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venerdì 14 settembre 2012

giovedì 6 settembre 2012

FESTA FIOM A JESI


domenica 2 settembre 2012

INTERVISTA A MAURIZIO LANDINI


Nel conflitto, concreto ma anche alimentato da interessi di parte, tra chi difende il diritto alla salute e chi invece mette avanti il diritto al lavoro, il punto di vista di Maurizio Landini è netto: «Si può produrre senza inquinare e avvelenare dentro e fuori la fabbrica». Il segretario generale della Fiom annuncia un settembre di mobilitazione con assemblee operaie dentro lo stabilimento Ilva e l'apertura di un confronto pubblico con i cittadini di Taranto.«La Fiom rifiuta di schierarsi tra chi pretende la chiusura della fabbrica e chi sostiene che bisogna andare avanti come si è fatto finora. Il lavoro all'Ilva deve diventare compatibile con le esigenze e la salute degli operai e dei cittadini, per questo è inderogabile l'applicazione immediata delle decisioni della magistratura. Insomma, la famiglia Riva deve assumersi le sue responsabilità e mettere finalmente in campo gli investimenti necessari per il risanamento dell'ambiente e del ciclo produttivo. Anche il governo deve svolgere il suo ruolo investendo e agganciando i fondi europei finalizzati a una produzione siderurgica pulita».
La Fiom ha fatto una scelta coraggiosa rifiutando l'adesione a uno sciopero che sembrava commissionato da padron Riva. Ma con la precipitazione dello scontro in città non rischiate di prendervele da tutte le parti, dagli operai che difendono il lavoro "a prescindere" e da chi vuole la chiusura dell'attività "a prescindere"?
Non lo credo. La Fiom non sciopera contro la magistratura ma si batte per salvare lavoro e ambiente. È possibile, se si tiene sempre presente che la responsabilità prima del conflitto odierno e della crisi ambientale è della proprietà, cioè della famiglia Riva. Molti lavoratori dell'Ilva hanno capito la nostra posizione e la condividono. Evidentemente per vincere questa battaglia è essenziale un'autonomia forte dei lavoratori e dei sindacati.
Autonomia che non c'è sempre stata...
Indubbiamente, e in alcuni casi non c'è ancora, se c'è chi accetta di essere pagato dal padrone non per lavorare ma per andare a manifestare davanti alla procura contro la magistratura, viaggiando sui pullman messi a disposizione dal padrone.
Perché chiedi che le intercettazioni della magistratura vengano rese pubbliche?
Perché la trasparenza è fondamentale, anche per ricostruire un rapporto positivo con la città. Sono trapelati da quelle intercettazioni tentativi di corruzione che fanno capire con maggior chiarezza che bisogna cambiar pagina. La Fiom non ha alcunché da temere, non abbiamo scheletri nell'armadio. Quando in passato abbiamo scoperto situazioni non chiare anche al nostro interno siamo intervenuti senza sconti per nessuno, neanche per il segretario. La città di Taranto e tutti devono sapere che non siamo tutti uguali. Noi siamo la Fiom e ci assumiamo le responsabilità che ci competono.
