidente che ha comportato una pesante lesione alla sua mano. Lavoratore verso il quale va tutto il nostro pensiero e l'augurio di una pronta guarigione.

La Fiom, vista la gravità di quanto accaduto, ha deciso responsabilmente di aderire allo sciopero di 2 ore indetto in data odierna dalla Fim e dalla Uilm. Questo pur non condividendo la loro scelta di non parlare ai lavoratori.

Detto ciò chiediamo,

1. la rimozione dei responsabili diretti o indiretti che in questi anni, a partire dal reparto cabine, hanno costruito una organizzazione del lavoro che mette a rischio la salute e la sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori, come quanto accaduto ieri l'altro dimostra.
2. La messa in sicurezza fin da subito della postazione, e l'impegno dell'Azienda ad affrontare veramente le problematiche che i lavoratori del reparto pagano ormai da troppo tempo. Non ultima quelle relative alla implementazione della nuova cabina.
3. La Rsa faccia subito richiesta di Assemblee Retribuite per dare la possibilità alle lavoratrici e ai lavoratori di discutere e eventualmente decidere le misure da prendere per salvare una fabbrica in vero e proprio stato confusionale. L'incidente occorso al lavoratore e le dimissioni del Direttore di Stabilimento ne sono la più ampia dimostrazione.

I delegati della Fiom saranno alle ore 11 ai cancelli per parlare con le lavoratrici e i lavoratori e si impegnano a trasmettere la notizia ai mezzi di informazione per far si che quanto accaduto non rimanga nascosto e non si ripeta.

Non possiamo ancora una volta non notare come l'estensione del modello Pomigliano a tutto il gruppo e il duro attacco portato dalla Fiat alle libertà sindacali, non fa altro che lasciare i lavoratori più soli negando loro la possibilità di intervenire sulla propria condizione di lavoro. In aggiunta al fatto che non garantisce nemmeno il lavoro, come la fine del piano “Fabbrica Italia” dimostra ampiamente .
Grazie, Fim e Uilm.

Jesi, 27 settembre 2012 La RSU della Fiom Cgil

martedì 25 settembre 2012


Maurizio Landini

Il monopolio della Fiat ha prodotto solo danni


E' incredibile lo stupore che ha suscitato l'annuncio fatto dall'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, riguardo al fatto che il piano Fabbrica Italia non esista più.
Bastava guardare l'assenza della progettazione di nuovi modelli, la lunga cassa integrazione, il venir meno alla promessa di un anno e mezzo fa di investire 20 milioni di euro negli stabilimenti italiani. La stessa promessa era stata fatta in cambio della drastica riduzione dei diritti e delle libertà dei lavoratori accettata dagli altri sindacati prima a Pomigliano, poi a Mirafiori, poi alla Bertone e, infine, estesa a tutto il Gruppo Fiat. Secondo me, chi ha firmato e sostenuto quegli accordi in cambio degli investimenti in Italia oggi dovrebbe riflettere sulle proprie scelte.
Non appare quindi una grande novità quella annunciata da Marchionne. La domanda è: "Chi doveva vigilare su quegli investimenti e sul futuro dell'unica casa automobilistica italiana?". Proprio chi ora si stupisce non ha voluto ascoltare l'allarme lanciato più volte dalla Fiom-Cgil. Purtroppo i segnali c'erano tutti, e chi non li ha visti ha scelto di non farlo. La Fiat ha tentato di cancellare la Fiom e i suoi iscritti dalle fabbriche perché non hanno creduto alle parole di Marchionne e per aver contrastato in tutti i modi la riduzione dei diritti e delle libertà individuali sancite dal contratto nazionale, dalle leggi e dalla Costituzione del nostro Paese.
Il piano Fabbrica Italia è sempre rimasto un segreto, la Fiat ha detto in ogni occasione che non intendeva discuterlo con nessuno. Oggi sembra sia stato solo una grande bugia, un modo per prendere tempo mentre l'azienda riduceva la sua presenza in Italia, a partire dalla chiusura degli stabilimenti di Termini Imerese, della Cnh di Imola e della Irisbus di Avellino. Non solo, si sono ridotte drasticamente anche le quote di mercato in Europa. C'è la crisi certo, ma la Fiat ha perso molto più di tutti gli altri produttori di automobili, i quali hanno, in questi anni, a differenza della Fiat, continuato ad investire e a lanciare nuovi modelli. Il silenzio del governo Berlusconi prima, di quello Monti poi ha consentito questa situazione.
Il governo deve garantire le libertà sindacali e la democrazia nel gruppo Fiat e deve pretendere un piano di investimenti credibile già da ora. Serve un impegno straordinario per non perdere un intero settore industriale del nostro Paese. E non parlo di allungare gli ammortizzatori sociali, ma di usare la capacità degli operai di fare le automobili. Non possono continuare a pagare l'assenza di innovazione e ricerca della Fiat, mentre gli azionisti si spartiscono i dividendi. Sarebbe inoltre utile favorire l'ingresso di altri produttori di automobili in Italia. Il monopolio della Fiat ha prodotto solo danni
25 settembre 2012

