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sabato 16 aprile 2011

FIAT: LUNEDI' IL RICORSO FIOM CONTRO NEWCO POMIGLIANO



La nascita della newco di Pomigliano, contro cui vertera' l'azione legale che la Fiom presentera' lunedi', "e' finalizzata - ha detto Landini - ad aggirare le leggi italiane ed europee sul trasferimento d'impresa". La newco inoltre "e' costruita in modo da lasciare fuori - ha aggiunto - le realta' sindacali che non hanno firmato l'accordo del 29 dicembre scorso". Un accordo che, secondo la Fiom, viene utilizzato in sostituzione del contratto nazionale di lavoro.
"La richiesta di dimissioni in vista della riassunzione nella newco - ha proseguito Landini - e' un tentativo di aggirare le leggi sul trasferimento d'impresa, per non applicare il contratto nazionale di lavoro e per far perdere ai lavoratori, nel trasferimento, i loro diritti. E' un comportamento antisindacale", ha sottolineato il segretario della Fiom chiarendo che l'azione legale "e' volta a chiedere che gli accordi stipulati nei vari stabilimenti a queste condizioni siano considerati nulli".
 
Nessuna intenzione di passare la palla ai giudici, ha pero' assicurato Landini: "Il nostro lavoro sindacale continuera', prima di tutto con lo sciopero generale del prossimo 6 maggio che noi abbiamo esteso a 8 ore".


                                                                                 La RSU FIOM-CGIL
FIOM INFORMA


"La sentenza Tyssen è un atto di giustizia che premia il rigore e la tenacia dell'inchiesta e dà speranza a tutto il mondo del lavoro che soffre e muore per il supersfruttamento. E' una sentenza storica che finalmente punisce nella giusta misura le responsabilità aziendali e riconosce tutte le vittime. Non ci restituisce le vite distrutte ma servirà a salvarne altre. Viva l'indipendenza della magistratura!"
                                                                                                                   
                                                                                                                                                  La RSU-RLS FIOM-CGIL

Non ci sono più morti bianche

di LUCIANO GALLINO
La sentenza a carico dei dirigenti della ThyssenKrupp è molto dura. Su un punto fondamentale, quello di giudicare gli investimenti in tema di sicurezza consapevolmente non effettuati come prova di omicidio volontario da parte dell'amministratore delegato, la Corte ha accolto in pieno le richieste dell'accusa. Come si aspettavano familiari e compagni delle vittime. Condannando la massima autorità dell'impresa al massimo della pena proposta dai Pm, sedici anni, e cinque dirigenti a pene che vanno da dieci anni  -  un anno in più rispetto alla richiesta  -  a tredici e mezzo, la sentenza riafferma con estrema forza un principio cruciale: di lavoro non si può, non si deve morire. Per cui ogni dirigente o imprenditore che non si occupa e preoccupa a sufficienza della sicurezza dei dipendenti sui luoghi di lavoro incorre in una colpa grave. 
Anche quando non abbia contribuito direttamente all'incidente che ha ucciso qualcuno, ma in qualche modo abbia accettato che esso succedesse come effetto eventuale del suo comportamento. Come decidere di non predisporre adeguate misure di sicurezza in un impianto che di lì a qualche tempo si dovrebbe chiudere o trasferire, perché in fondo esse sarebbero, nella ratio della contabilità aziendale cui un dirigente ritiene di doversi attenere, un inutile spreco. Anche se, per evitare quello spreco, finisce che ci vanno di mezzo vite umane.
La contabilità fondata sull'idea del "non è mai successo, perché dovrebbe accadere adesso?" è molto diffusa nelle imprese di ogni dimensione. Essa contribuisce a provocare oltre mille morti l'anno, decine di migliaia di infortuni invalidanti, nonché gran numero di malattie professionali che rattristano e accorciano la vita. La sentenza ThyssenKrupp è un grosso aiuto per combattere tale cultura. Essa fa severamente presente a dirigenti e imprenditori che se quello che non sarebbe dovuto succedere poi accade davvero, perché loro non hanno preso le dovute misure precauzionali, d'ora innanzi rischiano molto.
Una pena di tal gravità non era mai stata avanzata nelle numerose cause derivanti da incidenti sul lavoro che si sono susseguite negli scorsi decenni. Poiché gravissime erano le colpe degli imputati, si può essere soddisfatti perché giustizia è stata fatta, anche se essa non riduce né l'entità della tragedia né il dolore delle famiglie. Ma v'è un aspetto di questa sentenza che va al di là del senso di restituzione di qualcosa che era dovuto alle vittime, ai loro compagni, ai familiari. Negli ultimi decenni il mondo del lavoro ha pagato un prezzo elevatissimo in termini di compressione dei salari, peggioramento delle condizioni di lavoro, erosione dei diritti acquisiti, oltre che di vittime di incidenti e malattie professionali che la legge sulla sicurezza nei posti di lavoro dovrebbe limitare, se negli ultimi anni non fosse stata indebolita in vari modi dal legislatore. 
Questa sentenza - che arriva una volta, ma può essere una volta determinante; e verte su un caso specifico, che può però diventare generale - afferma che tutto ciò non è giusto. E che tutti i suoi elementi si tengono, per cui se si attenta a uno si compromettono anche gli altri. Da ultimo è il lavoro a creare benessere per tutti. E' la base su cui si regge sia la ricchezza privata che quella pubblica. Merita un ampio riconoscimento sociale - lo dice perfino la Costituzione. Perciò né il lavoro né il lavoratore dovrebbero essere trattati come una merce che si usa se serve, si butta da parte se non serve, si cerca di pagare il meno possibile, e non importa poi troppo se chi presta il lavoro ci rimette la vita perché l'impresa, in nome della globalizzazione e del mondo che è cambiato, deve anzitutto far quadrare il bilancio. Dopo la sentenza di Torino, un simile modo di ragionare dovrebbe ridurre un po' la sua iniqua presa, nel sistema economico non meno che in politica.