Con il comitato Cittadini e lavoratori liberi e pensanti avete avuto dei momenti difficili, in piazza con le contestazioni alla manifestazione sindacale e ancora due giorni fa durante la trasmissione Piazza pulita. Sono loro la controparte?
Per un sindacato come il nostro la controparte è sempre l'impresa. Il nostro obiettivo è l'attivazione di investimenti per rendere possibile e accettabile la continuazione della produzione all'Ilva. Con i cittadini vogliamo parlare, e non sono tutti rappresentati da quel comitato. Noi vogliamo parlare con tutti, avviando una pratica e un confronto democratici. Ma non ci si può venire a dire che comunque la fabbrica va chiusa, i lavoratori licenziati magari chiedendo un reddito sociale per un esercito di nuovi disoccupati. Così come contestiamo chi sostiene che bisogna continuare a lavorare così, inquinando dentro e fuori la fabbrica, considerando tutti gli altri nemici, a partire dalla magistratura. Dobbiamo essere responsabili, almeno noi, quando l'intero sistema industriale italiano rischia di saltare in aria: da Termini Imerese, dove alla chiusura Fiat non ha fatto seguito alcun impegno industriale, ai minatori sardi e agli operai dell'Alcoa, solo per citare le crisi più eclatanti. In un contesto in cui la disoccupazione sfiora l'11 per cento, non ci sono prospettive lavorative per i giovani e i precari sono oltre tre milioni. Salvare l'industria siderurgica di Taranto è essenziale e si può fare, lo ripeto, solo attivando gli investimenti necessari: dell'Ilva, del governo, dell'Europa attraverso i finanziamenti per una produzione siderurgica verde, che già si realizza in molti paesi dell'Ue. Solo così si può costruire concretamente e non a chiacchiere un nuovo modello di sviluppo, di lavoro e di vita. Come Fiom vogliamo costruire una piattaforma per avviare un confronto serio con la controparte e gli altri interlocutori.
Landini, credi che il clima venutosi a creare a Taranto consenta davvero di salvare, pur nelle condizioni che hai precisato in questa intervista, le lavorazioni a caldo dell'Ilva? A Cornigliano, in seguito a un conflitto analogo, le cose sono andate diversamente.
Taranto è un caso diverso, è ancora possibile intervenire positivamente per salvare la produzione e il lavoro rendendoli compatibili, cioè senza continuare ad avvelenare operai e cittadini di Taranto. E questa è la battaglia della Fiom.
Quali iniziative metterete in campo in questo settembre?
Assemblee in fabbrica, costruzione di una piattaforma e un'assemblea nazionale della siderurgia da tenersi a Taranto entro il mese, perché la partita che si gioca in questa città ha una valenza nazionale. Insieme alla mobilitazione dei lavoratori vogliamo ricostruire un rapporto attivo, positivo, democratico con la città di Taranto, ricucendo una frattura tanto pericolosa quanto evitabile.