domenica 23 settembre 2012



 FIAT... NON E' SUCCESSO NULLA

“Siamo molto delusi: l’unico documento che abbiamo è solo un comunicato generico –  commenta Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom -La favoletta dei mancati investimenti in tempo di crisi non mi convince”. Alle dichiarazioni Bonanni il dirigente sindacale ribatte: “Capisco il suo imbarazzo,però se vogliamo salvare l’industria automobilistica dobbiamo pretendere qualcosa da Fiat che non è più l’azienda nazionale che abbiamo conosciuto, ma è una multinazionale dalla quale dobbiamo avere certezze. A Bonanni dico anche di andare a discutere con i lavoratori di Fiat che stanno pagando alto il prezzo della crisi con la cassa integrazione”. Airaudo chiede al governo di incontrare i sindacati: “Penso che sia il governo a doverci dire qualcosa. Vorrei che ci spiegasse le ragioni del comunicato congiunto. La favoletta dei mancati investimenti in tempo di crisi non mi convince. Non capisco come possiamo berci questa favoletta di Marchionne”. Sulle scelte del Lingotto Airaudo commenta infine: “Non possiamo aiutare la Fiat a conquistare l’America, pagandone il conto in Italia. Se la Fiat non può garantire lavoro vero in Italia, il governo dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di far arrivare costruttori di auto esteri”.

