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martedì 14 giugno 2011

ESPLOSIONI DI QUORUM




Ha vinto l’Italia migliore. Ha vinto l’Italia che guarda al futuro, quella del senso civico, non rassegnata, quella che non si fa condizionare da un dibattito politico avvitato su se stesso, falsato, irreggimentato, a tratti persino arrogante. Hanno vinto i cittadini e le cittadine che si sono recate in massa a votare, contro ogni pronostico. E’ l’Italia che vuole cambiare, che forse è già cambiata, che vuole decidere il presente e il futuro per conto proprio.
Ha vinto l’Italia che abbraccia la vita, per cui l’acqua è un bene prezioso, che manda a dire che non c’è mercato quando si parla di bisogni primari, di beni comuni. L’Italia che si interroga su quei bambini, un milione e mezzo, che muoiono ogni anno per il mancato accesso ai servizi idrici e che vuole rispondere collettivamente. I problemi del mondo sono problemi nostri.
Ha vinto l’Italia che si guarda intorno e scopre un Paese bellissimo, che si domanda perché sia possibile costruire un sistema energetico basato sulle energie rinnovabili a pochi passi da noi, nelle lande tedesche, e non tra i borghi di casa nostra. Non ci saranno brutte e grigie centrali intorno a noi negli anni a venire, ma solo il profumo del futuro.
Ha vinto l’Italia che rabbrivisce per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che non hanno avuto né giustizia né un processo e mai ce l’avranno. Per chi muore ogni giorno nelle carceri, per chi giustiza non ce l’avrà mai. Ha vinto l’Italia per cui la legge è uguale per tutti. Per tutelare innanzitutto gli ultimi, non per mettere in galera i potenti.
Hanno vinto i cittadini, che ancora prima dei partiti, hanno promosso i referendum, raccolto milioni di firme, fatto una campagna capillare senza fermarsi mai.
Hanno vinto coloro che hanno votato “no”, che credono ancora nell’importanza di esprimere la propria opinione con un voto, mettendo la scheda nell’urna e decidendo di testa propria cosa era giusto o meno fare.
Ha vinto un’Italia che a troppi, nei partiti, era sconosciuta. L’Italia che ha animato le piazze e le strade del Paese in questi mesi. Gli studenti e la loro rabbia giovane, le donne e la voglia di partecipazione, i lavoratori e la dignità di chi non cede ai potenti, i giovani e il loro protagonismo ritrovato.
Da oggi tutto è possibile. Niente sarà più come prima.

mercoledì 8 giugno 2011

L'ITALIA E' ANCORA UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO?

Pubblico il testo del mio intervento all’assemblea nazionale dell’Associazione Lavoro e Libertà che si è svolta sabato 28 maggio a Torino.

