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giovedì 23 dicembre 2010

Mirafiori, accordo separato Fiat Fiom: "È una vergogna"

Azienda e sindacati, senza la Cgil, firmano l'intesa per lo stabilimento torinese, che produrrà Suv Chrysler e Alfa Romeo. Marchionne: ora il nuovo contratto dell'auto. Chi non firma è fuori dalla rappresentanza sindacale
di rassegna.it
Accordo separato a Mirafiori (foto di Azfar Hakim, da flickr) (immagini di autore: Azfar Hakim, da flickr)
Accordo separato anche a Mirafiori. Fiat e sindacati firmano l’intesa per lo stabilimento senza la Fiom, che parla di “accordo della vergogna” (così Giorgio Airaudo, responsabile Auto della Fiom). Ora l’accordo sarà sottoposto al voto dei lavoratori. Anche se per il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, "un referendum in queste 
condizioni è illegittimo, perché si chiede ai lavoratori di rinunciare ai diritti, siamo oltre il ricatto".

Fismic, Fim Cisl, Uil e Ugl accettano la richiesta di Sergio Marchionne, ad Fiat, di un contratto su misura per la newco di Mirafiori. Fuori da Confindustria, nessun riferimento al contratto nazionale, dice com’è noto il manager italo-canadese. Un progetto che, oltre al governo unilaterale dell’organizzazione del lavoro, consentirà l’emarginazione di chi non si adegua ai desiderata aziendali, ovvero la Fiom. Puntando a ridefinirne, in peggio, la rappresentanza in fabbrica dopo averne ridotto il peso nei tavoli di contrattazione. Vengono infatti a cadere anche gli accordi sulle Rsu, sulle rappresentanze sindacali appunto. Per andare dove, si vedrà; ma intanto l’eclisse dell’attuale sistema di rappresentanza, con i vincoli che ne derivano, è assicurata. 

Ed è rimasto inascoltato l’ultimo appello fatto dalla Cgil nazionale perché si tenesse conto delle proposte della Fiom. Che, quando nel 2012 nascerà la newco di Mirafiori, resterà fuori dalla rappresentanza sindacale, permessa solo alle sigle che hanno firmato l'accordo.

In cambio delle nuove condizioni lavorative e contrattuali, a Torino arrivano gli investimenti della joint venture Fiat-Chrysler: oltre un miliardo di euro per produrre 280 mila Suv Chrysler e Alfa Romeo l’anno.

L’intesa – secondo le informazioni date dai sindacalisti della Fismic dopo la firma - prevede “il pieno utilizzo degli impianti susei giorni lavorativi; il lavoro a turni avvicendati che mantiene l’orario individuale a 40 ore settimanali; una crescita del reddito annuo individuale di circa 3.700 euro per la maggiore incidenza delle maggiorazioni di turno; il mantenimento della pausa per la mensa nel turno fino a che la joint venture non andrà a regime (quindi solo fino al 2012); interventi volti a colpire gli assenteisti; la compensazione di oltre 32 euro mensili perl’abolizione della pausa di 10 minuti".

L'azienda, quando la newco andrà a regime nel 2012, chiederà 18 turni di lavoro nell’impianto (da 17, a fronte di una maggiorazione salariale). L’accordo prevede inoltre 120 ore di straordinario all’anno obbligatorie, cancella le pause previste sulle linee di montaggio, porta a fine turno la pausa mensa, per utilizzare così la mezz’ora di mensa anche con straordinari per recuperi produttivi ogni qual volta l’azienda ne avrà bisogno.

La Fiat punta inoltre a portare le assenze dal lavoro dall'8% attuale al 3%.

‘‘La firma nella delegazione ristretta è una firma con vergogna di un accordo senza precedenti che limita la libertà di associazione sindacale. Serve una risposta di tutto il mondo del lavoro’’. Lo dice Giorgio Airaudo. “Ciò che viene proposto per Mirafiori è peggio di ciò che è stato imposto a Pomigliano”. Così il responsabile dell’auto della Fiom, Giorgio Airaudo che aggiunge: “la Fiat vuole semplificare la presenza sindacale nei suoi stabilimenti, una ‘one company’ e una ‘one trade union’ ma visto che non lo può fare rende impotenti e innocui alcuni sindacati e cerca di ‘espellere’ chi dissente”. “Si vuole usare la newco - prosegue - per uscire dal contratto nazionale e dal sistema di regole e rappresentanze confederali. Viene messa sotto esame la Confindustria e gli accordi interconfederali, altra cosa, dunque - conclude - alle limitazioni e alle mediazioni presuntamente imposte alla Fiat”.

“Per quanto ci riguarda, faremo partire gli investimenti previsti nel minor tempo possibile”: è quanto afferma Marchionne in una nota. “Mirafiori - aggiunge – inizia oggi una nuova fase della sua vita”. “Adesso bisogna lavorare per realizzare il contratto collettivo specifico per la joint venture che consentirà il passaggio dei lavoratori alla nuova società Fiat-Chrysler”.

lunedì 20 dicembre 2010

LETTERA APERTA A MARCHIONNE DI UN'OPERAIA DELLA FIAT DI TERMOLI

Termoli, 14 dicembre 2010

All’Amministratore Delegato del Gruppo Fiat, Sergio Marchionne
Ho cercato un lavoro per potermi occupare dei miei figli e, ad oggi, quello stesso lavoro mi impedisce di farlo...