mercoledì 19 settembre 2012



UOMINI E NO
di MARCO REVELLI 

Non è un problema tecnico. Non c'era bisogno di particolari competenze ingegneristiche o finanziarie per capire, fin dal 21 aprile di due anni fa, quando al Lingotto fu presentato in pompa magna, che il piano «Fabbrica Italia» stava sulle nuvole. Anche un bambino si sarebbe reso conto che quella produzione da aumentare dalle 650.000 auto del 2009 al milione e 400mila del 2014, quel milione di veicoli destinati all'esportazione di cui «300.000 per gli Stati Uniti» (sic!), quel raddoppio o poco meno delle unità commerciali leggere (dalle 150 alle 250mila) in meno di quattro anni, erano numeri sparati a caso. Così come quei 20 miliardi di euro d'investimenti in Italia (i due terzi dell'intero volume mondiale del Gruppo Fiat!), senza uno straccio d'indicazione sulla loro provenienza, senza un piano finanziario serio e trasparente, erano un gigantesco buio gettato sul tavolo verde.
Non è nemmeno un problema politico. O meglio, non è solo un problema politico. I pochi - pochissimi! - che annusarono il bluff e lo dissero o lo scrissero, non lo fecero perché «ideologicamente» ostili alla Fiat, o all'«impresa», o al «capitale». Se gli uomini della Fiom, unica organizzazione nell'intero panorama sindacale, capirono al volo che quel patto leonino proposto da Sergio Marchionne - sacrifici operai subito in cambio di una chimera lontana - era una trappola mortale, non lo fecero perché politicamente schierati contro. Lo fecero perché, appunto, erano «uomini», non marionette. Ben radicati nella realtà di fabbrica, spalla a spalla con altri uomini e donne con cui condividevano difficoltà, sentimenti e interessi.
Forse sta tutta qui la soluzione dell'arcano del «caso Marchionne». In una questione di «antropologia»: nella materialità di una condizione umana e di un sistema di relazioni su cui è passata come un rullo compressore una drammatica «apocalisse culturale». È sicuramente il prodotto di un'apocalisse culturale l'anti-eroe eponimo della vicenda, l'AD Sergio Marchionne, svizzero fiscalmente, americano aziendalmente, apolide moralmente. Così come lo sono i variopinti eredi della famiglia Agnelli - i «furbetti cosmopoliti» di cui parla Della Valle - figure ormai abissalmente distanti dal tipo umano dell'imprenditore del primo e anche del secondo capitalismo. Feroce, certo, spregiudicato e «creativamente distruttore», calcolatore e cinico, ma non incorporeo, sradicato e irresponsabile. Non avulso da ogni terra e da ogni luogo come sono i nuovi manager globali e la nuova proprietà finanziarizzata, la cui parola vale l'éspace d'un matin, e la cui appartenenza è sconosciuta («Siamo qui. Anzi io sono a Detroit, ma sto proprio partendo per l'Italia», ha detto l'a.d. Fiat a Ezio Mauro nell'intervista pubblicata proprio ieri da Repubblica, erettasi per l'occasione a informale tramite tra Impresa e Governo). Marchionne non è un imprenditore in senso stretto. Non sa «fare macchine» - macchine le fanno ancora i tedeschi, come la Volkswagen che ne produce 8 milioni all'anno e veleggia verso i 10 milioni, e che investe in ricerca e sviluppo quasi 7 miliardi di euro, mentre lui va poco sopra i 2 per lo più finanziati dalle banche italiane e impegnati per trasferire oltre oceano la tecnologia Fiat.
Marchionne sa fare soldi: nel solo 2010, l'anno di Fabbrica Italia, ha provocato la più severa caduta sul mercato europeo mai registrata (la Fiat è scesa ad appena il 6,7%) ma in compenso ha portato il proprio gruppo a guidare la classifica della redditività per gli azionisti, «con un ritorno sul capitale del 33%»! CONTINUA|PAGINA3 Vale per lui quanto scritto da Richard Sennett sui manager globalizzati di ultima generazione nel suo ultimo volume su La cultura del nuovo capitalismo: gente che vive strutturalmente - in forza della distanza abissale, di reddito e di stile di vita, che li separa dai luoghi e dalle figure del lavoro - la divaricazione tra guida e responsabilità. Ambivalenti per ruolo e natura. Specializzati nel pensare per «tempi brevi», sul raggio della prossima trimestrale, e a muoversi per improvvisazioni più che per programmazione e pianificazione. Gente, diciamolo, di cui non fidarsi!