“Gli industriali sono divisi tra loro per il profitto, sono divisi tra loro per la concorrenza economica e politica, ma di fronte alla classe operaia essi sono un blocco d’acciaio: non esiste il disfattismo nel loro seno, non esiste chi sabota l’azione generale, chi semina lo sconforto e il panico”. Mi è già capitato di ricordare, negli scorsi mesi, quelli della “battaglia di Mirafiori”, questo brano di Antonio Gramsci dedicato allo “sciopero delle lancette” (aprile 1920), negli stabilimenti Fiat. Un momento decisivo della lotta tra capitale e lavoro, in questa città, dotato, naturalmente, di un robusto significato nazionale, grazie al forte valore simbolico di quello scontro: l’obiettivo era il potere in fabbrica. Ossia, i lavoratori hanno o no il diritto di dire la loro sulle condizioni, sui tempi, sugli orari, sui ritmi in fabbrica? Spostare le lancette degli orologi dello stabilimento Fiat indietro di un’ora da parte dei membri delle Commissioni interne, significava dire: in fabbrica, per ciò che concerne l’organizzazione del lavoro, contiamo noi. E non possiamo accettare che le nostre condizioni lavorative vengano decise, e peggiorate, da altri: siamo noi  maestranze a dover decidere.
Aggiungeva Gramsci, davanti all’esito di quello scontro epocale finito malamente per i proletari:  “La classe operaia è stata sconfitta e non poteva che essere sconfitta. La classe operaia è stata trascinata nella lotta”.
Anche oggi, davanti alle “agitazioni” del mondo del lavoro, ci rendiamo conto che è così. Anzi, è praticamente quasi sempre così: i lavoratori non fanno sciopero – che costituisce un peso e un costo innanzi tutto per loro, e per le loro famiglie – per attaccare: fanno sciopero per difendersi: per difendersi dall’attacco del padronato o del ceto di governo, i lavoratori sono costretti a organizzare azioni, inventano forme nuove o ripropongono forme vecchie, sperimentate (anche se talora forse bisognose di essere rivedute e corrette) di lotta nelle officine e negli uffici, o forme di azione pubblica che tentano di smuovere la “zona grigia”, o, per usare il linguaggio canonico, di “sensibilizzare la pubblica opinione”. Sono azioni di resistenza, di difesa, o, tutt’al più, di contrattacco.
In tal senso, la classe lavoratrice – operai, tecnici, impiegati – è, in questa fase storica, sulla difensiva; e la cosa si spiega perfettamente. Oggi, un “oggi” che dura da tempo, in un crescendo inquietante, è il padronato, è la destra, politica economica e culturale, a mostrare un’attitudine ideologica all’attacco alle posizioni acquisite sul piano istituzionale e sociale dai subalterni, intesi nel senso più lato. E, da questa destra aggressiva, che teorizza il “cambiamento”,  tocca sentirsi chiamare “conservatori”: ma noi sappiamo che esiste anche un conservatorismo dei valori, del quale ci dichiariamo paladini, e un conservatorismo degli interessi (gli interessi dei potenti, beninteso), a cui ci dichiariamo ostili.  È la destra che teorizza e cerca di praticare il “cambiamento”, chiamando “riforma” qualsivoglia ideologia o pratica volte a scardinare l’edificio dello Stato democratico, a corrompere l’equilibrio tra i poteri, a legalizzare l’illegalità; a cancellare lo spazio pubblico per trasformarlo, spezzettato, in spazi privati; a rendere ogni bene comune, ogni risorsa sociale ed economica, bene a disposizione di qualche potentato, in grado di acquisirlo e di rivenderne l’uso ai singoli, o, come viene esposto dalla comunicazione politica della lingua dominante, ossia del pensiero (all’apparenza) vincente, fruibile sul piano del “Mercato” – grande Moloch a cui non si smettono di immolare vittime sacrificali, salvo appoggiarsi parassitariamente allo Stato quando si è in difficoltà. Non basta: sono i cosiddetti “riformatori” a trasformare lo status del cittadino in quello del suddito; a usare i migranti come nuovi schiavi; a riportare i lavoratori a condizioni antiche, quelle nelle quali invece dei diritti riconosciuti e certificati dalla legge, sussistevano concessioni del “buon padrone” ai singoli: stabilimenti o individui.
Ecco, è questo il punto a mio avviso centrale. Si sta tentando, in tutto questo brusio di “riforme”, “innovazione”, “cambiamento”, “modernizzazione”, e quant’altro, di riportarci dall’età dei diritti, quella faticosamente, dolorosamente, raggiunta con lotte secolari, all’età dei privilegi. Una linea teorica e politica che ha sempre tentato, spesso, purtroppo, con successo, di dividere i lavoratori. I diritti unificano, e creano solidarietà; i privilegi dividono, e esasperano l’individualismo. Perciò sono da combattere, a maggior ragione: non solo per una motivazione storica, ma sulla base di una motivazione etica prima ancora che politica. Si propone, con il “Modello Marchionne”, un pactum sceleris: lavoro contro diritti, ossia cessione di diritti in cambio di lavoro. Come se si potesse davvero credere che rinunciando, in un determinato luogo di lavoro, a una quota di diritti potessero beneficiare tutti del lavoro posto sull’altro piatto della bilancia. È invece esattamente l’opposto. Ogni cessione di diritti implica un arretramento complessivo della classe. Si tratta perciò di un grande inganno che non è solo, guardando alla Fiat di Marchionne, l’esperimento di un nuovo modello di relazioni sociali,  è, anche, la strada maestra che conduce dalla fabbrica allo Stato, non in senso gramsciano, ma rovesciandolo, in senso padronale. Il nesso tra attacco ai diritti sul luogo di lavoro e trasformazione del sistema politico verso quella che cautamente (troppo) si è chiamata “postdemocrazia” è fortissimo, e va evidenziato, denunciato.