mercoledì 13 aprile 2011

Comitato centrale Fiom-Cgil 11 aprile 2011

Il Comitato centrale della Fiom-Cgil impegna tutta l'organizzazione per la massima riuscita dello sciopero generale proclamato dalla Cgil per il 6 maggio 2011 sulla base delle decisioni assunte dal Direttivo nazionale della Cgil.
Il Comitato centrale, nell'assumere la proposta della Segreteria nazionale, estende a 8 ore lo sciopero generale e invita le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici ad aderire e a partecipare alle manifestazioni territoriali in programma in tutto il paese.
Lo sciopero generale è lo strumento per riunificare le lotte sociali in corso in tutto il paese, contro la precarietà, per la difesa del lavoro e dello Stato sociale, per una scuola pubblica, il diritto allo studio e alla formazione, per la difesa della nostra Costituzione e per un nuovo modello di sviluppo.
La catastrofe giapponese, il riproporsi della guerra, con la conseguente fuga di migliaia di persone e il vergognoso rifiuto all'accoglienza, sono un'altra drammatica dimostrazione della totale insostenibilità di questo modello, per la vita umana e per l'ambiente.
Le rivolte in Medio Oriente e nel sud del Mediterraneo dimostrano la straordinaria voglia di democrazia e di partecipazione a cui va tutto il nostro sostegno.
Lo sciopero generale è lo strumento per permettere l'estensione nei luoghi di lavoro e nel paese di un vasto movimento capace di respingere l'attacco senza precedenti che Governo, Confindustria e Fiat stanno portando all'esistenza del Ccnl, ai diritti, al lavoro, alla democrazia e alle libertà delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per queste ragioni, il Comitato centrale della Fiom considera l'estendersi della pratica degli accordi separati, che ha coinvolto anche i lavoratori del commercio, della scuola e del pubblico impiego, un fatto grave che segna un cambio di fase e l'esplicito tentativo del Governo, della Confindustria e delle altre associazioni datoriali di usare la crisi per modificare alla radice il sistema dei diritti e l'esistenza della contrattazione collettiva.
Sulla base delle decisioni e degli orientamenti assunti all'Assemblea nazionale di Cervia, la Segreteria nazionale è impegnata a convocare la prevista riunione del Comitato centrale entro la metà del mese di maggio.
Approvato all'unanimita

