Pagine

mercoledì 28 luglio 2010

 LA REPUBBLICA DELLE BANANE FA IL SUO ESORDIO AL LINGOTTO

Anche quest’ultima di Marchionne non è certo una idea nuova.
Fu Vittorio Valletta, amministratore delegato della Fiat negli anni della persecuzione antisindacale del dopoguerra, a pensare a un contratto dell’auto. A tale scopo organizzò la scissione nella Cisl - oggi non ce ne sarebbe bisogno - e promosse la costituzione del Sida, sindacato dell’auto oggi diventato Fismic. A Valletta questa operazione non riuscì. Nell’Italia arretrata e povera delle grandi contrapposizioni sociali e politiche, tutto il sistema impedì lo sganciamento della Fiat dal contratto nazionale. Oggi, in condizioni peggiori di allora, visto che Valletta pensava di fare un contratto privilegiato per i lavoratori Fiat e non low-cost come Marchionne, pare che l’amministratore delegato della Fiat possa agire incontrastato. Il più grave attacco ai diritti dei lavoratori italiani dal 1945 ad oggi, che mette in discussione in Fiat e in tutta Italia il contratto nazionale e i diritti costituzionali del lavoro, viene presentato come una intelligente manovra di un bravo manager capace di muoversi nella globalizzazione. (...)

Tutti gli umori critici verso la finanziarizzazione dell’economia, verso il liberismo selvaggio, verso l’assenza di regole nel movimento dei capitali, tutto ciò che si diceva quasi unanimemente dopo l’esplodere della grande crisi finanziaria di due anni fa, pare improvvisamente dimenticato. Siamo tornati all’esaltazione acritica dell’impresa multinazionale e dei suoi interessi e per l’Italia l’unico futuro industriale è quello fondato sulla competizione sui bassi salari e sugli orari flessibili. I riferimenti diventano la Serbia e la Polonia e non certo la Germania o la Svezia. E’ una gigantesca regressione del modello economico e sociale che si propone al paese, che necessariamente diventa anche regressione del pensiero.
Non è solo la stampa compiacente ad esprimersi su questa lunghezza d’onda. Il sindaco di Torino, Chiamparino, ha lamentato che il sindacato è ancora indietro di trent’anni. E così non si è accorto di rinverdire una tradizione di primi cittadini totalmente subalterni alla Fiat, che in quella città è molto più antica. Il ministro Sacconi, che sul piano delle relazioni sindacali ha lo stesso equilibrio del ministro Alfano rispetto alla magistratura, convoca un raffazzonato incontro a Torino che denuncia prima di tutto l’incapacità del governo di convocare l’azienda nelle sedi istituzionali ove si dovrebbe discutere di politiche industriali. Cisl e Uil si dichiarano disposte ad accettare quella nuova società - intanto per Pomigliano e poi si vede - che dovrebbe rendere legalmente vincolante lo strapotere dell’azienda sulle condizioni di lavoro. E con eccezionale sprezzo del ridicolo, affermano che comunque intendono salvaguardare il contratto nazionale. L’opposizione ufficiale, che aveva spiegato al mondo che Pomigliano era un’eccezione, ora balbetta frasi incomprensibili.
Le uniche posizioni chiare sul campo sono quelle di Marchionne da un lato e della Fiom dall’altro. L’amministratore delegato Chrysler-Fiat ha scelto di fare del suo gruppo un’impresa che insegue finanziamenti pubblici, salari bassi e supersfruttamento in giro per il mondo e che riserva all’Italia solo una piccola e arrogante parte dei propri interessi.
La Fiom, accusata di estremismo e massimalismo, assume in realtà posizioni che solo fino a pochi anni fa sarebbero state patrimonio della grande maggioranza delle istituzioni, delle forze politiche, dei poteri democratici. L’incredibile acquiescenza che c’è oggi verso una Fiat che ha semplicemente detto che vuol fare quello che vuole, quando vuole, per far guadagnare di più amministratore delegato e azionisti, alla faccia del lavoro, dei contratti, della Costituzione; questa libidine di servitù verso la Fiat è il segno più evidente della crisi della democrazia italiana.
La sceneggiata che oggi verrà rappresentata a Torino, ove la prepotenza dell’azienda si misurerà con impotenza delle istituzioni, è la rappresentazione della regressione civile e politica e istituzionale del nostro paese.
La repubblica delle banane, che è sempre facile individuare nelle imprese di Berlusconi, ha oggi una sua sede costituente primaria al Lingotto di Torino.