Dal Manifesto

mercoledì 29 agosto 2012

CIAO ANDREA


sabato 18 agosto 2012

L'Ilva non si ferma a Taranto di Giuseppe de Marzo


La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall'inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività

Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l'azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull'Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie. Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d'ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un'agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico.
L'Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell'epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, oggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori. La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell'Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo una politica industriale ed energetica che garantisca l'interesse generale.
Ci sono domande che esigono risposte se si vuole avviare un vero processo di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte fondamentali che incidono sulla vita. A partire dai tempi e dai programmi della bonifica prevista, ad oggi misteriosi. I 336 milioni stanziati vengono invece dalle tasche dei contribuenti e finiscono in quelle di Ilva Spa per fare quello che avrebbe dovuto già fare. Sono anni che l'Ilva fa operazioni di green washing in seguito ad ingiunzioni dei magistrati ma niente è cambiato. Eppure il gruppo Riva ha registrato miliardi di profitti. Un'eventuale bonifica avviata con queste «procedure» spalancherebbe le porte a quanti vogliano d'ora in avanti eludere le norme sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro, già molto precarie, visto che le imprese potrebbero contare su soldi pubblici. Quando gli utili sono solo dei privati, i costi sociali ed ambientali ricadono sui cittadini e sui lavoratori e quelli per le bonifiche da effettuare pesano sul bilancio pubblico, mentre le vittime ed i loro familiari sono dimenticati dallo Stato, siamo in assenza di democrazia e giustizia. In Italia come in tutti i paesi europei i lavoratori sono sotto ricatto e vedono arretrare i loro diritti. In mancanza di una prospettiva politica capace di ribaltare l'attuale situazione, questo arretramento coinciderà con la criminalizzazione di qualsiasi soggetto sindacale e sociale non allineato alle attuali scelte politiche e con un ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative e ambientali per tutti.
Oggi più che mai dobbiamo mettere al centro delle nostre proposte il cosa ed il come produrre se vogliamo uscire dalla crisi e non cadere nella trappola della contraddizione tra salute e lavoro. Bisogna ripartire dalla capacità di riaffermare etica e giustizia, senza nessuna esitazione se non si vuole abdicare al realismo criminale del modello capitalista. Il ministro Passera ci fa invece sapere che intende aumentare la produzione petrolifera, costruire 4 rigassificatori, concedere permessi più facili per perforazioni e tagliare gli incentivi alle rinnovabili. Un pensiero preistorico sul quale fare profitto con la scusa di politiche per lo sviluppo e per il lavoro. Sarà questo il nuovo veleno che ci aspetta se non saremo capaci di organizzare un'alleanza politica per il lavoro, l'ambiente ed i beni comuni che metta in moto, già con le prossime elezioni, produzioni socialmente giuste e sostenibili ecologicamente. Il paese e l'Europa hanno urgente bisogno di una prospettiva che includa e consenta la partecipazione reale di tutti i soggetti che su questi fronti stanno sperimentando già alternative.
Siamo davanti ad un problema di alternativa globale al sistema capitalista. La questione dunque non si esaurisce a Taranto ma investe tutti i lavoratori e le comunità impegnate a difendere territorio, beni comuni e democrazia. Se invece accettiamo che il terreno di confronto sia quello di garantire comunque il ciclo produttivo anche in evidente ed aperto contrasto con il diritto alla salute, frammenteremo e disperderemmo le alternative possibili. La contrapposizione del dibattito in corso tra salute e lavoro tiene infatti fuori l'elemento fondamentale: la lotta per difendere il diritto al lavoro e la riconversione industriale ed energetica delle attività produttive. Abbiamo bisogno di chiarezza e di aprire un confronto vero. A nostro avviso la rotta da seguire è quella della giustizia ambientale, attraverso la quale riaffermare come ogni persona debba essere libera dall'inquinamento. Le politiche del lavoro ed industriali vanno disegnate con l'obiettivo della piena occupazione, della riduzione dell'orario di lavoro e della riconversione ecologica all'interno del nuovo scenario globale. Il cosa e come produrre va deciso insieme a comunità e lavoratori per assicurare buon vivere a tutti ed un giusto profitto agli imprenditori. Se il privato non usa i suoi profitti ed i suoi «spiriti animali» per assicurare il salario ai lavoratori, garantire bonifica e riconversione, tocca allo Stato ripubblicizzare, avviare la riconversione e sperimentare forme di gestione partecipata delle attività produttive senza toccare il diritto al lavoro degli operai, che non possono essere utilizzati come scudo o carne da cannone a seconda dei casi. Dove troviamo i soldi? Le politiche fiscali devono evidentemente avere altri obiettivi vista la necessità di investimenti per garantire queste scelte che nel medio periodo si ripagheranno da sole, considerando che solo in questi settori è ancora possibile creare lavoro, garantire salute pubblica e sostenibilità finanziaria. Si tratta di scegliere diversamente e di spostare l'attenzione dalle famiglie e dai ceti popolari alle grandi ricchezze e patrimoni che nel nostro paese continuano ad essere accumulati, anche grazie alle mafie. La ricchezza c'è ma va distribuita diversamente. Tutto questo si può e si deve fare se non affidare completamente il nostro destino nelle mani di coloro che avvelenandoci continuano a impoverirci e chiederci sacrifici e austerità.
Portavoce A Sud (dal Manifesto)

