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giovedì 21 ottobre 2010

IN FRANCIA




IL VALORE DEL LAVORO di Gad Lerner

L’ingiustizia plateale di cui è vittima il lavoro dipendente nel nostro paese–rimossa dal governo, trascurata dalla sinistra- si sta riprendendo da sola l’attenzione che le spetta. Solo un establishment miope, che ha lucrato per decenni sulla crescita delle disuguaglianze sociali senza peraltro compensarla con alcun vantaggio per l’economia, può liquidare la piazza romana gremita di lavoratori metalmeccanici come una manifestazione di estremismo politico. Da trent’anni una distribuzione squilibrata del reddito –che a differenza da altri paesi neppure la fiscalità e il welfare riescono a correggere- provoca un’imponente decurtazione della quota di ricchezza nazionale destinata alle buste paga. E come se questo non fosse un problema, ogni rara volta che viene ipotizzato un nuovo investimento nell’apparato industriale, esso viene preceduto dalla richiesta di concessioni normative a vantaggio dell’impresa. Quasi non provenissimo da decenni di moderazione sindacale e di concessioni rimaste senza contropartita alcuna per i lavoratori.
Può sembrare antico il simbolo della Federazione Impiegati Operai Metallurgici della Cgil fondata nel 1901, con la ruota dentata e il martello affiancati alla penna e al compasso- ma chi lo irrideva alla stregua di un anacronismo ormai disgiunto dal malcontento operaio, ha perso la sua scommessa.
Ancora una volta si è confermato poco saggio confidare sulla divisione sindacale per edificare nuove relazioni industriali. Sono caduti nel vuoto perfino gli avvertimenti del vecchio “duro” Cesare Romiti. Peggio ancora, il ministro Maroni ha additato irresponsabilmente come pericolo pubblico la manifestazione promossa da una grande organizzazione democratica che merita il rispetto di tutti, compreso chi non ne condivide la linea sindacale. Mentre il suo collega Sacconi, novello apprendista stregone, ha sproloquiato vaneggiando di un inesistente “clima da anni Settanta”.
La compostezza della protesta operaia ha fatto giustizia della linea di un governo che punta a stringere accordi con la Cisl e la Uil negando il ruolo decisivo della Cgil. Speriamo che l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, dopo aver dato in questa circostanza il cattivo esempio, riveda il proprio errore.
Toccherà ora ai sindacati di Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti ritessere un rapporto unitario con la nuova leader della Cgil, Susanna Camusso, contribuendo a sopire le tensioni che hanno dato luogo purtroppo a intimidazioni gravi nei loro confronti. Nessuno tra coloro che rifiutano calcoli politici di breve periodo, neanche la Confindustria, ha convenienza a fronteggiare la gestione della crisi economica con due piazze sindacali contrapposte. Tanto più dopo la giornata di ieri che ha evidenziato rapporti di forza diversi da quelli su cui forse anche Cisl e Uil facevano affidamento.
L’argomento secondo cui la Fiom Cgil mobilita grandi numeri solo perché intorno a lei si radunano forze radicali, precari della scuola e studenti estranei al mondo della fabbrica –il “nuovo antiberlusconismo” di cui parla Nichi Vendola- denota una visione politicista che elude la sostanza del problema: chiedere deroghe ai dipendenti in materia di malattia e diritto di sciopero, addirittura disdettare un contratto nazionale prefigurando ovunque normative svantaggiose, viene percepito come un’ingiustizia da chi molto ha già dato senza ricevere nulla in cambio.
Certo, dalla nuova posizione di forza acquisita, anche la Fiom Cgil dovrà avvertire la responsabilità di operare per una nuova unità sindacale, sedersi di nuovo ai tavoli delle trattative, vincendo la tentazione di un isolamento dorato.
Il Partito Democratico soffre più di chiunque altro questa divisione sindacale e paga il prezzo di non aver saputo delineare un suo impegno politico diretto nel mondo del lavoro, influenzando anche le dinamiche interne alle tre confederazioni. L’assenza di Bersani in piazza San Giovanni è dovuta al fatto che il segretario del Pd non può oggi permettersi di scegliere: difatti non aveva partecipato neppure alla manifestazione di Cisl e Uil, la settimana prima, a piazza del Popolo.
Magari fosse solo una questione diplomatica. La verità è che l’intera classe politica del centrosinistra, qualunque sia la sua matrice culturale, si è macchiata di un’inadempienza storica. Rescisso il legame esistenziale con gli operai, interrotto il circuito virtuoso per cui la rappresentanza delle classi subalterne si tramutava anche in leadership espresse direttamente dal mondo del lavoro, non ha allontanato solo il suo tenore di vita e la sua sensibilità dal popolo delle formiche. La classe dirigente del centrosinistra si è autoconvinta che un’adesione acritica alla cultura neo-liberale fosse il requisito indispensabile per candidarsi al governo del paese, supportata dal consenso di un establishment che nel frattempo si arricchiva spogliando risorse, anziché promuovere lo sviluppo.
Saranno necessari un cambio di mentalità, drastiche correzioni organizzative e di comportamenti, affinché l’attenzione al reddito e alla condizione operaia riacquisti il giusto peso nella politica del centrosinistra.
Non è un ritorno all’antico, ma un’adesione moderna alla vita quotidiana di chi fa fatica, il messaggio urgente che piazza San Giovanni rivolge a una politica distante.