martedì 12 aprile 2011


       CAMPAGNA STRAORDINARIA DI    
TESSERAMENTO E RINNOVO DELLE
DELEGHE SINDACALI

La Fiom ha deciso una campagna straordinaria di tesseramento e di rinnovo della delega sindacale. Questo significa chiedere a tutte le iscritte e a tutti gli iscritti di ribadire la propria scelta di iscrizione al sindacato e ai lavoratori non iscritti di aderire anche alla Fiom. È una volontà di trasparenza e di rapporto diretto con le lavoratrici e i lavoratori.
Vogliamo riaffermare l’idea del sindacato liberamente scelto come strumento della rappresentanza collettiva del punto di vista di chi lavora, proprio mentre è in atto un attacco senza precedenti al contratto, ai diritti nel lavoro, alla natura stessa della rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.
 La Fiat è il primo esempio: a Pomigliano e Mirafiori solo chi sottoscrive il piano aziendale che peggiora leggi, contratto nazionale e viola diritti costituzionali, avrà delegati ma nominati e non più eletti dai lavoratori.
 La Fiom non riconosce il Ccnl separato firmato da Fim e Uilm nel 2009 che introduce anche le deroghe al Contratto nazionale. È ancora in vigore il Ccnl del 2008 firmato unitariamente e approvato con il referendum dalle lavoratrici e dai lavoratori metalmeccanici che scade alla fine del 2011. All’Assemblea nazionale delle delegate e dei delegati della Fiom a febbraio, abbiamo perciò deciso di presentare entro l’anno la piattaforma che discuteremo e faremo votare in tutti i posti di lavoro. Le imprese sanno che abbiamo ragione, ma continuano a tentare di demolire contratto e diritti e di non riconoscere la rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Noi non vogliano trasformarci in un sindacato di servizio e degli enti bilaterali, guardiano nei luoghi di lavoro delle decisioni aziendali, impotente rispetto al peggioramento delle condizioni di lavoro. Per questo dobbiamo difendere il diritto alla libertà di iscrizione al sindacato che i lavoratori scelgono, garantito dalla Costituzione.
La nuova delega esplicita che la trattenuta sindacale è ai sensi della contrattazione collettiva e a titolo di cessione di credito da parte del lavoratore alla Fiom. In questo modo le aziende non possono rifiutare l’iscrizione. In realtà esplicitiamo ciò che la giurisprudenza (Sessioni unite dalla Corte di Cassazione) ha già chiarito, cioè che il versamento della trattenuta sindacale è già ora per tutti i sindacati cessione parziale del credito. La Fiom rende questo aspetto trasparente nella nuova delega.
L’iscrizione al sindacato non limita il diritto dei lavoratori a ricorrere in caso di bisogno alla cessione del quinto per prestito. Infatti, possono esistere più cause di riduzione del credito entro il limite complessivo del 50% del salario. Ma anche volendo dare conto delle interpretazioni messe in circolo da altri sindacati, il costo dell’iscrizione vale l’1% della retribuzione mensile sul 20% di cessione per contrarre un prestito.
Come è ovvio e come è scritto nella delega, il lavoratore può decidere in qualsiasi momento di revocare l’iscrizione al sindacato di conseguenza interrompendo la trattenuta sindacale della quota associativa.

Per dare forza alla rappresentanza del lavoro;
Per difendere i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori;
Per la riconquista del contratto nazionale senza le deroghe;
Per un sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici
                   liberamente scelto e libero dai ricatti                      ISCRIVITI ALLA FIOM!