In un momento di crisi occupazionale come quello che stiamo vivendo, in cui avere un impiego è la fortunata prerogativa di pochi, non deve apparire né irriverente né pretenzioso rivendicare i nostri diritti. Ognuno di questi rappresenta una garanzia in più per il futuro! Biunivoca ed imprescindibile è la relazione tra Diritti e Lavoro: casi come il mio ne sono esempio!
Ho letto decine di volte la Sua lettera del 9 luglio2010 (la porto in borsa da allora!), e in ognuna di queste, ho pensato di volerLe rispondere; puntualmente la sensazione d’inadeguatezza me l’ha impedito. La maniera più efficace per disperare una persona (rendendola capace di qualsiasi gesto!) è impossibilitarla a potersi prendere cura dei propri figli... nella disperazione, oggi, ho trovato il coraggio di parlare apertamente, così come fece Lei con me . Sono madre di tre bambini rispettivamente di quindici, sei e tre anni, che gestisco quasi in maniera esclusiva, e lavoro come operaia nello stabilimento Fiat di Termoli dal ’97. Mio marito, i miei suoceri e i miei genitori vivono a centinaia di kilometri. Mi trovo quindi in difficoltà nell'esercizio delle mie funzioni genitoriali, in quanto l’officina (che già dal ’94 è organizzata sui diciotto turni di Pomigliano!) prevede un regime lavorativo di tre turnazioni alternate settimanalmente (dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22 e dalle 22 alle 6). Nell’ultimo anno la Direzione aziendale ha assunto posizioni molto rigide riguardo all’organizzazione del lavoro ed alla flessibilità dell’orario, particolarmente nei confronti di noi mamme... Le somme che dovrei pagare per gestire i bambini attraverso l’utilizzo di una babysitter in lassi di tempo così ampi e diversi da quelli della scuola, sarebbero maggiori dello stipendio che percepisco.
Ho agito in maniera corretta, cercando una soluzione con l’azienda, facendo richiesta prima, di un trasferimento in una Vostra sede prossima a quella lavorativa di mio marito, poi di un part-time di sette ore (compatibile cioè con gli orari delle scuole dell’obbligo) non avendo nessun tipo di risposta.
Questo significa mettermi in condizioni di “licenziarmi”. Rifletto su tre punti:
_ “FPT” Termoli conta un organico di quasi 2.700 dipendenti, di cui circa il 10 % rappresentato da donne e soltanto una trentina di queste con situazioni analoghe alla mia!_ se applicasse”particolari forme di flessibilità dell’orario, per la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro” potrebbe avere accesso a importanti sgravi fiscali!
_ permettendo alle dipendenti di vivere con serenità la condizione di “madre” (e più in generale a tutti i lavoratori, la condizione di “esseri umani”!), migliorerebbe la qualità del loro lavoro, lo incrementerebbe e, quindi, aumenterebbe la competitività della Nostra Azienda;
... nasce legittimo in me il sospetto che la Vostra sia un’irragionevole presa di posizione piuttosto che una reale difficoltà tecnico-organizzativa.
Riporto alcuni punti della Sua lettera: << Quello che stiamo facendo, semmai, è compiere ogni sforzo possibile per tutelare il lavoro>>; <<è il momento [...] di guardare al bene comune e al Paese che vogliamo lasciare in eredità alle prossime generazioni >>;<< Sono convinto che anche voi, come me, vogliate per i nostri figli e per i nostri nipoti un futuro diverso e migliore>>. Queste frasi risultano profondamente in contraddizione con quello che realmente sta accadendo a me ed ad altre madri che vivono le mie stesse condizioni! Deve convenire che una società che cresce non si misura solo in benefit economici, ma nella qualità della vita lavorativa e privata, uniche prerogative di un domani migliore per noi e per le generazioni che verranno!
Nell’intento di voler costituire un sistema più performante e competitivo, Lei emula Toyota ed elogia gli atteggiamenti e le metodologie che l’hanno resa la più grande produttrice di auto. L’approccio, conosciuto come “kaizen” (“kai” vuol dire cambiare, “zen” significa meglio), partendo dal basso, coinvolge tutti i lavoratori in un processo di costante miglioramento. Purtroppo, nell’applicazione in fabbrica, tali cambiamenti, prendono forma attraverso azioni incompatibili col nostro benessere psico-fisico. Si pone attenzione quasi esclusiva alla riduzione dei costi e all’aumento delle produzioni, piuttosto che a tutti i fattori sociali, personali ed emotivi che pure (anzi, in maniera importante!) concorrono a migliorare la produttività.
...<< da uomo che ha creduto e crede fortemente che abbiamo la possibilità di costruire insieme, in Italia, qualcosa di grande, migliore, duraturo>> quale si definisce, non può perseguire “la competitività” prescindendo dalla partecipazione convinta dei lavoratori. Il <> che ci chiede, la condivisione degli <>, possono trovare motivo e giustificazione solo in condizioni di vita per Noi qualitativamente più soddisfacenti!
Nella piena consapevolezza del momento che stiamo attraversando, e della necessità di risultare competitivi, Le scrivo perché non ho alternative; perché non ho altro da perdere oltre il lavoro; perché quest’ ultimo , è sicuramente l’unico strumento che ho per permettere un futuro dignitoso per i miei figli; perché come Lei sono Italiana e Abruzzese... ma le parole, soprattutto in fabbrica, non riempiono le tasche né migliorano la situazione...
Le scrivo perché ritengo sostenibile (oltre che necessario per tutti!) costituire regolamenti e modelli che vadano nella giusta direzione, quella che, evitando speculazioni, opportunismi e falsi obiettivi, metta di fatto, e non solo a parole, noi madri nelle condizioni di conciliare il diritto al lavoro con il dovere di genitori... fare sì che la sfera lavorativa entri in conflitto con quella privata, oltre che essere sconveniente per i profitti, equivale a negare la natura umana e non solo i diritti che le appartengono.
Porre l’attenzione e dare rilievo a problematiche di così grande impatto sociale, oltre che essere sintomo di sensibilità, senso civico e responsabilità morale denota lungimiranza: i miei figli sono gli stessi dell’Italia che verrà... e che lavorerà domani al posto mio.
Adoperarsi in tal senso potrebbe voler sinceramente dire: condividere <>, ed andare in direzione di un futuro migliore, che risponda agli interessi di tutti e ponendo i presupposti concreti per partire insieme.
Come Lei fece con me, la ringrazio per aver letto la mia riflessione. Stefania Fantauzzi