LA SFIDA DI LANDINI: "CI BATTIAMO PER CAMBIARE LA CGIL" di Salvatore Cannavò


“Sei stato bravo, tranne per quella frase finale...”. L’elogio critico sussurrato dal numero uno della Cgil Guglielmo Epifani al segretario generale della Fiom, Maurizio Landini- al termine del comizio di piazza San Giovanni, culminato sabato scorso nella richiesta di sciopero generale - fotografa perfettamente il momento particolare del maggiore sindacato italiano.
Alla vigilia dell’insediamento al vertice di Susanna Camusso molti osservatori, colpiti dall’efficacia di Landini, e dal colpo a effetto con cui ha costretto la Cgil a dire sì allo sciopero generale, si chiedono se non siamo di fronte a un rovesciamento del quadro: la Fiom che esce dall’angolo dell’estremismo storicamente residuale e impone la linea ai fratelli maggiori.
Landini non aggira l’ostacolo: “Noi non ci muoviamo mai pensando solo ai metalmeccanici ma con un pensiero generale che per sua natura è confederale. La Cgilovviamente può cambiare, noi ci battiamo perché cambi anche perché abbiamo assolutamente bisogno di cambiare”. Con tutto ciò la scommessa del quarantanovenne saldatore di Reggio Emilia è chiara: deve imporre il suo linguaggio tutto sindacale a un’organizzazione abituata alla tradizione tutta politica di padri nobili come il predecessore Gianni Rinaldini (suo concittadino e “fratello maggiore”) e Giorgio Cremaschi.
CHI LO CONOSCE bene sa che il consenso che conta, per Landini, è quello della “sua” organizzazione, del sindacato di cui è figlio e debitore. Non solo perché nella Fiom c’è cresciuto, da quando si iscrisse all’età di 15 anni, quando ha cominciato a fare il saldatore. Ma anche perché il lavoro fin dall’adolescenza e le scuole superiori saltate lo rendono diverso da gran parte del ceto politico e sindacale. Un autodidatta che si identifica totalmente nella dimensione sindacale. “La storia del partito Fiom non esiste”, spiega convinto, “è una sciocchezza che nasconde il vero problema: come fa la sinistra a rappresentare il lavoro? Noi non ci sostituiamo alla politica”.
La forza del comizio di piazza San Giovanni, se lo si ripercorre fino in fondo, non sta in abili trovate retoriche ma nella solidità degli argomenti, nella linearità dell’analisi. E soprattutto nella certezza di stare sul palco a rappresentare un’organizzazione forte, articolata sul territorio, ancora ben organizzata a differenza di altre realtà sindacali in declino. In un mondo politico zeppo di leader senza popolo o sopra il popolo, Landini è “l’espressione coerente dell’organizzazione”. E quando ha detto nel discorso conclusivo: “Se siamo qui non è nemmeno merito della sola Fiom ma degli operai di Pomigliano che hanno avuto la forza di dire no”, più che la battuta retorica ha cercato di rivendicare l’autentico radicamento della sua organizzazione.