domenica 10 aprile 2011

Sciopero del 6 maggio il sasso e la mano, di Loris Campetti dal Manifesto -

Gli ingredienti per fare dello sciopero generale del 6 maggio una giornata speciale, l'avvio di un cambio di marcia e di rotta dell'opposizione sociale al berlusconismo, ci sono tutti. La crisi continua a pesare sui lavoratori e i pensionati - i nuovi poveri che si sommano a sofferenze più antiche - e le risposte economiche e politiche per tentare di uscirne non fanno che accentuare le diseguaglianze. Dentro la crisi è diventata intollerabile la condizione dei giovani e dei lavoratori meno tutelati, i precari che il sistema industriale utilizza come forza lavoro di riserva per abbattere i diritti di tutti. Salvo poi espellerli in piena libertà, l'unica libertà riconosciuta che è quella d'impresa, grazie a un sistema di leggi infami di cui hanno responsabilità in tanti, e non solo Berlusconi che ha completato un percorso avviato dal centrosinistra.
In questo contesto, Cisl e Uil sono diventati sindacati complici delle imprese e del governo e accompagnano lo stravolgimento dei diritti sociali e sindacali con accordi separati senza e contro la Cgil. Non è solo la Fiom vittima di questa deregulation mirata a cancellare diritti, Statuto dei lavoratori, Costituzione e contratti nazionali: il nuovo sistema contrattuale è frutto anch'esso di un accordo separato, così come è avvenuto per i rinnovi delle principali categorie, meccanici, commercio, pubblico impiego, scuola...
Per tutte queste ragioni, nel vuoto di iniziativa dell'opposizione politica al governo Berlusconi e in pieno corteggiamento della Confindustria che ognuno tenta di tirare dalla sua parte, lo sciopero indetto della Cgil risponde a una domanda e una protesta sociale che negli ultimi mesi non si è risparmiata, dagli studenti ai precari, dagli operai metalmeccanici impegnati ad opporsi alla filosofia generale predicata da Marchionne, fino a chi si mobilita in difesa dei beni comuni, per l'acqua pubblica, contro il nucleare, per un diverso modello di sviluppo costruito sulla base dei più elementari (e rivoluzionari) vincoli sociali e ambientali - persino umani verrebbe da dire, se si dà un'occhiata a quel che avviene nel Mediterraneo.
Lo sciopero della Cgil può essere un collante sociale. Gli scioperi generali non sono più da tempo il grimaldello per rovesciare i governi, ma quello del 6 maggio può avere un ruolo di riunificazione delle lotte e delle energie in campo.
Eppure, l'impressione che si ha è che la Cgil non voglia premere sull'acceleratore. Il suo gruppo dirigente nazionale è stato sostanzialmente costretto dalle spinte delle categorie e dei territori a indire lo sciopero, sia pure di sole quattro ore che per quasi tutti sono diventate otto. Inoltre si sono aperti due conflitti all'interno del più forte sindacato italiano.
Il primo riguarda la conferma del 1° maggio unitario con Cisl e Uil, cioè con chi ogni giorno attacca e insulta la Cgil e il suo gruppo dirigente. Decisione peraltro disattesa da molte realtà, a partire dalla Cgil di Bologna, per impraticabilità. Il secondo elemento, più strutturale, di conflitto riguarda il documento preparatorio del direttivo del 10 maggio, in cui si apre la strada al «contratto leggero» per dar spazio alla contrattazione di secondo livello, quella che solo un numero ristrettissimo di lavoratori riesce a strappare. Rischierebbe così di saltare il fondamento sindacale della solidarietà generale. La bozza è un modo per riaprire la porta all'unità sindacale e al rapporto con il padronato nella stagione in cui la rottura è più radicale, come negli anni Cinquanta, se non peggio.
Si ha l'impressione, speriamo sbagliata, che la Cgil, lanciato il sasso dello sciopero generale, voglia nascondere la mano nell'illusione di riportare indietro nel tempo le lancette dell'orologio. Ma forse siamo noi a sbagliare, a mal interpretare le aperture di Susanna Camusso a chi le risponde a suon di schiaffoni. Ci rassicura comunque la convinzione che la Cgil sia un grande invaso democratico, un luogo in cui i lavoratori e i pensionati hanno un ruolo e un peso, e le categorie e i territori un'autonomia. La Cgil, persino a prescindere dalla volontà del suo gruppo dirigente, è un punto di riferimento per quella che con un po' di prosopopea viene definita «la parte sana del paese».

mercoledì 6 aprile 2011

LETTERA DEI LAVORATORI DELLA BERTONE A MARCHIONNE

AI Dottor Sergio Marchionne
Caro Dottor Marchionne,
siamo le lavoratrici e i lavoratori della ex Carrozzeria Bertone. Ci rivolgiamo a Lei direttamente perché Lei non ci conosce né come cittadini né come produttori, essendo entrati nel gruppo da poco tempo.
Noi pensiamo di aver salvato il nostro lavoro e la nostra azienda, quando nessuno ci credeva, anche a dispetto di awenturieri e speculatori.
E quando Lei, nonostante la grande crisi globale che purtroppo stiamo ancora tutti vivendo, in particolare nel nostro Paese, ha deciso di rilevare, in una gara con più concorrenti, la nostra azienda, noi tutte e tutti abbiamo non solo tratto un sospiro di sollievo, ma eravamo felici che il nostro datore di lavoro diventasse la storica e grande FIAT, la nostra azienda nazionale di autoveicoli che voleva valorizzare le nostre capacità di fare auto di alta gamma e nonostante un altro lungo periodo di cassa integrazione (24 mesi ancora in corso), che si aggiungono agli ormai 8 anni di lavoro discontinuo con l'uso della cassa integrazione, e non certo per colpa nostra, e tutto ciò ha voluto dire soprawivere con sostegni di 800 medi mensili ed una grande disponibilità a lavorare ovunque si presentassero occasioni, dalla Pininfarina di Bairo alla Sevel d'Abruzzo (oggi sono circa 300 i lavoratori ex Bertone impegnati in 5 stabilimenti del gruppo Fiat).
Ed è per tutto ciò che pensavamo di non dover più essere sottoposti ad ulteriori prove ed esami. Noi vogliamo lavorare, noi sappiamo fare bene le automobili e vorremmo farne altre, ma non capiamo, ad esempio, cosa centri l'assenteismo in un'azienda che da anni non può più neanche misurarlo nel caso ci fosse, non capiamo perché dobbiamo essere pregiudizialmente inaffidabili nel mantenimento degli impegni che noi prendiamo con i nostri rappresentanti. Il lavoro, nel rispetto dei nostri diritti, non ci ha mai fatto paura. Di questo viviamo, e non possiamo permetterci di perderlo.
Ed è per questo che la invitiamo e le chiediamo di venire da nOI In assemblea a conoscerei, a discutere con noi. Proveremo a comprenderci senza pregiudizi e fughe ideologiche. La aspettiamo.
Noi sottoscritti lavoratrici e lavoratori delle ex Bertone.