Giorgio Cremaschi

martedì 27 luglio 2010

 

 

Metalmeccanici: Landini, in piazza per lavoro e diritti


Il leader della Fiom lancia la manifestazione del 16 ottobre
“E' in atto il tentativo di cancellare e superare il contratto nazionale, il diritto alla contrattazione collettiva in fabbrica”. Lo ha detto oggi (27 luglio) il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, nel suo intervento all'assemblea nazionale dei delegati di Unionmeccanica-Confapi. “Siamo di fronte - ha spiegato - a un'accelerazione di questo processo, si deciderà nei prossimi mesi. Non avremmo quindi nessun secondo tempo per prendere delle decisioni, chi pensava a successive verifiche, deve fare i conti con questa accelerazione”.

“Gli accordi separati per i contratti di Unionmeccanica-Confapi e le Associazioni delle Cooperative rendono ancora più evidente il problema della rappresentanza delle Organizzazioni sindacali. Cisl e Uil sono largamente in minoranza eppure hanno firmato un'intesa legittimate, non dai lavoratori, ma dalle Organizzazioni datoriali. Fa tutto parte dello stesso disegno. Si tratta di una distruzione sistematica delle tutele e dei salari che va contrastata. Per questo invieremo una lettera di contestazione a tutte le aziende della legittimità degli accordi e apriremo vertenze aziendali e territoriali”.

“Se viene confermata l'ipotesi della newco a Pomigliano - ha avvertito Landini - , e la non applicazione del contratto dei metalmeccanici, si tratterebbe di una scelta grave e non motivata da problemi di produttività. Non c'era bisogno di seguire questa strada da parte della Fiat, bastava applicare il Contratto nazionale per garantire i livelli di produttività richiesti. La strada che stanno seguendo è quella della contrattazione di settore, sempre per superare il Contratto nazionale e l'unificazione delle condizioni di lavoro. Si prende a riferimento l'intesa di Pomigliano, ovvero la derogabilità dei diritti e si portano gli Usa ad esempio. Ma negli Stati Uniti la grave crisi nell'industria dell'auto è stata così pesante proprio per la mancanza dello Stato sociale e dal Contratto nazionale, che ha portato a competere sulle condizioni di lavoro e sui salari. Oggi un metalmeccanico ha gli stessi diritti, a prescindere da dove lavori. Se va in porto questo progetto, i diritti saranno legati all'azienda in cui un dipendente lavora”.

“La manifestazione del 16 ottobre di tutte le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici riparte dal mettere al centro il lavoro e i diritti per uscire dalla crisi. Per noi la democrazia e il coinvolgimento dei lavoratori è un punto centrale. Siamo pieni di dichiarazioni di solidarietà - ha concluso -, ma ora serve costruire un movimento per influenzare le decisioni in atto”.

Fiat: nasce Newco, fabbrica a Pomigliano

 Presidente Marchionne, capitale di 50.000 euro. Verso nuovo contratto per 5mila lavoratori