A DIFFERENZA dei predecessori Claudio Sabattini e Rinaldini, Landini è anche figlio di un sindacato che negli ultimi vent’anni ha conosciuto solo sconfitte e quasi mai vittorie, costretto a resistere e fare i conti con la spoliticizzazione che si è riversata anche nel sindacato. Con lui la Fiom deve fare i conti con la scomparsa della sinistra e con le disillusioni di un’epoca. Per questo fa presa sul popolo Fiom la sua voglia di ripartire proprio dal sindacato per ricostruire l’identità operaia e del lavoro, e per tentare la strada delle trasformazioni sociali. Per un’impresa del genere puoi affidarti o all’arte della politica-spettacolo oppure alla solidità dei tuoi rapporti interni. La strada scelta da Landini è la seconda. Lui scommette su questa organizzazione un po’ speciale che è la Fiom, un po’ squadra, un po’ famiglia, collettivo politico e umano tenuto insieme dalla figura un po’ mitizzata dell’operaio metalmeccanico.
Per questo sabato scorso si è fatto il giro dei due cortei in modo meticoloso, cercando di incontrare tutti, abbracciare tutti, e ricordare di essere uno di loro, uno della Fiom, un operaio che fa provvisoriamente il segretario generale. Per questo quando c’è un problema parte da Roma e va a farsi vedere dove serve: a Melfi, per i licenziamenti in Fiat, a Pomigliano, per la vertenza con Sergio Marchionne, a Torino, alla Fincantieri. Ieri era all’Università a parlare agli studenti, che lo hanno accolto come un eroe. Con i media invece è attento a non esagerare, e si concede la metà di quanto sarebbe richiesto. Non è per timidezza, ma per non farsi trascinare dalle bolle mediatiche, che alla lunga possono fare molto male. “Stiamo con i piedi per terra”, ripete ai suoi quando qualcuno lo riconosce per strada e gli grida “bravo Landini”.
E POI C’È L’ORGOGLIO operaio. Landini è stato sempre dalla Fiom, non ha fatto il giro delle organizzazioni, non ha diretto pezzi di Cgil, sempre e solo la Fiom. Ma alla Cgil ci tiene. Quando si è messo accanto a Epifani, sul palco di San Giovanni, di fronte ai fischi della piazza e alle richieste di sciopero generale, non l’ha fatto per una semplice cortesia, ma per ricordare a tutti che quello che parlava era comunque anche il suo segretario generale. E molti di quelli che hanno visto le immagini, in piazza o in video, si saranno chiesti se non si stia preparando un futuro in cui il più grande sindacato italiano possa cercare il suo leader proprio tra gli “estremisti” della Fiom.

lunedì 18 ottobre 2010

FIOM INFORMA

In mattinata si è svolto un incontro tra la Direzione Aziendale di Fiat Cnh Italia e la RSU dello stabilimento; ci è stato comunicato quanto segue:
- è confermata la CIGO per le giornate del 22 e del 29 di Ottobre;
- causa il perdurare di una situazione negativa di mercato sono state comunicate ulteriori 3 giornate di CIGO per le giornate dell’ 8-9-19 Novembre;
- l’incontro che avrebbe dovuto tenersi sulla situazione produttiva attuale e in merito ai primi mesi del prossimo anno dello stabilimento CNH di Jesi nella giornata di Giovedì 21 corrente mese, è stato posticipato alla prossima settimana in data da destinarsi;
- il numero di macchine previste per la fine dell’anno rimane comunque tra le 22900-23000 macchine come previsto a inizio 2010;
- sono stati inoltre confermati a tempo indeterminato i contratti in scadenza che riguardavano lavoratori invalidi con capacità lavorativa ridotta.