domenica 27 marzo 2011



di Giorgio Cremaschi
Alla vigilia dell'assemblea nazionale dell'area programmatica ritengo utile diffondere queste mie valutazioni, anche perchè ritengo che quell'appuntamento debba essere chiarificatore.
“La Cgil che vogliamo” così come è oggi non ha un peso e una funzione corrispondente al senso e alle dimensioni della battaglia congressuale. La nostra è un'area in evidente crisi politica e organizzativa  e prima di doverne constatare il precipitare definitivo è bene affrontare la situazione.


Siamo in una fase politicamente e socialmente costituente, cioè tutto quello che abbiamo affrontato un anno fa al congresso è oggi radicalmente cambiato. Le vicende sindacali iniziate con Pomigliano e poi ora quelle politiche sociali e civili avviate dalla guerra in Libia hanno determinato assieme una nuova fase, sia a livello delle organizzazioni sindacali, sia a livello del quadro politico. (...)
L'offensiva di Marchionne è dilagata in tutta la contrattazione e ha travolto il contratto nazionale. La nuova guerra umanitaria ha prepotentemente ricostruito legittimità all'utilizzo dell'intervento militare da parte del mondo occidentale. In entrambi questi due casi la stragrande maggioranza del Parlamento, l'unanimità sulla guerra, ha condiviso le scelte più brutali e radicali.


Di fronte a tutto questo è evidente la crisi politica e identitaria della Cgil, che da un lato tende sempre più a schiacciarsi sull'opposizione politica, salvo poi essere costretta dalla situazione a scelte che la mettono ai margini anche di questa.
La segreteria della Cgil ha più volte affernati che la linea di Marchionne era isolata. Ha più volte tentato il dialogo con la Confindustria e la composizione unitaria con Cisl e Uil. Ogni volta il risultato è stato quello di nuovi accordi separati, nel pubblico impiego, nella scuola, nel commercio. Questo non ha però portato a una revisione dei comportamenti e della linea politica. I due ultimi accordi sottoscritti sulla flessibilità, nel nome delle donne, e sulla detassazione dei premi aziendali sono una pura accettazione delle posizioni del governo e della Confindustria.
In questo contesto anche lo sciopero generale è stato proclamato senza alcuna convinzione e, in ogni caso, in pura continuità con gli scioperi del passato contro il governo e non contro il sistema delle imprese. Infine con la guerra, ancora una volta, la Cgil ha assunto una posizione di sostanziale appoggio all’intervento militare.


In questa situazione, con un accentuarsi anche della crisi operativa e burocratica della Cgil nelle categorie e nei territori, la nostra area programmatica non ha sinora dato il segno di essere una forza in grado di costruire una efficace battaglia politica per un’alternativa.
Molti limiti vengono dalla stessa storia dell’area programmatica. E’ inutile però continuare a riproporli perché oramai è la nuova realtà che ci impone un cambiamento profondo. Sinora, la nostra area è stata in generale posta ai margini della vita della Cgil, in molti casi è stata messa all’opposizione, ma non è stata in grado di esercitare una vera opposizione. Così è toccato alla Fiom il compito di rappresentare un modello sindacale alternativo a quello della maggioranza della confederazione. La Fiom non è stata solo un riferimento interno al sindacato ma un vero e proprio riferimento per l’opposizione sociale. Se non vogliamo isolare i metalmeccanici in queste scelte tocca a tutta l’area programmatica farle proprie ed estenderle.
Ora che si aprono nella maggioranza primi segnali di una nuova dialettica è ancor più necessario definire le caratteristiche e gli obiettivi dell’area, altrimenti c’è il rischio di essere assorbiti dentro la dialettica che si è aperto all’interno della maggioranza congressuale.