TORINO - E' nata Fabbrica Italia Pomigliano. La societa' e' stata iscritta al Registro delle Imprese della Camera di Commercio di Torino il 19 luglio. E' controllata al 100% da Fiat Partecipazioni, ha un capitale di 50.000 euro e il presidente e' Sergio Marchionne.
L'oggetto sociale della newco e' ''l'attivita' di produzione, assemblaggio e vendita di autoveicoli e loro parti. A tal fine puo' costruire, acquistare, vendere, prendere e dare in affitto o in locazione finanziaria, trasformare e gestire stabilimenti, immobili e aziende''. Inoltre la societa' ''puo' compiere le operazioni commerciali, industriali, immobiliari e finanziarie, queste ultime non nei confronti del pubblico, necessarie o utili per il conseguimento dell'oggetto sociale, ivi comprese l'assunzione e la dismissione di partecipazioni ed interessenze in enti o societa', anche intervenendo alla loro costituzione''. La nascita di Fabbrica Italia Pomigliano e' un passo preliminare per la costituzione di una nuova societa', una new company in cui riassumere, con un nuovo contratto, i 5.000 lavoratori attuali della fabbrica campana. Si tratta del progetto Futura Panda a Pomigliano, per il quale la Fiat ha raggiunto un accordo con i sindacati il 15 giugno, non firmato dalla Fiom.

Fiat, il più grave attacco ai diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi.

Quello che oggi tutti i giornali preannunciano per la Fiat, (...)
cioè l’abbandono del contratto nazionale, è il più grave attacco ai diritti dei lavoratori dal 1945 ad oggi.
Così come la vicenda di Pomigliano annunciava l’attacco a tutti i diritti dei lavoratori Fiat, così la scelta della Newco e del contratto pirata, che di questo si tratta, per il settore auto, rappresenta la messa in discussione del contratto nazionale per tutti i lavoratori italiani. L’incontro di domani, alla luce di queste anticipazioni, si presenta come una patetica sceneggiata, nella quale saranno rappresentate la prepotenza della Fiat e l’impotenza delle istituzioni di fronte alle multinazionali. E’ una vergogna per l’Italia e un danno drammatico per i lavoratori e per l’industria. In ogni caso è chiaro che le decisioni Fiat apriranno la via a conflitti sindacali e legali senza precedenti.


27 luglio 2010

lunedì 26 luglio 2010

Cremaschi sulla newco Fiat
"Espellere sindacati che accettano"

Chi non contrasta il progetto di Marchionne dovrebbe essere immediatamente espulso dalla Confederazione sindacale europea come sindacato giallo"

"Se qualche sindacato confederale italiano dovesse accettare o solo non contrastare un'ipotesi di questo genere dovrebbe essere immediatamente espulso dalla Confederazione sindacale europea come sindacato giallo. Con la democrazia non si può scherzare". Lo ha detto, in merito all'ipotesi di una newco di Fiat a Pomigliano, Giorgio Cremaschi della Fiom, intervenendo a Sala Baganza, in provincia di Parma, alla festa nazionale della Rete 28 Aprile.

"E' incredibile la sottovalutazione democratica che c'è rispetto alla minaccia della Fiat di fare una nuova società a Pomigliano e altrove, che viola tutti i contratti e tutte le leggi, licenziando migliaia di lavoratori. E' questa una scelta contro la Costituzione e contro le leggi italiane ed europee. Non si può discutere serenamente di una scelta così sciagurata ed è bene dire che nessuna organizzazione sindacale degna di questo nome può accettarla in Europa", ha aggiunto il leader della rete 28 Aprile.

  
Comunicazione



Gruppo Fiat. Il governo convoca Fiat e sindacati, a Torino, per mercoledì 28 luglio prossimo. A causa di questa concomitanza l’iniziativa prevista per il 28 luglio a Roma è rinviata.
    