Jesi, 18 Ottobre 2010                        La RSU della FIOM CGIL

16 OTTOBRE

Una,Cento,Mille 16 Ottobre!

“Per venti anni ci hanno detto che bastava lasciar stare al mercato, ora abbiamo una finanza senza regole, il record di evasione fiscale, una precarietà senza precedenti e una redistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora. Una società così è inaccettabile, bisogna ribellarsi per cambiarla”
-Maurizio Landini, Roma 16 Ottobre 2010-

La grande, democratica e pacifca massa di persone che Sabato 16 Ottobre ha invaso le strade di Roma partecipando alla Manifestazione indetta dalla Fiom-Cgil: “SI' AI DIRITTI, NO AI RICATTI, IL LAVORO E' UN BENE COMUNE” crediamo abbia detto alle parti sociali e al Paese tutto, alcune cose in estrema chiarezza:

1. le ragioni poste dalla FIOM al tavolo con FIAT nella vertenza di Pomigliano che ci hanno fatto dire No a chi pensa che si e' competitivi sul mercato solo negando i diritti, riducendo i salari, chiudendo gli stabilimenti o licenziando, a Chi in un mese guadagna quanto un operaio in una vita intera, sono tutt'altro che isolate e meno che mai non condivise. Altro che modello tedesco!
La dignità degli individui non può essere quotata in Borsa, questa è la grande lezione dei lavoratori di Pomigliano che hanno detto No al ricatto.

2. Le campagne denigratorie e allarmistiche portate avanti nei nostri confronti nei giorni precedenti l'evento, da certa politica e da Bonanni & Co., è stata completamente smentita da una manifestazione libera e pacifca.
Chi, alle questioni vere del lavoro e della fabbrica, preferisce la demonizzazione dell'avversario, farebbe bene farsi da parte o almeno tacere.

3. Nei luoghi di lavoro e nel Paese è ancora possibile un cambiamento, e questo cambiamento potrà avvenire solo rimettendo al centro la condizione di vita e lavoro di chi “suda” nelle fabbriche 8 ore al giorno, attraverso il ripristino di pratiche democratiche, quali il diritto alla contrattazione delle lavoratrici e dei lavoratori, la discussione assembleare e la consultazione con il voto, di contratti e accordi.

Il 16 Ottobre, una delle più grandi manifestazioni della storia del movimento operaio non può essere allora il termine, ma l'inizio di un cammino nuovo che ci vede tutti, nessuno escluso, impegnati nell'affermare quei valori e quella cultura che riporti il Diritto al Lavoro e il Contratto Nazionale alla loro centralità e al loro originario signifcato, quello espresso dall'articolo 1 della nostra Costituzione.
Alla costruzione di quella speranza, Sabato era presente anche una nutrita rappresentanza di lavoratori dello stabilimento Fiat Cnh di Jesi alla quale va un grazie e un abbraccio fraterno.

Jesi, 18 Ottobre 2010                                      la RSU della FIOM-CGIL

domenica 17 ottobre 2010


"ADESSO CONTATECI!"