Ma prodotto di un'apocalisse culturale sono anche gli altri. Quelli che dovrebbero stare di fronte a Marchionne, e che invece gli stanno dietro (o sotto): i Bonanni, gli Angeletti, buona parte della politica, quasi tutta l'amministrazione. Che cosa ha portato il capo della Cisl Raffaele Bonanni, nell'aprile del 2010 a «brindare alla salute di Fabbrica Italia», definendola «una minirivoluzione che potrebbe riportare l'Italia ai vertici produttivi di un tempo»? E ancora l'anno successivo a dichiarare: «Sarà brusco, sarà crudo, ma Marchionne è stato una fortuna per gli azionisti e i lavoratori della Fiat. Grazie a Dio c'è un abruzzese come Marchionne». Che cosa ha spinto il segretario della Cisl torinese Nanni Tosco - che pure dovrebbe essere un po' più vicino ai luoghi della produzione - a sbilanciarsi definendo il piano di Marchionne «un'opportunità irripetibile per il sindacato e assolutamente da cogliere, evitando di infilarsi tra le ombre del 'piano B'»? E il futuro sindaco Fassino, alla vigilia del famigerato referendum sull'accordo a Mirafiori, a dichiarare senza esitazione che se fosse stato un operaio Fiat (sic) avrebbe votato sì? Ma è pressoché tutto il mondo politico ad aver assistito ai preparativi della fuga di Marchionne - come ha scritto Loris Campetti - «con il cappello in mano, spellandosi le mani ad applaudire le prodezze di un avventuriero». Perché?
Non erano così gli uomini di «prima». Non dico i Pugno (il leggendario segretario della Camera del lavoro di Torino venuto dagli anni duri), ma nemmeno i Cesare Delpiano, gli Adriano Serafino, i Pierre Carniti, i responsabili della Cisl piemontese e nazionale che guidarono la riscossa operaia. Gente che sapeva conoscere e valutare gli uomini che aveva di fronte, perché conosceva e rispettava gli uomini di cui aveva la responsabilità. E non erano così i Berlinguer, i Novelli, i Damico, ma nemmeno il democristiano Donat Cattin e persino il vecchio sindaco Giuseppe Grosso... In mezzo, tra questi due diversi «tipi umani» - tra queste opposte antropologie - è passata, come un vomere, la lama di una sconfitta storica del mondo del lavoro. Di un arretramento epocale nelle condizioni materiali del lavoro, nel livello delle remunerazioni e dei salari dei lavoratori, e insieme nel ruolo stesso che il lavoro gioca nello spazio sociale, nella sua capacità di parola e di presenza.
Luciano Gallino, nel suo splendido La lotta di classe dopo la lotta di classe calcola che nel corso del ventennio a cavallo tra il Novecento e il nuovo secolo lo spostamento di ricchezza dal monte salari al monte profitti sfiori i 250 miliardi di euro all'anno: l'equivalente di numerose manovre finanziarie lacrime e sangue. E' la misura della perdita di potere del lavoro, che è stata anche sua «privatizzazione». Espulsione del lavoro dalla sfera pubblica (quella in cui l'aveva riconosciuto anche formalmente l'art. 1 della nostra Costituzione), e suo confinamento nella dimensione privata, senza voce e senza forza, regolata da rapporti di comando-obbedienza individuali e irrimediabilmente asimmetrici. Di questa dimensione pubblica del lavoro sono orfani, di questa sua privatizzazione (a cui hanno assistito passivamente e collusivamente) sono figli, gli attuali politici maggioritari e i sindacalisti in ginocchio davanti al Marchionne di turno. L'insostenibile leggerezza del loro essere è il riflesso di una strutturale perdita di terreno. L'evaporare della politica e della rappresentanza in generale (istituzionale o sindacale) nella nuvola eterea dei sistematici luoghi comuni che avvolgono ormai la comunicazione pubblica come un involucro asfissiante (la «cattura cognitiva» di cui parla Gallino), riflette questa liquefazione.
Ora, se questa massa liquida cui si è ridotta la politica nazionale e buona parte dello schieramento sindacale viene chiamata a misurarsi, nelle forme ultimative che la crisi impone, con la dimensione gassosa della nuova imprenditoria globale - con il Marchionne di turno - il risultato è scontato: essa è destinata ad esserne dissolta e fagocitata irrimediabilmente, con la comune rovina di se stessa e di noi tutti. Dovrebbe farci pensare il fatto che gli unici a confrontarsi, con durezza, con Marchionne sono i «forti», altri «padroni» come lui, mentre ministri, politici e sindacalisti di regime emettono flebili vagiti e si rimettono, come dice Giorgio Airaudo, «alla clemenza della corte». Se una speranza è data vedere, se una possibilità di rinascita si può immaginare, essa consiste nei punti di resistenza di ciò che ha saputo restare «solido» nel generale processo di dissolvimento. Mantenere un rapporto col proprio suolo, culturale, sociale, produttivo. Per questo tanta ammirazione - anche al di fuori del campo ristretto delle tradizionali sinistre - avevano saputo suscitare quel 40% di «inattuali» che a Pomigliano avevano avuto il coraggio di dire NO, e quel quasi 50% di Mirafiori. Per senso di dignità, prima che per calcolo di utilità. Sapendo di giocare una partita disperata (perché il ricatto di Marchionne lasciava solo l'alternativa tra «arrendersi o perire»). Oggi sappiamo che vedevano più lontano degli altrettanto disperati operai che votarono Sì. Come vedeva lontano la Fiom, a cui andrebbe fatto un monumento per aver saputo mantenere aperto un varco, attraverso cui tentare di passare oltre. Di esistere ancora, nel mondo che verrà.