Il nostro intento – di noi qui, che partecipiamo alle prime assise di Lavoro e Libertà, consci che si tratta di un evento il cui significato va ben oltre le nostre persone – è, precisamente, di riaffermare l’importanza dei diritti, il loro insostituibile ruolo storico: sui diritti, insomma, non si torna indietro, per usare un facile slogan, facile ma necessario; sui diritti non si può cedere, e dunque non si può neppure trattare. Il primo diritto è alla vita, il secondo, a quello strettamente connesso, non solo sul piano biologico, è il diritto per l’appunto al lavoro. Il terzo è il diritto alla dignità della condizione di lavoratori e lavoratrici, ma anche di coloro che il lavoro hanno concluso, arrivando a una quiescenza che troppo spesso somiglia al mero, mesto tempo di attesa della finis vitae. E non dimentichiamo il diritto di chi il lavoro non ce l’ha, o di chi ne ha di quelli senza garanzie, senza certezze, senza tutele.
Lavoro e Libertà deve, fin dallo slogan della nostra assemblea, ricordare agli immemori o ai distratti che la Repubblica italiana “è fondata sul lavoro”. Che significa lavoro per tutti, lavoro dignitoso, garantito, sicuro; che significa trattamento decoroso dei pensionati; che significa riconoscimento dei diritti collaterali a quello del lavoro: casa, trasporti, tempo libero. Che sia un tempo davvero liberato dalle vecchie e nuove schiavitù salariali. E dall’intrattenimento e dal divertimento imposti dal sistema: vogliamo evitare di finire nel ruolo del “gorilla ammaestrato” di cui ancora Gramsci parla inAmericanismo e fordismo. Che significa, in realtà, azione di resistenza, sistematica e generale, compatta e solidale, culturale (nel senso ampio, antropologico) nei confronti dell’aggressione che ogni giorno arriva ai lavoratori, di ogni settore, da parte di amministratori delegati senza meriti alcuni al di là del risparmio sulle spese dei loro datori di lavoro; da parte di coloro che ormai come professione invece che gli imprenditori svolgono quella di fallimentatori, delocalizzatori, modesti contabili che affrontano le sfide poste dalla globalizzazione, e le stesse difficoltà della crisi economica internazionale, in termini di mera aritmetica: l’ultimo esempio è il piano per un settore storico per l’economia e per lo stesso famoso made in Italy (con cui si sciacquano la bocca i nostri governanti), il settore della cantieristica navale. Dopo aver distrutto la chimica, l’elettronica, e aver svenduto ai privati il settore agroalimentare, la telefonia, i trasporti ferroviari, e, ridotti in condizioni penose, quelli aerei, privatizzando profitti e gravando sulla comunità le perdite, ora smantelleremo anche la cantieristica… Incuranti, questi “imprenditori” da strapazzo (altro che “etica del capitalismo”!), dei costi sociali delle loro decisioni (che cosa può significare lo smantellamento della cantieristica a Sampiedarena o a Castellammare?!), oltre che del disastro sul piano delle tradizioni di innovazione e di esperienza artigianale che quel settore contiene in sé.
Resistere, dunque, a governanti cinici e rozzi, che non appaiono ormai neppure più membri di un comitato d’affari della borghesia, per citare Marx, ma inetti e violenti rappresentanti di un “partito della devastazione” che sta operando contro il Paese, contro quanto di buono esso nutre nel suo seno, contro le classi sociali che ne sorreggono l’economia, non soltanto producendo ricchezza, ma pagando le tasse: i lavoratori e i pensionati, in primo luogo. Con un accanimento particolare, voglio ricordarlo, contro scuola e università, tra le ultime roccaforti del pensiero libero in questo Paese.  Accanimento che si è tradotto anche in tagli vergognosi al corpo docente, e ora si traduce anche in mancate iscrizioni dei ragazzi e ragazze: perché iscriversi a scuola o all’università se non ci sono speranze di lavoro? E che faranno questi giovani senza futuro?
Infine, ci avevano fatto credere che il lavoro fosse ormai diventato produzione virtuale di beni immateriali. Che la tuta blu fosse un espediente letterario. Che la classe operaia ormai non esistesse più. È stato necessario, per così dire, tragicamente necessario, il terribile incidente alla Thyssen Krupp per “scoprire”  quei soggetti che proprio a Torino avevano animato alcune delle lotte più memorabili, dal biennio rosso agli scioperi del marzo ’43, fino alla mobilitazione dell’autunno caldo. Scoprire che esistevano gli operai e le operaie, e che esistevano ancora merci intese come prodotti materiali, e che per produrle occorreva fatica fisica, e, infine, che per produrre quelle merci, a disposizione della collettività, ma il cui profitto andava esclusivamente agli azionisti dell’azienda, si rischiava la vita.