sabato 18 dicembre 2010


  Giovani e arrabbiati «È comprensibile»

Fonte: Loris Campetti - il manifesto | 18 Dicembre 2010

Le indicazioni della piazza, i trucchi di Marchionne, lo sciopero generale. 
Intervista al segretario della Fiom

Martedì scorso il segretario della Fiom Maurizio Landini era in piazza a Roma con gli studenti dietro lo striscione «Uniti contro la crisi» insieme a operai, precari, attivisti dei movimenti e, naturalmente, studenti. In questa intervista partiamo proprio da quella piazza e dalle indicazioni che se ne possono trarre.
Molti commenti si sono concentrati sulla violenza. Oltre l'ovvia condanna degli atti violenti che la Fiom non ha perso tempo a esprimere, non credi che la domanda dei giovani meriti qualche riflessione in più?
Mi ha colpito la straordinaria quantità di giovani in campo, determinati. Che siano arrabbiati è comprensibile: la loro è una generazione a cui viene sottratto il futuro, non ha di fronte a sé una prospettiva di lavoro e di vita sostenuta da tutele e diritti. Ai tempi miei, quando andavi a lavorare ti toccavano 12 giorni di prova e poi arrivava il contratto a tempo indeterminato. Oggi un giovane, se gli va bene, ha di fronte il precariato a vita. Questa generazione ci interroga, sono convinto che tanto la Cgil quanto la Fiom si debbano assumere delle responsabilità, prendendo l'iniziativa in un contesto di vuoto politico, con le mediazioni saltate. Questa è una delle molte ragioni per cui la Fiom chiede alla sua confederazione di organizzare uno sciopero generale. Gli studenti vengono davanti alle fabbriche e nello loro università occupate discutono di precarietà, sanno tutto sul collegato lavoro e sulle conseguenze che avrà su di loro. Così come gli operai sanno benissimo che la riforma Gelmini è classista e renderà ancora più difficile mandare i figli all'università. Porsi in un'ottica di ascolto e di assunzione di responsabilità non vuol dire giustificare le violenze di martedì. In piazza c'era anche chi puntava allo scontro, voleva fare casino, ma noi dobbiamo interrogarci sulle ragioni per cui tanti giovani hanno sostenuto, o non si sono opposti agli atti violenti. Qual è il loro stato d'animo, quale la loro distanza dalla politica, e da cosa dipende?
C'è chi ribatte che dentro una crisi strutturale lo sciopero non è l'arma migliore per difendere i più deboli. E poi, dicono gli scettici, il movimento non ha la forza necessaria, ci sono le divisioni...
Se per proclamare uno sciopero devi sapere prima con precisione come andrà, vuol dire che quello sciopero non lo farai più. Ci dobbiamo assumere dei rischi, verso i lavoratori. La crisi rende tutto più difficile e le ricette della politica dividono, frantumano sul lavoro come nella società. Ciò non vuol dire che devi accettare tutto, magari per non farti isolare e ridurre il danno. La Fiom ha un atteggiamento fermo in difesa dei diritti e della dignità, a Pomigliano come a Mirafiori e ovunque, a costo di trovarsi contro non solo i padroni e il governo ma anche gli altri sindacati. Ma come la mette chi critica lo sciopero generale con il fatto che in tutte le 250 aziende in cui si sono rinnovate le Rsu, la Fiom ha vinto o comunque è andata avanti, mentre le altre sigle sono state sfiduciate? La crisi è utilizzata per cancellare il sistema di diritti conquistati nei decenni scorsi. È il sindacato stesso che viene messo in discussione, nella sua autonomia e nel suo ruolo contrattuale, per riportare tutto il comando nelle mani dell'impresa. Serve più radicalità nelle analisi e nelle proposte, nella difesa dei diritti come nella costruzione di un'uscita diversa dalla crisi. Questo modello di sviluppo è al capolinea, di questo dobbiamo discutere.
Le forze d'opposizione dicono oggi di aver riscoperto il lavoro, però individuano l'avversario da battere solo in Berlusconi e rispolverano la parola d'ordine del patto sociale con la Confindustria.