Roma, 16 Ottobre
Piazza San Giovanni


INTERVENTO DEL SEGRETARIO GENERALE DELLA FIOM MAURIZIO LANDINI

venerdì 15 ottobre 2010

16 OTTOBRE

FIOM INFORMA IN FIAT/13

DOPO MELFI ANCHE A TORINO LA FIAT CONDANNATA PER ATTIVITA' ANTISINDACALE

Il Giudice Unico del Tribunale di Torino ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale e, conseguentemente, ordinato l'immediato reintegro al posto di lavoro del delegato sindacale (esperto) della Fiom degli Enti Centrali di Mirafiori licenziato dall'Azienda per aver spedito, con i mezzi aziendali, una mail contenente una presa di posizione di lavoratori polacchi di Tychy sulla vertenza di Pomigliano.
Dopo la sentenza di Melfi con la condanna della Fiat per comportamento antisindacale e l'ordine di reintegro dei 3 operai licenziati (al quale la Sata si oppone e non dà piena attivazione), questa nuova sentenza a Torino rende evidente che la Magistratura riconosce che la Fiat ha messo in atto una campagna antisindacale per colpire e discriminare la Fiom-Cgil che, anche nel Gruppo, è l'organizzazione più rappresentativa fra i lavoratori con il maggior numero di iscritti e di voti nella Rsu.
I dirigenti della Fiat invece di spendere energie e soldi nell'inutile tentativo di piegare i lavoratori e la Fiom dovrebbero impegnarsi per innovare i prodotti e aumentare le vendite visti i risultati deludenti che stanno ottenendo.
La Fiom rinnova l'invito alla Fim e alla Uilm per tenere in ogni realtà del Gruppo assemblee unitarie per coinvolgere le lavoratrici e i lavoratori e decidere assieme a loro come affrontare una trattativa con la Fiat sui piani industriali, gli investimenti, lo sviluppo e la difesa dei diritti.

Roma, 14 ottobre 2010
FIOM NAZIONALE

giovedì 14 ottobre 2010

LA MIA VITA SEMPRE IN PIEDI


Una giornata da operaio Fiat: 8,95 euro l'ora, sveglia alle 4,30, la stessa mansione per otto ore
di Salvatore Cannavò  da "Il Fatto quotidiano" (...) 
Uno guarda la tv, sente le notizie sulle industrie, le fabbriche, gli operai e pensa che questi non esistano più. Sullo schermo ci sono solo immagini di robot tecnologici che spostano pezzi, bullonano auto, le verniciano e a volte le guidano anche. Le immagini degli operai non ci sono mai. (...)
Per vederli devono fare uno sciopero o una manifestazione, bloccare un'autostrada. Oppure devi metterti tu davanti ai cancelli, magari proprio quelli di Mirafiori, a Torino, e vederli sciamare veloci per tornarsene a casa. A malapena ti danno retta se vuoi parlarci, dopo otto ore lì dentro è comprensibile. Ma com'è lì dentro? Che significa oggi essere un operaio? Davvero, siamo lontani dagli anni 70 e 80, dalla figura dell'”operaio massa” che tanta storia ha fatto in questo paese? A sentire il racconto di Pasquale, operaio alle Carrozzerie di Mirafiori dal 1988 – «prima ero alle Meccaniche», precisa – sembra quasi di rileggere le formidabili pagine del “Vogliamo tutto” di Nanni Balestrini. Certo non c'è quella rabbia fisica, non trasuda la rivolta ma la fabbrica è ancora tutta addosso alle spalle di chi ci lavora, un ambiente che induce alla «paranoia», straniante e straniera allo stesso tempo. Anche se ci lavori da oltre venti anni. Venti anni di giornate uguali e faticose.

Ore 4,30, la sveglia

«Quando ho il primo turno, che inizia alle sei del mattino, mi alzo alle 4,30. Non è facile ma dopo un po' ci si abitua anche se rimango in silenzio almeno fino alle 8 di mattina. In fabbrica ci vado in tram, con i servizi speciali che l'Att torinese ha predisposto per gli operai Fiat. Li possono prendere tutti ma fanno dei tragitti speciali. In media ci vogliono solo 20 minuti per arrivare ai cancelli ma bisogna arrivare alla fermata in tempo, quindi alle 5,10 sono già lì in modo da stare alle 5,45 davanti ai cancelli».