Perciò oggi la classe lavoratrice non può sottrarsi allo scontro: perciò abbiamo visto scene inusitate, come i lavoratori sui tetti o abbarbicati ai cancelli. Perciò sono partite lotte anche dure,  dalle occupazioni stradali agli assalti ai municipi. Anche ad errori, abbiamo assistito; ma come potremmo criticare quelle donne e quegli uomini, impegnati a difendere con la loro condizione lavorativa un interesse collettivo? E non possiamo anzi non incitare a sentirsi parte della battaglia tutti i proletari e le tante, innumerevoli figure sociali che entrano oggi nella grande categoria dei subalterni – dai sottoccupati ai cassintegrati, dai precari della ricerca ai pensionati cui si fa l’onta della social card, dagli insegnanti ingiuriati e vessati fino ai migranti, nuovi schiavi alla luce del sole…
Come per Pomigliano, poi per  Mirafiori, e le altre analoghe, sia pure minori successive, si è messa in atto la strategia di un senso comune che ci invita a tenere conto delle “esigenze della produzione” (tanto più con il ricatto della globalizzazione a cui si è aggiunto nello scorso triennio quello della crisi), ossia del profitto; e delle esigenze della sopravvivenza, e della vita stessa, dei lavoratori, nessuno parla. La dignità del lavoro, e la libertà degli uomini e delle donne dalla tragedia della disoccupazione e della sottoccupazione, costituisce un bene talmente importante da essere dimenticato daglianchormen dei media, o da tanta parte del ceto politico, non solo di governo, purtroppo.
In questa campagna propagandistica si è trascurato, deliberatamente, di dare il dovuto spazio alla fatica, la fatica fisica; si è fatto finta di dimenticare che gli operai sono “uomini (e donne) in carne ed ossa” (ancora Gramsci). E che i famosi dieci minuti di sosta che Marchionne ha rubato (quei dieci minuti “per andare al cesso”, su cui si accentra l’irrisione sciocca di qualche commentatore), sono soste vitali. Si è dimenticato che il lavoro operaio è fatica, è sudore appiccicoso, è grasso che imbratta, è schiene spezzate, è pipì trattenuta fino a sentirsi male per la vescica che si gonfia, è tagli alle mani, è muscoli irritati, è occhi che lacrimano, è dolore, e alla fine sensazione di totale estraniamento rispetto al lavoro, anche, eventualmente, al pezzo. E non solo: dobbiamo mettere in guardia anche contro un disegno che implica la volontà di controllo totale dei tempi di lavoro, di vita, di pensiero delle persone: un progetto totalitario, in sostanza, nel quale le regole vengono riscritte da una sola parte, quella forte, e imposte, con la violenza del sistema mediatico, politico (con la complicità di un sindacalismo corrotto o inetto), alla parte debole. Regole fondate semplicemente sulla elementare legge del più forte.
Anche per questa ragione storica, noi siamo stati e rimaniamo sulla barricata opposta. Accanto ai NO di Pomigliano, prima; di Mirafiori, poi. Una sconfitta dopo l’altra? Solo apparente, formale. Dietro l’apparente sconfitta di Mirafiori è emersa un’altra Torino, un’altra Italia che non si piega al turbocapitalismo, al neopopulismo autoritario, a rigurgiti razzisti o a tentazioni addirittura secessionistiche. Questa Torino è oggi qui, a dire che c’è e che non si piega. E che, di nuovo, ancora una volta, si pone accanto ai lavoratori, sia quelli in atto, sia quelli in potenza. A costruire una rete di protezione, fatta di cultura, di energia, di entusiasmo: una rete in cui due generazioni, o tre, si uniscono per smascherare le menzogne e per scuotere l’indifferenza. E contribuire a trasformare l’indignazione in progetto politico. E come mi è capitato di dire più volte negli ultimi mesi, questa Torino, e, come sta emergendo dai messaggi politici che giungono da Napoli e da Milano, questa Italia, quella che non vuole morire berlusconiana, leghista, e marchionnizzata, questa Italia è oggi maggioranza.
Trent’un anni fa, nell’autunno 1980, la marcia dei Quarantamila, segnò l’inversione di tendenza. Allora si parlava di “maggioranza silenziosa”, rappresentata anche fisicamente dai “quadri” di Mirafiori e Lingotto scesi in piazza contro il sindacato, contro la classe operaia; ebbene, io credo che oggi noi – noi qui che ci raccogliamo intorno alla FIOM, diventata la nostra linea del Piave, e in non poche altre trincee, noi che con Lavoro e Libertà vogliamo intraprendere un cammino di studio, di ricerca, di analisi, affidando ad altri, al nostro fianco, l’azione direttamente politica – siamo maggioranza. E siamo rimasti troppo a lungo silenziosi, inerti, o complici: è giunto il momento di riprendere la voce e di alzarla forte e chiara. Talora gridando, in piazza, talaltra semplicemente, come intendiamo fare qui, oggi, discutendo, affrontando problemi, individuando soluzioni. Due modi per dire No – uno dell’azione, militante, uno dello studio, riflessivo –, al progetto del “partito della devastazione”; ma anche due modi per dire sì: ma ad un altro Paese. Quello da costruire insieme.