Per queste ragioni fondamentali, a cui molte altre particolari potrebbero essere aggiunte, per l’area programmatica è necessario un nuovo inizio, sia sul piano dei contenuti, sia su quello delle scelte e dei comportamenti, sia su quello delle pratiche organizzative. I punti salienti sui quali caratterizzare le nostre scelte sono:


1.    No alla guerra in Libia come a tutte le guerre “democratiche e umanitarie”, con la conseguente battaglia politica nella Cgil per affermare questa posizione o per esprimere il dissenso nel caso in cui la maggioranza non la faccia propria.


2.    Radicalizzazione del conflitto sociale dopo la svolta autoritaria impressa da Marchionne a tutto il sistema delle relazioni sindacali. Questa scelta deve essere il punto centrale di una battaglia perché la Cgil nel suo insieme scelga una linea di conflitto con Confindustria, il sistema delle imprese, le controparti pubbliche. Conseguentemente occorre che l’area programmatica, in tutte le categorie e in tutti i territori, persegua questa linea.


3.    Presa d’atto dell’impossibilità di ripristinare l’unità con Cisl e Uil e della necessità di una nuova pratica rivendicativa democratica della Cgil. Occorre costruire una nuova unità nei luoghi di lavoro che coinvolga tutte e tutti coloro che vogliono lottare contro il modello Marchionne. Occorrono pratiche di democrazia sindacale che saltino i veti di Cisl e Uil e giungano comunque al rapporto con i lavoratori. Occorre ricostruire una politica confederale comune di tutte le categorie alternativa al modello sindacale proposto da Cisl e Uil. In questo senso bisogna battersi affinché già il prossimo Primo maggio venga messa in discussione la sterile e controproducente pratica delle iniziative Cgil, Cisl e Uil.


4.    Occorre elaborare una nuova piattaforma sindacale che affronti la crisi economica sociale e quella della democrazia con precise proposte e rivendicazioni per un altro modello di sviluppo. Intervento pubblico nell’economia, messa in discussione dei vincoli europei, cambiamento delle condizioni di lavoro e riduzione degli orari, autonomia e libertà contrattuale, redistribuzione della ricchezza devono essere i punti da cui partire per questa nuova piattaforma.


5.    Occorre una rifondazione democratica dell’organizzazione sindacale che restituisca potere e partecipazione ai lavoratori, agli iscritti, ai rappresentanti aziendali.


6.    L’area programmatica deve aprirsi a tutti i movimenti sociali e civili, deve partecipare alle nuove iniziative dell’opposizione sociale, contribuire ad estenderne la funzione e il peso.


7.    Va aperta una battaglia a fondo sull’autonomia e sull’indipendenza della Cgil dall’opposizione politica e in particolare dal Partito Democratico.




Ritengo che questi 7 punti siano costituenti del nuovo inizio dell’area. Un’area programmatica non è un’organizzazione. Vive di un sentire comune sulle questioni di fondo. Se questo viene meno, non ha senso proporre discipline che, tra l’altro, sono anche contrarie allo Statuto della Cgil.


Per tutte queste ragioni ritengo che o troviamo assieme una reale condivisione sulle scelte di fondo, oppure, se verifichiamo che questo non è possibile, dobbiamo prendere atto che una fase si è conclusa. E’ inutile continuare a proclamare l’esistenza di un’area senza perimetro, quando rischiamo di avere un perimetro senza area.


La mia proposta è che, nel caso in cui non si trovi una reale condivisione su queste scelte di fondo, sia necessario prendere atto delle diversità e definire una condizione di convivenza comune che non danneggi nessuno.
Credo che si debba utilizzare la revisione statutaria che, se pur fatta con cattive intenzioni, nei fatti oggi definisce una diversità di pratiche che è nella realtà. C’è la minoranza congressuale, nella quale tutti ci identifichiamo e dobbiamo continuare a identificarci, anche per correttezza democratica tra un congresso e l’altro, e c’è l’area programmatica. Quest’ultima ha senso solo se definisce un’azione organizzata nei territori, nei luoghi di lavoro, tra i lavoratori e i cittadini. Senza una proiezione esterna, senza le assemblee, i volantini, le iniziative che esprimono il dissenso e la diversità di posizioni rispetto alla maggioranza della Cgil, l’area programmatica non ha alcun senso.