Ore 5,45, ai cancelli

«Lì avviene la prima timbratura, quella ai tornelli. Una volta infilato il badge nella fessura la Fiat sa che sei dentro, sei nel perimetro della fabbrica. Non è ancora l'inizio dell'orario di lavoro, c'è da fare ancora una seconda timbratura, che noi chiamiamo bollatura, subito dopo i tornelli. Da lì si passa agli spogliatoi, ci vogliono cinque minuti per arrivarci e in cinque minuti ci si cambia, ci si mette la tuta dell'azienda e si arriva alla postazione di lavoro. Io ci arrivo a pelo, alle 6 in punto si comincia a lavorare. Se sgarri di un solo minuto, l'azienda ti addebita un quarto d'ora sulla busta paga; dopo il primo quarto d'ora l'addebito sale a mezz'ora dopo la quale i ritardi vengono conteggiati nei minuti esatti». La paga oraria di Pasquale – la prende e la controlla - è di 8,95 euro l'ora. Un ritardo di un minuto, facciamo i calcoli, gli costa circa due euro netti. Per mezz'ora se ne vanno quattro euro. 

Ore 6, inizio turno

Alle sei del mattino, quindi, il nostro interlocutore si piazza alla sua postazione di lavoro. Che è quella del giorno prima. L'azienda può cambiare la postazione o la squadra a cui si è assegnati, entro un'ora dall'avvio della produzione ma o ci sono emergenze oppure generalmente si procede come d'abitudine. Pasquale lavora a una postazione «di sequenza», cioè prende i pezzi da montare sulle auto, o su parti di esse, che scorrono lungo la linea di montaggio, e li distribuisce a seconda dei numeri che hanno impressi sopra. «Prima stavo anch'io sulla linea e ho montato per anni i pezzi direttamente sull'auto, poi dopo un'embolia polmonare e altri malanni vari sono stato messo di fianco a sequenziare i pezzi. Il vantaggio è di non essere direttamente legato al ritmo costante della linea che ti impone tempi più rigorosi».
«Ogni numero corrisponde a una posizione sull'auto. I pezzi sono contenuti in vari cassoni – dodici in tutto e ogni cassone è lungo circa tre metri per un metro e mezzo di larghezza – e io li smisto in cassoni più piccoli, più maneggevoli sulla linea». Sulla sua linea passano le portiere: dalla scocca dell'auto, nuda e verniciata, che scorre su una delle tre linee di cui sono composte le Carrozzerie, vengono smontate le portiere che scorrono su una linea separata e lì vengono completate dei pezzi mancanti: si aggiungeranno maniglie, cavi elettrici, insonorizzazioni e così via. I pezzi a volte pesano 6 o 7 chili l'uno: la mansione è sempre la stessa non ha varianti, non prevede imprevisti né autonomia. Si tratta di raccogliere pezzi, distribuirli, raccoglierli e smistarli. Tutto il giorno, per otto ore, anzi un po' meno perché ci sono le pause che vedremo fra poco. «Quando stavo direttamente sulla linea ricordo che montavo delle boccole – supporti cilindrici per albero motore o cambio -, tutto il giorno a montarle senza sosta. Era un lavoro frenetico e ossessivo, paranoico direi. Perché la cosa assurda che ti capita con la linea di montaggio è che più il lavoro è facile più dai fuori di testa, perché la ripetizione è micidiale. Se è più difficile, magari puoi utilizzare un po' di malizia per cercare di rallentare il ritmo e provare un po' a pensare». Sembra di vedere Charlie Chaplin, in Tempi moderni, ma non è uno scherzo. Il fatto è che, parlando con Pasquale, capiamo che la fisionomia dell”operaio massa” è tutt'altro che superata in fabbrica. «L'azienda non fa che parcellizzare il lavoro, semplificarlo al massimo in modo da poterlo far fare a tutti. Abbiamo verificato, parlando con dei compagni di lavoro della Sevel di Atessa, che in quella fabbrica succede che un nuovo assunto viene lasciato da solo dopo solo un'ora. Un'ora, capisci!, per imparare una mansione che dovrà svolgere a tempo indeterminato: ogni giorno un solo pezzo, sempre allo stesso posto, in continuazione; una paranoia». «Quando lavoravo alle Meccaniche – aggiunge Pasquale – usavo di più la testa, il lavoro era duro e ripetitivo ma per sistemare un pistone ci si ragiona un po' di più».