LA FIAT DICA LA VERITÀ AL PAESE ORA SERVONO LE ASSEMBLEE DEI LAVORATORI


In questi giorni molti si stupiscono, con molti imbarazzi, dell’annuncio formale da parte di Fiat della fine del piano Fabbrica Italia, fine peraltro più volte annunciata dalla stessa Fiat nell’ultimo anno. Noi non siamo sorpresi, dei 20 miliardi di investimenti, poco più di un miliardo risulta attivato sull’automobile.
Quest’anno si produrranno in Italia circa 400 mila vetture a fronte del milione e 400 mila promesse dal piano, proseguono la cassa integrazione e i contratti di solidarietà nel veicolo industriale.
La Fiat non ha mai condiviso il suo piano industriale né con il Governo, né con i sindacati che hanno firmato le intese fino al Ccsl Fiat. La Fiat ha voluto le mani libere nel nostro paese ed oggi, complice anche una sbagliata valutazione sulla crisi, consegna al paese stabilimenti attraversati da una cassa integrazione in crescita, che abbatte i salari e il reddito delle lavoratrici e dei lavoratori.
Eurgente che la Fiat dica la verità sullo stato degli investimenti sui modelli, sulla saturazione degli impianti e sull’occupazione in Italia. Serve che il Governo non aspetti «telefonate», non chieda chiarimenti su un piano che, per stessa ammissione dell’azienda, non c’è più, serve invece che il governa dica con chiarezza se considera la difesa e lo sviluppo dell’impresa automobilistica in Iitalia strategico per il nostro paese. E sulla base di questa convinzione convochi la Fiat e chieda alla proprietà della Fiat (Famiglia Agnelli-Elkann) cosa intenda fare per contribuite all’interesse nazionale non escludendo, se servisse, l’attrazione nel nostro paese di nuovi produttori di auto in grado di rilevare, saturare e valorizzare gli impianti e marchi che la Fiat non è più in grado di sostenere.
Bisogna che ognuno torni a fare il suo mestiere i sindacati devono difendere i lavoratori, gli accordi separati fino al Ccsl non hanno difeso i lavoratori che sono stati costretti a sacrifici inutili e sbagliati, sui diritti, le libertà e le condizioni di lavoro, senza che gli investimenti garantiscano l’occupazione ed il futuro anche in uno stabilimento come Pomigliano dove è arrivato l’unico nuovo prodotto, più di metà degli occupati del Giovan Battista Vico non è stato riassunto nella Newco e la cassa integrazione scadrà a luglio prossimo.
Nello stabilimento persiste una discriminazione nei confronti degli iscritti alla Cgil, discriminazione accertata dalla sentenza del Tribunale di Roma e che la Fiat deve sanare, come va garantito il rientro ai tre lavoratori della Fiom-Cgil di Melfi che pur avendo vinto le cause vengono lasciati fuori dalla fabbrica.
Contro le discriminazioni e per applicare le sentenze è necessaria la mobilitazione di tutta la politica e di tutta la società civile.
La Fiom non ha lasciato e non lascerà soli le lavoratrici e i lavoratori del gruppo Fiat a partire dalla richiesta di difendere la conoscenza, la produzione dell’auto italiana nel nostro paese in ogni sede coniugandolo con i diritti e la democrazia nei luoghi di lavoro.
Chiediamo che vengano indette le assemblee di tutti i lavoratori per discutere del futuro della Fiat in Italia.

Fiom-Cgil nazionale
17 settembre 2012