lunedì 23 luglio 2012

Ognun per sè, nessun per tutti - la nuova filosofia aziendale -



Dopo che i lavoratori della Fiat sono stati espropriati del contratto nazionale e del sindacato, possono dire defnitivamente addio anche a qualsiasi aumento reale e uguale per tutti del salario. Nel prossimo futuro i soldi dati dalla Fiat (PDR ad esempio) saranno il più delle volte decisi in maniera unilaterale dall'Azienda in base a meccanismi come la “presenza” che premieranno i pochi, a scapito dei molti che non prenderanno niente. Tutto questo per qualche spicciolo, perchè i soldi, quelli veri, a spartirseli non saranno gli operai: ma gli azionisti, i dirigenti e i capi.
I 600 euro che Fiat elergirà in questi giorni vanno tutti in questa direzione.
Fim e Uilm come tradizione vuole, hanno sottoscritto anche questa volta una vera e propria vergogna. Nella storia di questo Paese è successo poche volte che il sindacato firmi accordi aziendali che prendi i soldi, se rinunci ad esercitare in fabbrica i tuoi diritti di contratto o di Legge, come le ferie o la malattia per fare due esempi. O ancora più grave, il fatto di come le donne vengano penalizzate da quel tipo di Premio.
“Noi che siamo una squadra, noi che vinciamo con la squadra” hanno scritto in alto nelle offcine. Balle. La scritta dovrebbe essere: il grosso della squadra fatica, e l'elite di capi e preposti vari si spartiscono il raccolto.
Nell'aria restauratrice che si respira dentro le fabbriche Fiat intendiamo denunciare anche un altro aspetto: l'arroganza dei capi (non di tutti per la verità) nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. Uno in particolare da poco sbarcato da Pomigliano ha confuso la fabbrica con la caserma, e attraverso metodi poco ortodossi come la sfida o la provocazione, fa capire ai lavoratori chi comanda.
Per dirla con estrema chiarezza, di simili individui la fabbrica di Jesi e i trattori non sanno che farsene. Lo diciamo direttamente al Direttore dello stabilimento Silvestrini. E gli diciamo anche che per la Fiom non sono più accettabili atteggiamenti che hanno poco a che fare con la storia di questo stabilimento, e soprattutto con il rispetto che si deve alla dignità di chi da anni tutti i giorni lo manda avanti col proprio lavoro.
E' tempo che qualcuno si dia una regolata.
L'attacco ai diritti, al lavoro e alla democrazia impone al nostro sindacato, ai suoi iscritti e ai lavoratori tutti, di ritrovarci dopo le ferie il 15 Settembre alla Festa Provinciale della Fiom che organizzeremo a Jesi. Per l'occasione sarà presente il segretario generale Maurizio Landini con cui insieme decideremo come proseguire la nostra lotta di libertà dentro ai luoghi di lavoro.
Buone ferie e buona lotta a tutti!

P.s. Come su un altro pianeta, tutto il sindacato aziendalista continua a dire che in fabbrica e nel Paese “va tutto bene” e guai a chiedere soldi all'Azienda: la faresti chiudere. L'unica cosa che fanno sono incontri su incontri, di cui però, non si sa mai nulla.

Jesi, 20 Luglio 2012 La Rsu della FIOM CGIL
23 luglio 2012. Libera TV. Audiointervista a Maurizio Landini. Federmeccanica vuole cancellare il Contratto. Non è una trattativa ma una gara al massimo ribasso.