Ore 8, le prime parole

In postazione si lavora con qualche operaio di fianco. Si può parlare ma «prima delle 8 del mattino nessuno apre bocca, siamo ancora assonnati» anche se spesso «se fai una domanda la risposta arriva dopo qualche minuto, perché prima c'è da finire una portiera o un vetro da montare. Però chi si trova vicino uno con cui non va d'accordo è davvero sfortunato, mica si può spostre da un'altra parte. Quello che ti sta di fronte è il tuo unico interlocutore, o te lo fai piacere o stai zitto».
Pasquale lavora in una squadra come tutti gli operai di Mirafiori. Ogni squadra conta circa 30-35 operai ma non è il capo-squadra l'interlocutore di riferimento. «No, è il “team leader”, uno ogni dieci operai circa». E' lui che sorveglia la produzione, interviene in caso di pezzi mancanti, sostituisce eventuali assenze per malattia, raccoglie le richieste o i bisogni dei dipendenti e riferisce al capo-squadra. Un team-leader è un'operaio di quarto livello, prende un po' di euro in più e ovviamente è particolarmente affidabile: «Io non ne ho mai visto uno scioperare».
«Sono loro che quando serve assegnano straordinari serali per mansioni che non rientrano negli straordinari comandati al sabato, quelli cioè previsti dal contratto. Passano per le linee e si rivolgono agli operai più fidati, ai “loro”, per offrire un paio d'ore per ripulire un piazzale, sistemare del lavoro arretrato, mai per aumentare la produzione, quello si fa solo al sabato. Ovviamente due ore fanno spesso comodo, si guadagna un po' di più anche se alle dieci di sera – il secondo turno comincia alle 14 e termina, appunto, alle 22 – è faticoso». 

Tre pause di 10 e 15 minuti

La fatica si sente. «Lavoriamo in piedi tutto il tempo. Io a fine turno ho davvero bisogno di togliermi le scarpe, riposarmi, mi fanno male i piedi e le gambe, la schiena è bloccata. Devo dire che chi soffre di più sono le donne, le vedo spesso lamentarsi per il mal di gambe tanto che ne ho viste molte portarsi una cassettina di legno accanto alla postazione su cui sedersi non appena scatta una pausa o anche durante l'ora di mensa». A Pomigliano la Fiat porterà, in base all'accordo sottoscritto, la pausa mensa a fine turno e ridurrà di dieci minuti le pause. Come funziona ora? «Le pause sono tre, una ogni due ore, per un totale di quaranta minuti: 15+15+10». Ma che succede durante la pausa? «Intanto si va in bagno, poi chi fuma esce fuori a fumare – nello stabilimento è vietato, chissà come farà Marchionne... - ci si prende un caffè. Per chi svolge attività sindacale è l'unico momento per parlare con i compagni di lavoro ma spesso è impossibile perché, appunto, ognuno ha qualcosa da fare. E poi dieci o quindici minuti durano davvero poco». 