La Confindustria è parte del problema, non la sua soluzione. Nei pochi casi in cui polemizza con il governo lo fa da destra, chiede più tagli, provvedimenti più antipopolari proprio perché vuole sfruttare la crisi per cancellare il sindacato. In questo Marchionne è l'apripista, ma non è che Bombassei o la Marcegaglia abbiano un orizzonte diverso. Le forze d'opposizione, invece, dovrebbero interrogarsi senza rimozioni sulle ragioni per cui il mondo del lavoro diserta le urne o vira a destra. Se nel 2008 Berlusconi ha nuovamente vinto, non sarà anche perché sul versante del lavoro e della precarietà il governo Prodi ha fatto ben poco?
Si diceva: Pomigliano è un'eccezione, poi sono arrivati i licenziamenti di Melfi e il nuovo ricatto di Marchionne sul futuro di Mirafiori, l'attacco al contratto nazionale, la pretesa di defiommizzare le fabbriche con lo strumento delle Newco. Il modello è sempre lo stesso, non rischia di scatenare nel padronato e nella società un effetto imitativo?
Tra i meccanici è già così e in Confindustria a comandare sono le aziende metalmeccaniche. Anche chi contesta il metodo Marchionne perché sa che è impraticabile cancellare la Fiom punta sul sistema delle deroghe che è un altro modo per svuotare il contratto nazionale. Altro che contratto dell'auto, l'ennesima frantumazione: dobbiamo percorrere la strada opposta puntando al contratto dell'industria. Io sono totalmente contrario alla defiscalizzazione del salario aziendale legato al secondo livello perché i lavoratori che ce l'hanno sono una minoranza e per gli altri l'unico strumento solidaristico è il contratto nazionale. Dentro la crisi e sotto i colpi delle ricette padronali e berlusconiane e degli accordi separati, la Fiom individua nella democrazia dei lavoratori e nella certificazione della rappresentanza la strada da seguire. In passato era la Uil di Benvenuto a battere sul tasto del referendum e noi eravamo contrari sostenendo che solo chi faceva le lotte ed era in assemblea aveva diritto di voto. Oggi dobbiamo assumere in toto la pratica della democrazia, con tutto quello che comporta, anche la nostra firma su posizioni che non condividiamo ma scelte dalla maggioranza dei lavoratori. Una pratica che ci avvicinerebbe anche alla domanda dei giovani.
Non sarà che Marchionne prende in giro tutti quanti? Divide il sindacato e persino la Confindustria, fa discutere sui turni, le pause, il diritto di sciopero, il contratto nazionale mentre prepara la fuga dall'Italia e cerca solo un alibi, magari l'«indisponibilità» della Fiom.
Le carte di Marchionne sono truccate. Due anni fa diceva che Termini Imerese non è competitiva perché tra la fabbrica e il mercato c'è il Mediterraneo. Adesso dice che a Mirafiori farà Suv («in Italia non ha senso», aveva giurato) ma il motore lo porterà dall'America e poi l'auto finita sarà riportata sul mercato americano. L'Atlantico è più stretto del Mediterraneo? Forse è questo che si intende parlando dei prodotti a chilometro zero? Prima del 2012 la Fiat non sfornerà nuovi modelli dalle fabbriche italiane, l'auto elettrica la costruisce negli Usa, degli investimenti - minori di tutti i concorrenti - non si vede neanche l'ombra e la quota del Lingotto in Italia e in Europa è in caduta libera. E quando ci chiedono di scegliere se farci ammazzare o farci tagliare le gambe, come a Pomigliano o a Mirafiori, cosa dovrebbe fare la Fiom, firmare per dimostrare il suo senso di responsabilità? Noi siamo responsabili, soprattutto verso le lavoratrici e i lavoratori. Dovremmo gridare in coro con Bonanni «dieci cento mille Pomigliano»? La verità è che Marchionne ha sbagliato le sue analisi, prevedeva un bagno di sangue in Europa con la chiusura di decine di stabilimenti automobilistici, invece ne è stato chiuso solo uno, più Termini Imerese che per la Fiom deve invece avere un futuro. Marchionne ha in mente la Chrysler e lavora a liberare la famiglia Agnelli dall'auto. Se finora ha potuto fare quel che ha voluto è perché l'Italia è l'unico paese che non ha una politica industriale, non protegge le sue risorse e i suoi lavoratori.