Carte false

  Loris Campetti

L'escalation di Sergio Marchionne fa registrare un nuovo salto in avanti nel processo di rivallettizzazione della Fiat. Dalla filosofia classica, «licenziarne uno per educarne cento» - e ormai dovrebbero essere diverse centinaia le tute blu rieducate, dato il numero crescente di licenziamenti realizzati dal Lingotto - l'amministratore delegato starebbe meditando di passare a scelte ancor più radicali. Visibilmente scosso dall'esito del referendum di Pomigliano e indispettito dal moltiplicarsi degli scioperi nelle sue officine, Marchionne potrebbe decidere di chiudere la fabbrica campana per poi riaprirla sotto falso nome, una newco a cui vendere baracca - lo stabilimento - e presunti burattini - i dipendenti. Tutto al solo scopo di liquidare definitivamente il «male» che starebbe corrodendo dall'interno il corpo altrimenti sano della stimata ditta torinese (torinese è un modo di dire). Il male è il conflitto in difesa dei diritti e della dignità dei lavoratori. La newco, il cui nome sarebbe già stato scelto, riassumerebbe tutti i 5 mila lavoratori della «vecchia» azienda a condizione che si adeguino a una nuova legislazione: 18 turni settimanali, riduzione e addirittura cancellazione della pausa mensa qualora la domanda bussasse compulsivamente alla porta, aumento della cadenza delle linee e dunque della produzione pro capite, messa in mora del diritto di sciopero e penalizzazione salariale della malattia, cancellazione del contratto nazionale. Chi ci sta ci sta, gli altri vadano a protestare alla Fiom. Tutti i sindacati sarebbero ammessi al gran ballo, naturalmente, ma per essere riconosciuti dal monarca dovranno prima aderire al nuovo sistema di regole, altrimenti nessuna trattenuta sindacale in busta paga per gli iscritti all'organizzazione reproba e nessuna «concessione» di permessi sindacali aggiuntivi. Un percorso destinato, nella fulgida mente del Lingotto, a togliere alla Fiom anche l'aria che respira. Per realizzare questo progetto rivoluzionario, Marchionne, anzi il prestanome di turno della newco, non iscriverebbe la società alla Confindustria, nel caso specifico quella di Napoli, così da poter eludere il contratto nazionale dei metalmeccanici e costruirne uno ad hoc che i sindacati «collaborativi» sarebbero già pronti a sottoscrivere, così come hanno già fatto con il diktat-referendum di Pomigliano. Si tratterebbe solo di tener buono il grande sponsor dell'ad del Lingotto, Emma Marcegaglia, che verrebbe privata di uno dei pezzi da novanta della sua organizzazione. Tantopiù che, qualora l'operazione newco dovesse realmente realizzarsi e magari anche funzionare, essa non si fermerebbe a Pomigliano ma si allargherebbe all'intero comparto auto della Fiat. Lo spin-off deciso dalla Fiat per le quattro ruote renderebbe quasi «naturale» questo esito.
C'è un altro piccolo problemino sul tavolo di Marchionne, ora allo studio di un'equipe di prestigiosi legali. Si tratta del modo attraverso cui arrivare alla nuova società, la newco. La forma classica è quella della cessione del ramo d'impresa, che però è vincolata al rispetto dell'articolo 47 del Codice civile, dove vengono garantite «le norme in essere». In parole povere, i lavoratori riassunti dalla newco resterebbero titolari del sistema di regole, garanzie e diritti acquisiti nella loro precedente vita lavorativa in Fiat. Insomma, tanta fatica per niente? La Fiat e i suoi legali non mancano certo di fantasia e creatività qualcosa potrebbero anche inventarsi per liberarsi di qualsivoglia laccio e lacciuolo. Le cose furono più semplici per Cesare Romiti, quando venne costruito lo stabilimento di Melfi dal nulla, anzi dal «prato vedre» della piana di san Nicola. La società venne chiamata Sata e non Fiat e i lavoratori assunti subirono un trattamento diverso dai loro compagni di Torino o di Termini Imerese: orari più lunghi, salari più bassi, produttività più alta, diritti minori (fu allora che venne derogato il divieto al lavoro notturno femminile). A Romiti l'impresa fu possibile proprio perché a Melfi non esisteva un «prima», e comunque anche il vecchio amministratore delegato del Lingotto pretese un accordo sindacale, che tutti firmarono, prima di avviare la costruzione.
Una bomba atomica gettata sulle relazioni sindacali italiane. Non è detto che sia destinata ad esplodere davvero, se ne parla - e questo giornale ne ha scritto in più occasioni nell'ultimo mese - dall'accordo separato tra Fiat, Fim e Uilm per Pomigliano, durante un incontro in cui la Fiom era presente solo nella veste di osservatore. In quella circostanza, dopo un primo tentennamento persino i rappresentanti metalmeccanici di Cisl e Uil storsero il naso e l'ipotesi venne accantonata. Se ne tornò a parlare in occasione del referendum imposto da Marchionne nello stabilimento di Pomigliano il cui esito - quel 40% di no tra gli operai - lo fece tanto soffrire. Si tratta però di una bomba che produce effetti devastanti anche senza, o prima di, esplodere, per quel portato di minaccia e ricatto che incorpora. Viene agita mentre si mette uno stabilimento contro l'altro, Mirafiori contro Kragujevaz, muovendo modelli di vetture e lavoratori come pedine di un gioco le cui regole sono scritte e imposte da un uomo solo al comando.
Marchionne se lo può permettere perché non ha interlocutori politici forti e responsabili, tant'è che solo di fronte alla minaccia di svuotare Mirafiori il governo, spinto dalle sue anime più razziste, ha convocato azienda e sindacati. Anche in campo democratico si sono sentite voci stonate di chi sta al gioco della Fiat, contrapponendo i buoni operari torinesi a quegli irresponsabili dei napoletani o agli inaffidabili slavi di Kragujevac. Un incontro, il 28, per discutere non si sa bene di cosa: ragionare su uno stabilimento alla volta vuol dire lasciare il gioco nelle mani della Fiat. In nome, naturalmente, della competitività che presuppone lo scontro tra navi da guerra, multinazionale contro multinazionale, stabilimento contro stabilimento, operaio contro operaio. Una guerra dove il prezzo di sangue verrebbe pagato sempre e solo dai lavoratori. La ragione dell'accanimento del nuovo Von Klausevitz italo-elvetico-canadese contro la Fiom sta nel fatto che, per ora, il sindacato di Landini rappresenta l'unico ostacolo della corsa di Marchionne verso il delirio.
p.s. Non tutti i mali vengono per nuocere. A prescindere dai piani di Marchionne, o forse anche temendo rappresaglie da parte della Fiat, la Fiom ha deciso di lanciare una impegnativa campagna di rinnovo di tutte le deleghe, contattando uno a uno gli iscritti per verificare la loro intenzione di rinnovare la tessera e intercettando lavoratori non iscritti per convincerli a battersi al fianco della Fiom. Sembrerebbe normale, una verifica democratica necessaria, ma non lo fa nessun sindacato, approfittando dell'automatismo garantito dalla trattenuta sindacale effettuata in busta paga direttamente dalle aziende, come prevede quel contratto nazionale dei metalmeccanici di cui Marchionne tenta in tutti i modi di liberarsi. Per la Fiom, quest'atto coraggioso di democrazia e di rispetto della volontà dei lavoratori potrebbe sortire effetti anche molto positivi. Una sfida aperta alle imprese e ai sindacati complici.