Angelo d’Orsi
(30 maggio 2011)

martedì 7 giugno 2011

110 ANNI LA FIOM IN FESTA-BOLOGNA 16-17-18-19 GIUGNO

SINDACATO GIALLO CONTRO LA FIOM

FIAT Fim, Uilm, Fismic soccorrono Marchionne: parti civili in difesa della truffa di Pomigliano. Il 18 giugno a Torino si aprirà il processo contro il nuovo contratto Fiat che cancella i diritti

Lo scalpo da conquistare è quello della Fiom. Ieri le truppe cammellate dell'amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne sono arrivate al tribunale di Torino per costituirsi parti civili nel processo che vede da una parte il Lingotto e dall'altra i metalmeccanici della Cgil. Sotto accusa è la newco di Pomigliano, la nuova società voluta dalla multinazionale dell'auto e imposta, con la complicità di Fim e Uilm, attraverso un referendum truffa in cui si chiedeva ai dipendenti: vuoi il lavoro o i diritti? La maggioranza ha scelto il lavoro senza diritti, ma era una scelta libera? E rispettosa della legislazione vigente, dello Statuto dei lavoratori e della Costituzione? Analogo ricatto è stato imposto ai lavoratori di Mirafiori e infine ai 1.092 dipendenti della Bertone.
Dunque la Fiom si è rivolta alla magistratura e il 18 di questo mese si terrà la prima udienza. La novità di ieri sta proprio nel regalo portato a Marchionne dai tre re magi, Fim, Uilm e Fismic che hanno deciso di difendere il «loro» accordo, la fuga della Fiat da Confindustria, la cancellazione del contratto nazionale di lavoro sostituito da uno aziendale in cui è vietato scioperare e ammalarsi è un rischio che si paga profumatamente. Il «loro» accordo prevede anche l'esclusione dalla fabbrica dei sindacati non firmatari del nuovo «contratto»: la Fiom non potrà svolgere attività sindacale né avere delegati perché, e questa è la cosa più scandalosa, agli operai sarà negata la possibilità di scegliere i propri rappresentanti che verranno nominati direttamente dalle organizzazioni firmatarie.
Inutile chiedersi cosa se ne farà Marchionne di sindacati «gialli» come Fim, Uilm e Fismic e come pensi di gestire le fabbriche senza il consenso del sindacato più rappresentativo (i no a Mirafiori hanno sfiorato il 50% e l'hanno superato tra gli operai alle catene di montaggio, quelli destinatari della ricetta Marchionne). Inutile chiederselo, perché l'ad Fiat dei sindacati non se ne fa nulla, neanche di quelli subalterni che però, per accaparrarsi le briciole che cadono dal tavolo del capo, sono pronte a umiliarasi persino in tribunale, offrendo quello che il responsabile auto della Fiom, Giorgio Airaudo, chiama «ampio soccorso».
Come ha ripetuto nei due mondi della Fiat, America e Italia, Marchionne è infastidito dal fatto che, mentre nel nuovo mondo gli operai e «la gente» gli fanno ponti d'oro, dalle nostre parti lo contestano, per dirla con Crozza gli tirano un gatto morto sul vetro dell'automobile. Ieri però l'uomo dei miracoli si è preso la sua bella rivincita: un bagno di folla alla festa dell'arma dei Carabinieri, a Torino, con i bambini di una scuola che chiedevano a lui e al presidente Elkann una foto. I due big, magnanimi, sono scesi dalla vettura e si sono concessi ai fotografi e ai bambini che simpaticamente hanno gridato «Forza Juve», strappando un sorriso a John e a Sergio. Per smentire i maligni che parlano di fuga della Fiat da Torino e dall'Italia, Marchionne ha detto che l'impegno in Italia «è chiaro». Forse a lui, visto che né il governo né i sindacati hanno avuto l'onore di vedere il piano industriale Fiat, mentre gli operai ancora aspettano i famosi 20 miliardi di investimenti nel nostro paese, per non parlare dei nuovi modelli di automobili. Ama così il nostro paese, Marchionne, che nei prossimi giorni, prima di ripartire per gli Stati uniti, incontrerà il nuovo sindaco di Torino, Piero Fassino. Quello che ha sempre suggerito agli operai di votare sì ai ricatti Fiat.
La maggioranza del capitale Chrysler conquistata dalla Fiat con l'acquisto delle azioni del governo Usa è solo un primo passo. Ora si tratta di sloggiare il sindacato Uaw, proprietario con il fondo Vaga del 41% del capitale e necessitato ad accettare anche proposte poco lusinghiere per riuscire a pagare le pensioni dei dipendenti. E c'è un'altra casamatta da conquistare: si tratta della quota dell'1,7% ancora in mano al governo canadese a cui Marchionne ha offerto 125 milioni di dollari. Il Canada può rifletterci, ma con il passare del tempo, ha precisato Marchionne, l'offerta potrebbe anche cambiare.