Landini: "Gli studenti conoscono il collegato lavoro e gli operai sanno che la riforma Gelmini è classista". Bisogna porsi in ascolto, "senza giustificare le violenze"

venerdì 17 dicembre 2010

Marco Revelli: “Postpolitici e arrabbiati, figli di un sogno interrotto” da Liberazione

Chi sono gli studenti scesi in piazza l'altro giorno? E chi sono gli operai che hanno partecipato alla manifestazione delal Fiom del 16 ottobre? Operai e studenti, sembra la riedizione del biennio '68-'69, ma forse è solo un'analogia superficiale. L'impressione è che si stia affacciando sulla scena pubblica una nuova generazione, cresciuta in piena epoca berlusconiana, in regime di pensiero unico e che oggi sperimentano il fallimento del grande sogno del benessere e dell'individualismo trionfante. Ma con quale rappresentazione di sé? Quella che un tempo si chiamava "coscienza di classe" non è determinata solo dalle condizioni sociali o dal proprio ruolo nella produzione, è anche un prodotto della storia, delle culture e degli stili di vita. Ne parliamo con Marco Revelli, storico e sociologo, docente all'università del Piemonte Orientale.

Qual è la soggettività di questo movimento, nuovo, oltre che il primo sorto nell'epoca della crisi? 
Trovo insopportabile il modo in cui in questi giorni si è discusso del movimento degli studenti e delle varie forme di insorgenza che si stanno manifestando. E' un atteggiamento banalizzante, privo di curiosità e di interrogazione. Tutti pronti a scandalizzarsi per il minimo gesto di devianza come se ci muovessimo in un ambiente politico-istituzionale perfetto, corretto, eticamente inappuntabile Non ci sto a buttare la croce addosso agli studenti, a fare le pulci col microscopio. Ma cosa importa se gli studenti hanno letto tutti gli articoli della riforma Gelmini oppure no? Detto questo, trovo che questo sia un movimento post-politico. Non so neppure se sia un movimento. Sicuramente è un comportamento massificato per quel che riguarda gli studenti, ma non solo. Ci sono anche i migranti che salgono sulle gru o gli operai di Pomigliano che si ribellano ai ricatti. E' un pezzo di società che fa da sé, che ha staccato la spina, che ha capito che le dinamiche politico-istituzionali e la propria vita sono due mondi separati. E' un movimento che si misura con l'inedita durezza della vita contemporanea mentre tutto il resto della società si muove dentro la bolla della narrazione della società del benessere. Sono il prodotto della fine dello sviluppo e lo sanno. Questo li rende diversi da tutti i soggetti collettivi novecenteschi che stavano dentro il progetto dello sviluppo. Questi nuovi movimenti abitano il declino. I protagonisti di martedì erano in gran parte minorenni che non sono decodificabili con nessuna delle chiavi dell'analisi politica e sociale precedente. Sono i figli del benessere interrotto, la generazione futuro zero. Ma questo valeva anche per Genova, solo che allora, alle spalle, c'era l'accumulazione politica precedente. Questi hanno invece un linguaggio inedito, non hanno neppure Che Guevara sulle bandiere. Sono il prodotto della seconda Repubblica e della tabula rasa di tutte le culture politiche. Faccio un esempio. Qui a Torino il Politecnico è sempre stato una scuola di elite e un luogo d'ordine. Sfornava gli ingegneri che si formavano dentro l'orizzonte della grande impresa e ne assumevano i codici di funzionamento. Erano i custodi del sapere del grande capitalismo. Bene, oggi il Politecnico è il più radicalizzato. Ho sentito parlare ricercatori e ingegneri, sembrava di ascoltare gli operai di Mirafiori degli anni Ottanta. Forza lavoro utilizzata in un grande ciclo improvvisamente privata di diritti e orgoglio.

Una proletarizzazione dei lavoratori intellettuali...
Esattamente, una forza lavoro che si trova proiettata in un segmento periferico. I ragazzi che si laureano al Politecnico descrivono uno scenario di deprivazione di ruolo sociale, di status, di controllo sulla propria vita. E questi sono la elite. Davanti all'aula magna, l'altra mattina, c'era uno striscione con la scritta: "Ci avete tolto troppo, adesso rivogliamo tutto". C'è la tragica verità, sono stati davvero deprivati di tutto, gli abbiamo lasciato un mondo senza futuro. Ma è anche un'affermazione irrealistica, perché non esiste un luogo dove puoi riprenderti quello che ti hanno tolto. Le risorse sono evaporate nei grandi circuiti finanziari globali, sono delocalizzate. Insomma, esprimono una domanda sulla propria identità. Chi siamo?

Per costruire un blocco sociale bisogna anche conseguire qualche risultato. Come possono essere efficaci i movimenti nello scenario attuale di una democrazia oligarchica? 
E' un movimento post-politico, ma non pre-politica...

Il conflitto, oggi, ha una sua politicità per il fatto stesso di esistere, no?
Non dobbiamo pensare che il conflitto sia pre-politico per cui sarebbe compito di quelli che vedono più lontano offrire la prospettiva perché il conflitto possa elevarsi alla dimensione nobile della politica. La dimensione della politica di oggi è trasversalmente ignobile, con punte di degrado nella destra. E' una dimensione in cui rischi di perderti. Certo ci sono delle eccezioni, ma sono mosche bianche. Lo spettacolo che si è celebrato l'altro giorno alla Camera e al Senato non è il luogo che possa fare da sponda al movimento. E' il deserto dei tartari. L'efficacia di questo movimento non passa per la sua capacità di salire alla politica, ma consiste nel fatto stesso d'esistere. Oggi è già una cosa enorme che i movimenti esistano come corpi che riempiono le strade.