venerdì 23 luglio 2010

Fiat: Fiom, successo sciopero dimostra nostre ragioni

  |
“Le adesioni allo sciopero di due ore, indetto per oggi dalla Fiom in tutti gli stabilimenti del gruppo Fiat, confermano il successo incontrato fra le lavoratrici e i lavoratori dalle mobilitazioni lanciate dalla nostra organizzazion”. Così in una nota Maurizio Landini, segretario generale della Fiom Cgil, sullo stop di oggi contro i licenziamenti e per il premio di risultato. “Per parte nostra - prosegue Landini - ribadiamo le richieste di ritiro dei licenziamenti e di riapertura di un negoziato sul salario aziendale. Ribadiamo altresì la necessità che il gruppo Fiat si confronti con tutte le organizzazioni sindacali sul ruolo degli stabilimenti italiani e delle produzioni effettuate nel nostro paese”.
Gli avvenimenti degli ultimi giorni, conclude il dirigente delle tute blu Cgil, “confermano che il governo italiano è rimasto l’unico, in Europa, a non avere definito una propria politica industriale di sostegno al settore dell’auto e, più in generale, della mobilità. Politica che è invece assolutamente indispensabile per innovare i prodotti, per rafforzare le produzioni e per difendere tutti gli stabilimenti e, con essi, l’occupazione”.
L’adesione all'Iveco di Torino è stata di oltre l'80%: così riferisce la stessa Fiom dopo il corteo di circa mille lavoratori, alcuni dei quali con le mutande in testa, che hanno sfilato lungo corso Giulio Cesare fino all'imbocco dell'autostrada e della tangenziale.
Landini: "La verità è che un operaio serbo guadagna 400 euro al mese"