Per queste ragioni ritengo che si debba trovare un equilibrio tra chi di noi preferisce muoversi secondo comportamenti da minoranza congressuale e chi vuole organizzare, come io penso sia necessario, un’area di opposizione che arrivi fino ai luoghi di lavoro. L’unico modo è quello di assumere una forma federativa nella quale dentro la minoranza congressuale, che manterrà una sua struttura comune nei confronti della maggioranza in particolare rispetto alle composizioni dei gruppi dirigenti, si possano liberamente sviluppare aree e gruppi organizzati con una propria pratica.


Dopo molte volte nelle quali abbiamo tra di noi detto che bisognava rilanciare l’area organizzata e dopo altrettante volte nelle quali abbiamo verificato  che questo non avveniva, credo che questa sia l’unica soluzione che impedisca la pura rottura tra di noi.
Riconosciamo le diverse pratiche, manteniamo la nostra unità congressuale nei confronti della maggioranza sui gruppi dirigenti, e poi ognuno sia libero di fare le pratiche che ritiene più giuste.

venerdì 25 marzo 2011

giovedì 24 marzo 2011

L'INDISPONIBILE AUTONOMIA DEL LAVORO di Rossana Rossanda dal Manifesto

  • «Ritorno di Fiom», un libro di Gabriele Polo per manifestolibri. Le sfide del sindacato metalmeccanico dopo la sconfitta operaia e il ritorno di fiamma del capitalismo liberista. Ma anche un'organizzazione operaia che fronteggia, spesso da sola, la ristrutturazione dei processi produttivi e una cancellazione di diritti incomprimibili dal mercato, spazi di autonomia e rappresentanza diretta nelle fabbriche