Cosa possiamo fare se non custodirli nella loro capacità d'esistere?
Se lo tocchi muore, è delicato, è fragile. E' stata fatta un'operazione di rappresentanza politica del movimento di Genova col risultato di frammentarlo in mille rivoli. Il loro esistere indifferenziato - i negriani direbbero come "moltitudine" - sarà pure un linguaggio disarticolato, se vogliamo, ma testimonia la propria irriducibilità al discorso ufficiale, alla narrazione dominante. Come evolverà? Non so dirlo. La crisi può generare esiti imprevedibili in una società che si è costruita sul mito dell'opulenza e del consumo. L'impoverimento può anche produrre rancore e odio.

mercoledì 15 dicembre 2010

LA SOLITUDINE DEI BRAVI RAGAZZI

di LORIS CAMPETTI
Brucia piazza del Popolo, bruciano le strade di Roma, brucia la rabbia di decine di migliaia di studenti quando alle 13,41 viene annunciato il voto di fiducia a Berlusconi. Hai voglia di dire che tanto quello lì ha perso politicamente: i simboli sono importanti. E quella maledetta legge Gelmini fermata dalla rivolta delle scuole e delle università ora torna in campo. I tre voti che salvano il governo cancellano definitivamente la fiducia della piazza nella politica, cancellano il futuro di una generazione. E ne condannano un'altra alla precarietà. La stessa rabbia degli operai metalmeccanici arrivati da Padova o da Pomigliano che vedono il modello sociale di Marchionne puntare contro di loro come come i blindati della Polizia e della Finanza. Vedono tornare il panzer Sacconi lanciato a bomba contro lo Statuto dei lavoratori.
Quel voto del Palazzo, quel mercato sub-politico che umilia il Parlamento cambia l'umore della piazza, la protesta esplode e poche voci si alzano contro chi magari è arrivato organizzato in piazza, non invitato, per far casino. Nessuno prova pietà per qualche suv sfasciato sul Lungotevere, per una Jaguar che brucia, per i bancomat presi a colpi di sampietrini: sono simboli di un potere odiato oggi più di ieri, rappresentano anch'essi un modello diseguale, ingiusto, basato sul furto ai poveri, tanti, per dare ai ricchi, pochi. Goliardia? Non solo, e non soprattutto. Il blindato e qualche altro mezzo che bruciano tra piazza del Popolo, via del Corso e via del Babbuino non trovano solidarietà tra i giovani e giovanissimi che si affollano dietro chi resiste alle cariche della polizia. Quando un blindato tenta di sfondare il muro umano che, a differenza del Parlamento, sta sfiduciando Berlusconi ma viene ributtato indietro, parte un applauso corale. Questa non è goliardia, è rabbia di chi vede sfilarsi futuro e diritti e non ci sta.
Così brucia piazza del Popolo. La politica ha fallito, le istituzioni sono fuori, lontane, nemiche di queste ragazze e ragazzi così simili ai loro compagni di Atene o di Londra, che ieri hanno messo in campo la più grande manifestazione studentesca che il cronista, non più ragazzino, ricordi. Non hanno tutti contro, però. Con loro ci sono le tante Italie che resistono, e cominciano a incrociarsi. C'è la Fiom con il suo gruppo dirigente che chiede, insieme ai ragazzi, lo sciopero generale. Che se ci fosse stato avrebbe contribuito a farli sentire meno soli e meno lontani da tutte quelle rappresentanze che non rappresentano più, non svolgono più alcun ruolo di mediazione. Ci sono i terremotati dell'Aquila e il popolo avvelenato di Terzigno e Chiaiano, persino le «Brigate Monicelli», il popolo dell'acqua pubblica. Movimenti che dovranno intrecciarsi, meticciarsi, costruire insieme un percorso duraturo, perché domani è un altro giorno e bisognerà continuare il cammino insieme. Per questo è nato «Uniti contro la crisi» che ha promosso la manifestazione.
La piazza ondeggia sotto le cariche della polizia. C'è chi resta fuori dagli scontri, come gli operai della Fiom, perché non sono nel suo dna e punta da piazzale Flaminio verso il Muro torto per raggiungere la Sapienza. Ma alla fine la polizia sfonda, riconquista piazza del Popolo, si riversa sul piazzale mentre il fumo acre dei lacrimogeni intossica e fa crescere ancor più la rabbia. Un candelotto va a finire dentro il lungo sottopassaggio della metropolitana trasformandolo in una camera a gas. Sopra, nel piazzale, vola di tutto contro un blindato della Finanza, isolato e impazzito, una scena che nella memoria dei meno giovani richiama una dannata piazza di Genova.
Alle 13,41 è cambiata non solo la piazza ma anche l'atteggiamento di chi avrebbe dovuto garantire l'ordine: fino al voto, fino a davanti al Senato, confronti anche duri, ma senza volontà di precipitazioni. Poi la «difesa dei Palazzi» è diventata aggressiva, quasi alla ricerca dello scontro. Che alla fine, immancabilmente, è arrivato con tanto di fuoco, ragazze e ragazzi in fuga inseguiti dai manganelli.
I Palazzi hanno ignorato la protesta della piazza, hanno offeso la dignità di chi chiede quel che sarebbe giusto avere ma da oggi dovrà farci i conti. E sarà dovere di ogni organizzazione democratica costruire ponti con una generazione offesa ma determinata, e sostenere una battaglia per l'istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale, che è una battaglia di civiltà e parla di diritti. Per costruire un'altra politica e differenti relazioni sociali, non mercificate, per pretendere giustizia sociale. Gli studenti sono in prima fila. Con loro ci sono altri movimenti, c'è un pezzo di Cgil. E gli altri dove sono?