Loris campetti (manifesto)

sabato 4 giugno 2011

FIAT: LANDINI, DA CONFINDUSTRIA AFFONDO A CONTRATTO NAZIONALE


 (AGI) - Roma, 4 giu. - "Confindustria finalmente getta le maschera: vuole cancellare i contratti nazionali nel nostro paese, e chiede una legge per permettere ad un'azienda di farlo. Vuole insomma un regolamento delle liberta'": e' questo il commento all'Agi del segretario generale della Fiom Maurizio Landini alle affermazioni di Bombassei, vicepresidente di Confindustria secondo cui i contratti aziendali, sottoscritti con il consenso della maggioranza dei lavoratori, possono sostituire quelli nazionali e che in questa direzione la Fiat rimanendo in Confindustria verrebbe rafforzata. "Bombassei sta offrendo a Marchionne una cosa che sa che non vale, e chiede addirittura una legge che ora non esiste.

Quindi chiede in sostanza di non rispettare le leggi attuali", spiega Landini aggiungendo che "se Bombassei pensa che ognuno puo' fare come gli pare, mi sembra che vada contro gli interessi degli associati di Confindustria e anche contro gli interessi del Paese". Landini prosegue affermando che "Bombassei dice che si possono superare i contratti nazionali tranquillamente. Considero sbagliata l'idea che per competere bisogna cancellare i contratti nazionali. Si conferma da un lato che gli accordi fatti dalla Fiat avevano un obiettivo esplicito di uscire da contratto nazionale, violando norme, e se Confindustria segue Fiat su questa strada, non fa altro che accreditare l'idea di un superamento dei contratti nazionali e della contrattazione integrativa tra le parti".

 "E' singolare poi - aggiunge - che Confindustria citi il voto dei lavoratori solo nel caso della Fiat, che come noto, e' stato un voto sotto ricatto, e la Fiat sa perfettamente che maggioranza lavoratori non e' d'accordo. Confindustria fa finta di non capire che i contartti separati esistono perche' si e' impedito ai lavoratori di votare e di decidere". Piuttosto, conclude, "ci vorrebbe un accordo e una legge che sancisse diritto lavoratori di votare, e che le piattaforme di un accordo dovrebbero essere votate".