Ore 11,45, la mensa

Con la pausa mensa forse va anche peggio. «L'interruzione è di mezz'ora, dalle 11,45 alle 12,15 e dalle 18,45 alle 19,15 per il secondo turno. Ma dobbiamo mangiare in non più di quindici minuti. Ci vogliono infatti tra gli 8 e i 10 minuti per raggiungere la mensa, spesso c'è da fare la coda e quindi non c'è molto tempo». L'azienda trattiene dalla busta paga 1,19 euro per ogni pasto. Eppure, spiega Pasquale, «ci sono davvero tanti operai, soprattutto donne come dicevo prima, che preferiscono portarsi da casa un panino o qualcosa da mangiarsi lì accanto alla propria postazione, così da recuperare un po' di tempo e far riposare le gambe». 
In fabbrica fa freddo d'inverno e caldo d'estate, non è un ufficio, non c'è l'aria condizionata. «I capannoni sono alti anche trenta metri, ci sono spifferi, sono stabilimenti vecchi ma soprattutto la fabbrica è in parte deserta e quindi i riscaldamenti vengono accesi solo parzialmente. E quindi fa freddo. Per mettere un po' di stufette in giro per i reparti o le pale di ventilazione non sai quante ore di sciopero abbiamo dovuto fare». Il momento più difficile della giornata è dopo pranzo «perché senti di più la stanchezza. Al mattino sei più riposato ma hai sonno, dopo ti svegli ma sei stanco». Mentre scriviamo ci rendiamo conto che nel farci raccontare una giornata di lavoro abbiamo avuto un resoconto limitato a poche decine di minuti: l'avvio, le funzioni, le pause, la mensa. L'andata e il ritorno dal lavoro. Per il resto non c'è più nulla da raccontare, solo una costante ripetizione di movimenti che non cambiano mai. Eppure a Pomigliano si vuole portare la mensa a fine turno e ridurre le pause da quaranta a trenta minuti, lavorano così per sette ore e mezza con solo due pause da quindici minuti o tre da dieci minuti l'una.

Ore 12,15, si riprende

Ma non c'erano i robot che avevano sostituito gli operai? «I robot ci sono ma solo alla lastratura e alla verniciatura. In realtà sono pochi mentre le case automobilistiche concorrenti ne hanno molti di più. Gli operai non sono del tutto contrari ai robot perché ci sono lavori, come la lastratura – dove praticamente si “incolla” il pianale dell'auto alle portiere e al tetto – che erano davvero micidiali. O la verniciatura che ci portava via i polmoni. Però, nonostante i robot gli operai ci sono ancora e sono loro a far andare avanti la produzione, da qui non si scappa». Pagata quanto?
Alla Fiat si sopravvive con poco. Pasquale tira fuori dalla tasca la busta paga, quella dell'ultimo mese. Il minimo contrattuale lordo, per un operaio di terzo livello, è di 1.395,44 euro a cui si sommano, dopo 22 anni di fabbrica, 125 euro di scatti di anzianità e 27 euro di premio produzione. In totale fanno 1548 euro lordi che diventano 1.239 al netto delle molteplici trattenute. «Sempre che non ci sia stata cassa integrazione oppure qualche ora di sciopero». Se si hanno dei figli, l'affitto e le bollette i conti sono facili da farsi.

Ore 14, fine turno

La nostra chiacchierata finisce qui. La giornata è praticamente conclusa e fuori dalla fabbrica ne resta solo il rumore, costante, avvolgente, fatto di ferraglia, di colpi sordi, di martelli pneumatici e di trapani elettrici. O del clangore dei pezzi metallici. Un rumore confuso che lascia un ronzio nella testa. E poi c'è il silenzio, fatto dall'esterno della fabbrica pochi minuti dopo l'uscita, lo sciame operaio si disperde subito, veloce come la rassegnazione che si è impadronita del mondo del lavoro.
Resta però una sensazione, quella della dignità. Pasquale, e molti come lui, minimizzano la fatica, lo stess, l'alienazione, «la paranoia» come la chiama lui. La sente ma non se ne lamenta, non si atteggia a vittima. Sarà perché è iscritto al sindacato, perché crede nella lotta comune e in qualche possibilità di riscatto. Sarà perché con qualcosa bisogna pure difendersi e resistere. Gli operai metalmeccanici in Italia sono quasi due milioni e di questi 363 mila sono iscritti alla Fiom, primo sindacato di categoria. Sarà mica la dignità il problema?