venerdì 10 dicembre 2010

C’è un Paese che si è rimesso in moto


di Giorgio Cremaschi*

E’ proprio un gran darsi da fare. La signora Marcegaglia vola a New York per scongiurare l’amministratore delegato della Fiat di non abbandonare la Confindustria. Raffaele Bonanni, quello stesso segretario della Cisl che accusa la Fiom di fare politica quando fa sindacato, incontra Silvio Berlusconi e ne esalta la capacità di tenuta e la voglia di combattere. Eccoli qui i due principali rappresentanti delle parti sociali nel regime aziendalistico e padronale che si è costruito in Italia. Eccoli qui a darsi da fare nella perfetta imitazione degli uomini di palazzo, come due Gianni Letta qualunque.

Marchionne ha ottenuto tantissimo dalla Cisl e dalla Confindustria. Usando un linguaggio che è quello del Marchese del Grillo del compianto Monicelli: «Io sono io e voi non siete un c...» ha costretto i sindacati complici e la Confindustria a un percorso di guerra nell’asservimento. Prima ha imposto a Cisl e Uil un testo vergognoso per Pomigliano. Poi ha chiesto alla Confindustria di farlo diventare la base del nuovo contratto nazionale e, conseguentemente, ha costretto Fim Uilm e Federmeccanica a estendere l’accordo di Pomigliano a tutti i metalmeccanici. (...)

Non contento di questo ha deciso che bisogna comunque fare una nuova società, la Newco, che serve solo a cancellare il contratto nazionale e a sottoporre i lavoratori che ne faranno parte ad un regime produttivo da terzo mondo. E per ottenere questo risultato ha preteso l’extraterritorialità delle sue imprese industriali in Italia, esigendo di non applicare in esse neppure quel contratto che aveva appena imposto.

A sua volta Berlusconi, nonostante tutti i consigli sotterranei a trattare, pretende la fedeltà assoluta e la resa da parte di chi l’ha contestato. Anche se Fini, sul collegato lavoro assieme a Casini, ha finora votato tutte le sue leggi più importanti e nefaste. Così, come Marchione fa con Cisl e Confindustria, anche Berlusconi con il Terzo polo non si accontenta che siano d’accordo con le sue scelte di fondo. Vuole il diritto all’arbitrio e vuole che tutti costoro glielo riconoscano. Il percorso parallelo e convergente di Berlusconi e Marchionne, che mascherano con l’autoritarismo e la prepotenza la crisi economica e l’assenza di scelte valide per affrontarla, sta anche rivelando il vuoto del cosiddetto “centro riformista”.

Sia che si presenti nella veste dei leaders politici, sia che si manifesti come rappresentanti delle parti sociali, il polo della responsabilità e del patto sociale si rivela un concentrato di vecchia aria fritta della quale sia Marchionne che Berlusconi possono assolutamente farsi beffe.

In questi giorni le piazze d’Italia sono piene di studenti, di lavoratori, di migranti. C’è un paese che si è rimesso in moto e che vuole contrastare non l’immagine, ma la politica reale di Berlusconi, Marchionne, Tremonti. Questo Paese è perfino offeso dalla gestione ridicola della crisi che sta avvenendo nelle istituzioni della politica ed è per questo che il 14 si farà sentire con tutta la sua forza e tutta la sua indignazione. La sinistra, se vuole davvero farsi capire da chi lotta, dovrà scegliere di essere totalmente alternativa, sia al regime padronale di Berlusconi e Marchionne, sia ai penosi tentativi centristi di conservare quel regime senza i suoi attuali titolari.

giovedì 9 dicembre 2010

IMPIANTO FIAT E PROPOSTE FIOM

Fiat.  COMUNICATO FIOM 
                
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sabato 4 dicembre 2010

Mirafiori

“Si conferma che il modello Pomigliano, proposto anche per lo stabilimento di Mirafiori, punta a superare il contratto nazionale, a cancellare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e ad affermare in Italia un modello aziendalistico e neocorporativo.”
“Il Contratto nazionale senza deroghe, quello del 2008, è l’unico che può permettere di affrontare le nuove esigenze produttive, senza peggiorare le condizioni di chi lavora.”
“A questo punto è necessario coinvolgere i lavoratori e le lavoratrici e farli decidere sulle loro condizioni. Per questo proponiamo che, a partire da lunedì, siano convocate le assemblee.”

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Roma, 3 dicembre 2010

COMUNICATO FIOM

Nell’incontro odierno avutosi tra Fiat Cnh Italia e la Rsu, l’Azienda ci ha comunicato quanto segue:

CIGO
-confermata la CIGO per le giornate 6-7-17-23 Dicembre 2010;
-causa il perdurare della situazione negativa di mercato sono state comunicate ulteriori giornate di Cigo per il prossimo anno nei giorni del 3-4-5-7 Gennaio 2011;
-il 2010 si chiuderà quindi con un numero di giorni di CIGO pari a 49.