mercoledì 1 giugno 2011

COMITATO CENTRALE

Documento finale
Comitato Centrale Fiom‐Cgil 30 maggio 2011

Il Comitato Centrale della Fiom‐Cgil convoca per il 22 e 23 settembre 2011 l'Assemblea nazionale della Fiom, con il compito di varare la piattaforma per rinnovare il Contratto nazionale del 2008 in vigore, la cui validità è stata confermata anche da decreti emessi da diversi Tribunali del nostro Paese.
A partire dal mese di giugno, sulla base dei contenuti della griglia definita dall'Assemblea nazionale svolta a Cervia lo scorso 3‐4 febbraio, dovranno essere convocate apposite assemblee in tutti i luoghi di lavoro, al fine di costruire una piattaforma che sia frutto di una consapevole partecipazione dei metalmeccanici del nostro Paese.
A livello territoriale e regionale è compito delle rispettive strutture garantire il più ampio confronto con le lavoratrici e i lavoratori e, successivamente, produrre una sintesi della discussione e degli orientamenti e delle proposte che emergono da questa prima fase di consultazione.
La Segreteria nazionale organizzerà una giornata seminariale, indicativamente da svolgersi nel mese di luglio, al fine di approfondire il rapporto tra la riconquista del Ccnl, i caratteri della crisi e un nuovo modello di sviluppo. Ciò, tenuto conto delle politiche e della dimensione europea ed anche delle decisioni che scaturiranno dal Congresso della Fem in rapporto con la Confederazione e le altre categorie.
Lavoro e diritti, contratto e nuovo modello di sviluppo, democrazia saranno anche i temi al centro dell’Assemblea nazionale di giovani delegati/e, con la partecipazione di studenti, precari e rappresentanti delle "rivoluzioni della dignità" nel Mediterraneo, che la Segreteria nazionale della Fiom organizza il 22 luglio nel quadro delle iniziative per il decennale Genova 2001‐2011: “Loro la crisi, noi la speranza”.
Il Comitato Centrale della Fiom ribadisce che per la riconquista di un Ccnl capace di riunificare i diritti nel lavoro, difendere l’occupazione, superare la precarietà, aumentare il salario reale, riaffermare le libertà sindacali ed estendere la contrattazione collettiva integrativa al Ccnl su tutti gli aspetti che compongono la prestazione lavorativa, rimane prioritaria la definizione contrattuale e legislativa di regole sulla rappresentanza e la validazione democratica delle piattaforme e degli accordi aziendali, nazionali e intercategoriali basata sul voto referendario.
Approvato con 1 astenuto

martedì 31 maggio 2011

CNH JESI

Nell’incontro svoltosi oggi con la Direzione dello stabilimento l’Azienda ci ha comunicato il numero delle persone comandate al lavoro nei giorni di CIGO del 1 e 3 Giugno.

1 Giugno: 310 lavoratori divisi prevalentemente tra Cabine linee C1 e C2
(1°e2° turno),Trasmissioni(1°e2° turno e centrale),
completamento trattori,magazzino e WCM.

3 Giugno: 30 lavoratori tra completamento trattori e WCM.

L’Azienda ci ha inoltre comunicato il ricorso alla CIGO per i giorni 17 Giugno,1 e 4 Luglio.
Nel mese di Luglio sono previsti ulteriori 3 giorni di cassaintegrazione ancora da calendarizzare.

Le RSU dello stabilimento hanno inoltre richiesto alla Direzione di fissare a breve un incontro in cui si discuta il sistema per valorizzare gli addetti alle linee di montaggio,problema già precedentemente sollevato.


Jesi,31 Maggio 2011         La RSU della FIOM-CGIL

venerdì 27 maggio 2011

E ADESSO ANDIAMO AVANTI


Alcune riflessioni dopo la riuscita dello sciopero sulla Sicurezza del 23 Maggio scorso

Le assemblee partecipate e ricche di interventi svoltesi in fabbrica prima dello sciopero, segnalano la volontà da parte delle lavoratrici (significativa ed importante la presenza femminile) e dei lavoratori della Fiat CNH di Jesi di voler contare, di voler discutere e decidere delle scelte sindacali. Si è levata forte una domanda di democrazia e partecipazione, che non va d'accordo con chi pratica da anni gli accordi separati, e con chi decide della loro condizione senza consultarli.

Allo stesso tempo, la riscoperta di forme di lotta come il “corteo interno”, così numeroso come non si vedeva da tempo, è il chiaro segnale di un “malessere” dei lavoratori che non può non interrogare questa Azienda, e che va anche oltre allo stesso motivo dello sciopero: per la FIOM è necessario riaprire ai lavoratori e al sindacato che li rappresenta, una discussione vera sulla loro condizione di lavoro, riaffermando la centralità della contrattazione e la pari dignità tra Lavoro e Impresa.

I problemi dell'organizzazione del lavoro, le continue modifiche del WCM sulle linee di montaggio, la sicurezza, la formazione, e il fatto che da anni siano assenti elementi di valorizzazione o riconoscimenti verso la gran parte dei lavoratori, crediamo siano solo alcuni dei possibili elementi di discussione sulla quale bisogna voltare pagina.
Se è vero che oggi si rende necessario un mutamento del modo di produrre quei trattori che facciamo da oltre trent'anni con risultati indiscutibili, è altrettanto vero che i lavoratori sono caricati di sempre maggior responsabilità, dove non si chiede più soltanto di svolgere una semplice operazione meccanica, ma si pretende anche un risultato sulla qualità del processo e del prodotto; la FIOM considera ingiusto pensare di ripagarli con una bella foto gigante nelle officine, e allo stesso tempo, prefigurare anche quest'anno l'assenza del saldo del Premio di Risultato.