"La Fiat è in difficoltà sul mercato, soprattutto in Europa, i prodotti sono vecchi e poco competitivi e si cerca di creare una cortina fumogena dando la colpa ai sindacati e ai lavoratori". Lo afferma in un'intervista a L'Unità Maurizio Landini, segretario della Fiom Cgil, dopo l'annuncio dell'ad del Lingotto, Marchionne di portare da Mirafiori alla Serbia, la produzione della monovolume L0.
"La scelta della Serbia non è casuale - aggiunge Landini - quella era una fabbrica distrutta dai bombardamenti, ricostruita con soldi del governo, esente da tasse per 10 anni e l'azienda incassa un contributo di 10mila euro per ogni dipendente assunto. Un operaio guadagna 400 euro al mese. E' un'altra America per Marchionne".
Dunque il vero scopo della scelta aziendale, secondo il sindacalista, sarebbe quello di prendere i soldi pubblici, con cui finanziare gli investimenti senza rimetterci niente. Secondo Landini, si tratta di una logica applicata anche in Italia, dove Termini Imerese chiude "con nessuna opposizione, i dipendenti perdono tra i due e tre mesi di reddito con la cassa integrazione e in più Marchionne non paga il premio di risultato, mentre distribuisce il dividendo".
La testa della Fiat si sta spostando, secondo Landini, in America e "Pomigliano è stata una prova per soggiogare i lavoratori e i sindacati". 'Se Fabbrica Italia significa che i salari italiani devono competere con quelli polacchi, serbi e magari cinesi allora - conclude Landini - la partita è persa, perché ci sarà sempre chi guadagna un euro in meno di noi".

Marchionne low cost

L'amministratore delegato della Fiat ha gettato la maschera. Investira' in Serbia invece che a Mirafiori. Perche' li' la paga degli operai e' di trecento euro al mese con contratti a termine ed il governo finanzia per centinaia di milioni di euro l'investimento della Fiat. La nuova Chrysler-Fiat, la multinazionale americana che nasce dallo scorporo del gruppo, sara' un'azienda low cost. Un azienda che insegue i bassi salari ed i finanziamenti pubblici ovunque siano e che quindi non puo' certo investire davvero in Italia o nell' Europa piu' avanzata. Cosi' si annunciano decisioni che aprono la via alla chiusura di Mirafiori dopo Termini Imerese mentre pomigliano rimane appesa al filo del supersfruttamento. Che poi tutto questo venga giustificato dando la colpa al sabotaggio Fiom, fa solo ridere. Dimostra che Marchionne e' in fondo persona poco seria. (...)
Che puo' dire le sue sciocchezze solo perche' in Italia trova un regime politico informativo servile e compiacente. Che non basta pero' a convincere coloro che di finanza e impresa ne  sanno davvero. Ed infatti pare che le agenzie di rating si preparino a giudicare molto negativamente il valore reale dell'operazione Fiat. Loro a differenza della stampa e dei pricipali partiti italiani la favola delle colpe della  fiom non se la bevono e sanno che e' una copertura per mascherare lo stato reale della fiat.  Le ragioni dei licenziamenti politici, del taglio dei diritti e dei salari sono cosi' piu' chiare. La Fiat non sta facendo cosi' perche vuole investire, ma perche' se ne vuole andare. 

Giorgio Cremaschi