TREDICESIMA E PAGA
-L’anticipo della Tredicesima sarà erogato al giorno 16 del c.m., il saldo e la Busta Paga al giorno 30 dello stesso.

CHIUSURA NATALIZIA
-E’ stato altresì comunicato l’utilizzo di PAR 6 per la sospensione dell’attività lavorativa dal 24 al 31 Dicembre, salvo diversa indicazione del lavoratore al caposquadra in merito all’eventuale utilizzo di ferie residue al posto dei PAR, o per chi si trovasse sprovvisto, l’eventuale anticipo fino a 3 giorni del 2011.

PENSIONAMENTI
A fine anno lo stabilimento vedrà l’uscita per raggiunta età pensionabile di 11 operai.

In ultimo,
la RSU della Fiom-Cgil giudica inopportuno e beffardo l’invito alla cena del 10 Dicembre, ritenendo che non vi sia alcunché da festeggiare con una Azienda che a fronte degli utili di quest’anno non paga il Premio di Risultato ai lavoratori, e in aggiunta, costantemente li divide in buoni e cattivi attribuendo meriti ad alcuni, e negandoli ad altri.
Ciò crediamo non sia di buon auspicio per il futuro.

3 Dicembre 2010         
la RSU della Fiom-Cgil

giovedì 2 dicembre 2010

Fiat. Fiom: “Le proposte per il confronto su Mirafiori illustrate stamattina all’assemblea degli iscritti”

Vi inviamo le proposte della Fiom-Cgil per il confronto di oggi pomeriggio a Torino su Mirafiori. Tali proposte sono state presentate questa mattina all’assemblea degli iscritti Fiom delle Carrozzerie della Fiat, dal Segretario generale della Fiom Maurizio Landini e dal Segretario nazionale e Coordinatore del settore auto, Giorgio Airaudo.

La Fiom Cgil rivendica la convocazione di un tavolo nazionale con il coinvolgimento anche del Governo e delle Istituzioni per concordare e discutere con Fiat i contenuti del piano industriale, la sua presenza in Italia, le scelte societarie e produttive, occupazionali, d’investimento e di innovazione per dare risposte e prospettive a tutti gli stabilimenti del nostro Paese, sia per le attività dell'auto, che per le attività industriali.

La Fiom Cgil rivendica la definizione di un piano pubblico di intervento e relativi finanziamenti per una mobilità sostenibile , politiche di settore, modelli di sviluppo alternativi e di sostegno al reddito.

La Fiom Cgil considera importante il progetto presentato dalla Fiat che assegna nuove produzioni alle Carrozzerie di Mirafiori. Contemporaneamente ne indica la parzialità e ribadisce la necessità di conoscere e poter discutere di tutte le attività svolte sul territorio di Torino comprese le funzioni di progettazione e ricerca.

La Fiom Cgil giudica non accettabile il trasferimento del modello Pomigliano a Mirafiori perché ripropone un peggioramento delle condizioni di lavoro attraverso deroghe al Contratto nazionale ed alle leggi, la violazione dei diritti individuali quali il trattamento economico in caso di malattia ed il diritto di sciopero e la possibile costituzione di una nuova società con lo scopo di superare l’applicazione dei contratti collettivi ed aggirare le normative in materia di trasferimento d’impresa.

La Fiom Cgil intende sviluppare un vero negoziato rispettoso della dignità del lavoro, del Contratto nazionale senza deroghe e delle leggi, verificando fino in fondo la disponibilità espressa dall’amministratore delegato del gruppo Fiat.

La Fiom Cgil avanzerà al tavolo della trattativa le seguenti proposte:

Definizione di un regime di utilizzo degli impianti a partire dai 15 turni. A fronte di esigenze produttive, disponibilità ad applicare come previsto dal Ccnl le 40 ore procapite di straordinario comandato e le 64 ore procapite di orario plurisettimanale, introducendo in tal caso la possibilità per il lavoratore di scegliere tra il pagamento in regime di straordinario o il recupero sotto forma di permessi;

Utilizzo nel corso del turno della pausa mensa e dei 40 minuti di pause per ogni turno, al fine di una reale tutela delle condizioni di salute e sicurezza dei dipendenti;

Disponibilità a prevedere modalità di utilizzo delle pause anche a scorrimento, al fine di aumentare la capacità produttiva per ogni turno;

Disponibilità a definire forme e procedure di confronto preventivo e istantaneo tra le parti, anche con l’obiettivo di ridurre e prevenire le occasioni di conflitto, a partire dall’organizzazione della produzione e dei carichi di lavoro nelle linee di montaggio.

La Fiom Cgil considera necessario, dopo l’incontro odierno, discutere con le lavoratrici e i lavoratori lo stato del negoziato e definire un mandato su cui proseguire la trattativa. Pertanto proponiamo alle altre organizzazioni sindacali ed alle Rsu di convocare per lunedì 6 dicembre apposite assemblee retribuite - il primo giorno di lavoro utile di rientro dalla cassa integrazione – come concordato da tutti i sindacati negli ultimi incontri con i lavoratori.

Fiom-Cgil/Ufficio Stampa

Roma, 2 dicembre 2010