Va inoltre ricordato che chi sciopera, chi perde salario, chi dice No merita rispetto, e lo fa non solo per esprimere un dissenso o perché il confronto non ha prodotto risultati, ma anche per manifestare la necessità di riformare, di modificare in meglio la sua condizione di lavoro, di vita, e di quel luogo che è la fabbrica in cui vive: lo sciopero è fondamento di civiltà. Esso oltretutto, rappresenta un elemento positivo anche per le stesse aziende: potrebbero essere tanti gli esempi, anche di grandi gruppi industriali, dove la totale assenza di confronto-conflitto tra Azienda e Sindacato, non ha prodotto altro che la chiusura delle fabbriche.

La qualità del trattore (uno dei principali presupposti per essere competitivi come dichiara l'Azienda) e la salvaguardia dello stabilimento, non è quindi a prescindere, ma dipende dalla qualità del lavoro, dalla qualità delle relazioni sindacali in fabbrica e dalle forme con cui si sviluppano.
Se infine è significativo, seppur ancora parziale, lo sforzo dell'Azienda comunicatoci in Confindustria Ancona di mantenere a Jesi produzioni importanti come l'APL e le Cabine, l'uscita dalla crisi e il rilancio dello stabilimento, non potranno non dipendere anche da quanto detto sopra, argomenti che hanno poco a che fare con l'attacco ai diritti, al contratto e alla condizione operaia. Solo questo è il modo di guardare avanti e di difendere il lavoro a Jesi.
Parola di quelli che non prendono né Stock Option, né dividendi, ma 1200 euro al mese.

p.s. : un grazie alle lavoratrici e ai lavoratori che c'hanno permesso questo.

Jesi, 27 Maggio 2011                           la RSU della Fiom-Cgil

giovedì 26 maggio 2011

CNH JESI malattia

Stamattina siamo stati informati che la direzione del personale senza aver dato comunicazione all’RSU e agli RLS ha convocato individualmente tutti quei lavoratori che di recente hanno avuto eventi di malattia per conoscere che tipo di patologia abbiano avuto e se la stessa sia correlabile con l’attività lavorativa.
Riteniamo che tale atteggiamento oltre ad essere intollerabile è soprattutto attuato in violazione della normativa di legge, in quanto gli organi preposti ad effettuare un’attività di sorveglianza o ispezione non sono sicuramente soggetti aziendali, ma l’INPS o i medici della ASUR.
Pertanto vi invitiamo a sospendere immediatamente tale procedura e ad informare la RSU e gli RLS sui motivi che vi hanno portato ad effettuare questa scelta in modo unilaterale e incomprensibile.
In attesa di fissare un incontro porgiamo distinti saluti.

la segreteria FIOM CGIL Ancona
la RSU-RLS FIOM CGIL

26/05/2011

martedì 24 maggio 2011

CNH JESI

comunicato sindacale incontro Ancona del 24/05/2011


In data odierna si è tenuto l’incontro presso la sede di Confindustria nel corso del quale il Dott. Retus ha manifestato la volontà di voler mantenere e sviluppare lo stabilimento di Jesi nei prossimi anni, tuttavia dice l’azienda, siamo in un passaggio molto significativo e complesso per fiat industrial all’interno del quale non sono state ancora definite in maniera chiara le missioni produttive dei vari stabilimenti. Ciò significa che non sono del tutto chiare le allocazioni delle nuove gamme di prodotto e le eventuali ripercussioni sui livelli occupazionali degli stabilimenti del gruppo.
L’azienda ci ha però comunicato che dal 1 Agosto fino ai primi mesi del 2012 non ci sarà alcun utilizzo della cassa integrazione ordinaria ed inoltre ha confermato l’importante impegno produttivo sulla serie APL sia per quanto riguarda l’assemblaggio del trattore che la sellatura delle cabine. Per quanto riguarda le nuove gamme, discussione ancora tutta da fare, l’azienda ha fatto capire che le eventuali scelte future saranno strettamente correlate a quelli che la stessa chiama “presupposti di competitività” (governabilità, costo-qualità prodotto, orario di lavoro, metrica).
Dal nostro punto di vista confermiamo sin da subito il ns. interesse a discutere nel merito del futuro dello stabilimento di Jesi pur ribadendo la centralità del contratto nazionale e delle norme vigenti in materia di lavoro.
Tali scelte devono puntare ad una valorizzazione e ad un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro degli operai jesini che con responsabilità e professionalità contribuiscono ogni giorno alla crescita dello stabilimento.

la segreteria FIOM CGIL Ancona
la RSU FIOM CGIL

24/05/2011