giovedì 12 luglio 2012


UNA LIBERTA’ RICONQUISTATA

Il 3 Luglio u.s. la CNH Italia di Jesi è stata condannata dal Tribunale di Ancona per comportamento antisindacale rispetto alla mancate trattenute sindacali effettuate nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla FIOM CGIL. La Dott.ssa Sbano Giudice del lavoro come si legge nella sentenza dispone che la CNH di Jesi dovrà effettuare a partire da questo mese le trattenute sindacali a tutti coloro che hanno regolarmente sottoscritto e inviato all’azienda tramite la FIOM CGIL di Ancona le deleghe con la cessione di credito.
Una vittoria importantissima che ridimensiona e ci permette di riconquistare una libertà individuale sancita dall’art. 14 dello statuto del lavoratori che è quella che ha il lavoratore di poter aderire, sostenere e scegliere liberamente il sindacato che più rappresenta i suoi interessi.
La sentenza, come tutte le altre sul territorio nazionale, conferma che il tentativo della Fiat di limitare l’agibilità sindacale è illegittimo e pertanto ancor di più serve urgentemente una legge sulla rappresentanza per garantire le libertà sindacali e impedire la pratica di accordi separati con i sindacati complici.
Certamente la Fiat non si fermerà qui già nel ricorso presentato aveva chiesto di far sostenere ai lavoratori il costo individuale per la cessione del credito. La Giudice Sbano ha subito ridimensionato tale richiesta, sostenendo che il costo per l’azienda e irrisorio e comunque si tratta di un solo bonifico mensile, ma qualora la CNH intenda dar seguito alla questione saremo pronti per ricorrere in giudizio per comportamento discriminatorio (come è successo a Pomigliano) in quanto l’iscritto della FIOM deve avere pari dignità e pari trattamento a tutti gli altri iscritti al sindacato.
Per approfondire il contenuto della sentenza e per discutere sulla situazione aziendale vi invitiamo a partecipare alla riunione che si terrà presso la sede della CGIL di Jesi giovedì 19 Luglio p.v. alle pre 21.15.

                                                                           p. la FIOM CGIL Ancona 
Fiat, ricorso Fiom: “Dobbiamo rientrare negli stabilimenti”

“La Fiom-Cgil rappresentava e rappresenta tutt’ora il maggiore sindacato diMirafiori”. Così parla Edi Lazzi, responsabile Fiom per Mirafiori. “Volevano far sparire la Fiom” – continua – “ma sono spariti gli altri sindacati, quanto meno nei confronti dei lavoratori. Per questo la Fiom deve rientrare negli stabilimenti Fiat”. Su questo punto si è discusso oggi nella prima udienza del ricorso presentato da Fiom-Cgil, in opposizione alla sentenza che aveva negato al sindacato la possibilità di nominare i rappresentanti all’interno delle aziende del gruppo Fiat, nell’area di Torino. Secondo le disposizioni del giudice Roberta Pastore, l’intero processo è vietato alle telecamere. L’aula è affollatissima, sono oltre cento i delegati e gli iscritti Fiom presenti in tribunale. Il 31 luglio il giudice emetterà la sentenza che potrebbe riaprire le aziende Fiat alla rappresentanza Fiom-Cgil

martedì 10 luglio 2012


Fiat/ Landini:Due nuove condanne per comportamento antisindacale

Da Tribunale Milano, che boccia ricorso, e da Ancona


      INFOPHOTO
Roma, 10 lug. (TMNews) - Due nuove condanne per Fiat per comportamento antisindacale da parte del tribunale di Milano e di quello di Ancona. Lo rende noto il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini.

"Ancora due sentenze hanno condannato la Fiat per comportamento antisindacale e riconosciuto ai lavoratori il diritto di scegliere da chi farsi rappresentare e quale sindacato sostenere", sottolinea landini in una nota. "Il giudice di Milano, su opposizione della Fiom al primo pronunciamento dello stesso tribunale, ha oggi ha stabilito la condotta antisindacale di Fiat, condannandola a riconoscere alla Fiom il diritto di nominare la Rappresentanza sindacale aziendale alla Sirio, e ripristinando così la rappresentanza garantita dal Contratto nazionale e dallo Statuto dei lavoratori".

"Al Tribunale di Ancona, la Fiom è invece ricorsa per denunciare il comportamento antisindacale di Cnh, altra società del gruppo Fiat, per il rifiuto opposto alla richiesta dei lavoratori iscritti a voler provvedere a versare i contributi sindacali alla stessa Fiom. Il giudice ha accolto il ricorso e ha condannato Cnh a dare seguito alle trattenute sindacali", aggiunge Landini. "Sono sempre più numerosi e diffusi su tutto il territorio nazionale i pronunciamenti dei Tribunali che accolgono i ricorsi che la Fiom ha proposto in difesa dei diritti e delle libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori. Si conferma ancora di più la necessità di una legge sulla rappresentanza per garantire le libertà sindacali e impedire la pratica degli accordi separati", conclude il sindacalista.