  • Ritorno di Fiom di Gabriele Polo (manifestolibri, pp. 125, euro 14) è un solitario libretto controcorrente. Molto importante perché non si limita a raccontare l'epopea dei Cipputi dal 1994 ad oggi: le tre interviste ai segretari della Fiom che si sono succeduti da allora, Claudio Sabattini, Gianni Rinaldini e Maurizio Landini sono inserite nel processo di declino subìto in Italia della idea del «lavoro» come valore sociale e del «lavoratore» come portatore di diritti non comprimibili dal «mercato». 
    Era stata una chiave dell'Italia del dopoguerra e pareva l'ovvia conseguenza della democrazia che finalmente incontravamo. Era stata essa a far uscire vittoriosi i lavoratori dai primi anni della «ricostruzione», che era stata stata prima di tutto una brutale ristrutturazione dell'industria bellica. Acciaio e cementi - casa, automobili, elettrodomestici - mutamenti nella proprietà, passaggio del paese da agricolo a industriale, grande migrazione dal sud al nord, non avevano soltanto rovesciato come un guanto l'Italietta, fatto prosperare l'economia e crescere i cervelli, ma sostenuto una sinistra politica e sindacale che negli anni sessanta non aveva pari in Europa. Un grande '68 studentesco si era prolungato nel 1969, anch'esso unico in Europa, una straordinaria stagione di lotte di fabbrica alla conquista non solo di salari ma di una normativa, di spazi di autonomia e di rappresentanza diretta, che parevano acquisiti per sempre. Tanto che gli anni '70 fecero dell'operaio in tuta blu e della fabbrica il simbolo dell'intera società capitalista. 
    Era una forzatura ideologica postsessantottina? Forse. Il verticalismo del comando sociale - dalla università agli ospedali, dai giornali e fin nell'esercito e alle «istituzioni totali», carcere e manicomio - parevano avere radice nella fabbrica dove l'operaio diventava non più che «accessorio vivente alla macchina». E del suo conflitto, perché accessorio ma «vivente», vivente dunque dotato di coscienza, sola «merce» in grado di dirsi «Ma no, io non sono una cosa, un uomo è un uomo» e ribellarsi a questa condizione. Questo operaio era stato il filo rosso del secolo. In Italia il suo partito aveva animato più di qualsiasi altro la resistenza e dagli anni cinquanta in poi faceva del paese il laboratorio sociale più avanzato d'Europa. Nel quale, dopo il '69, la categoria industriale per eccellenza, i metalmeccanici, avrebbero spezzato i confini delle confederazioni Cgil, Cisl e Uil per congiungersi nell'unica Flm (Federazione lavoratori metalmeccanici), trainante a sinistra.
    * * *
    Che cosa è tornato a dividerla? E a costringere la Fiom a ricominciare daccapo, a quello che Polo chiama un «ritorno»? Due processi. Uno l'effettivo ritorno di fiamma del capitalismo liberista dei von Hayek che pareva defunto e risorgeva aggressivamente attaccando la versione keynesiana dei Trenta Gloriosi - era l'affermazione di Thatcher e di Reagan contemporanea al declino inesorabile dell'Urss. L'altro processo di natura soggettiva: il ritardo a capirlo della sinistra storica e il suo chiedersi, specie col fallimento dell'Urss, se non avesse sbagliato tutto, e il salto della sinistra radicale che, avendo intuito prima la nuova aggressività del capitale, da una parte denunciava ogni «compromesso» col medesimo, dall'altra vedeva nell'operaio di fabbrica a contratto a tempo indeterminato il nemico sia della libertà di un lavoro autonomo, detto di seconda generazione e reso possibile dal mercato del lavoro proprio del capitale cognitivo, sia della immensa massa a flessibilità totale destinata tendenzialmente a diventare precaria. Il Pci era al medesimo tempo il partito del compromesso politico e il garante di un proletariato classico e già in via di superamento che si sarebbe affidata allo stato facendo di fatto blocco con esso.
    L'acuirsi negli anni '70 e '80 dello scontro a tutti i livelli, fino al formarsi di una frangia armata, si sarebbe conclusa con la sconfitta di tutte le sinistre, moderate o radicali. Ma questa resta una storia da fare. Sta di fatto che il Cipputi in tuta blu passava nell'oblio a destra e a sinistra. Ancora oggi, in una proletarizzazione mondiale di figure e mansioni mai così estesa, il primo che passa si sente autorizzato a esclamare: «Ma dov'è finito l'operaio? Non esiste più». Oppure: «La Fiom? Ah si, è veterosindacalismo». Fino a dieci anni fa e al dilagare del precariato, i nuovi soggetti che l'esplosione del '68 aveva liberato - e nuovi erano veramente pur non avendo nulla a che vedere l'uno con l'altro, femminismo ed ecologia - sostenevano che «il lavoro ai giovani non interessa». Così l'iniziativa del capitale, che si decostruiva e ricostruiva mutando tecnologie e organizzazione del lavoro, riducendo e dividendo la manodopera, incrociava anche il risentimento contro un sindacato che rappresentava i «garantiti» e delle problematiche del conflitto dei sessi e della difesa della natura non capiva niente.
    Il già sacro «diritto al lavoro» si restringeva sotto la pressione del padronato verso questa o quella forma di «flessibilità», i «tempi parziali», il «just in time», il «call on job». Lo scivolare di parte del sindacato e della maggioranza della sinistra dal «lavoro», come forma del capitale, ai «lavori», mera articolazione sociologica, avrebbe frammentato al massimo, più nelle teste che nei fatti, il salariato, e ridotto del tutto la sua forza contrattuale.
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    È in questo desolante panorama che la Fiat propone nei primi anni Novanta la suo nuovo stabilimento di Termoli. Sono passati quasi quindici anni dalla disfatta dei 35 giorni di occupazione e dalla marcia dei 40.000 a Torino. Il nuovo segretario della Fiom, Claudio Sabattini, si trova davanti nel 1994 - velenosa eredità - un accordo che fa paura, e il cui senso è «io porto occupazione in una zona disgraziata e piena di gioventù senza lavoro, voi in cambio rinunciate ai diritti che finora la vostra categoria aveva». L'aria è tale che il ricatto sembra un'occasione, ed è elogiato da tutti. A Termoli non c'è alternativa. Sabattini deve ingoiare, e ingoia. Ma si dice: «Mai più». L'anno seguente, con un convegno a Maratea, la Fiom inizia una strada che è tutta in salita nel rapporto di forza «materiale reale» e nella opinione e cultura politica.
    Sabattini diventa per i metalmeccanici, ma solo per loro, una figura mitica. Lo avevano accolto malamente a Termoli, come tutti i sindacalisti, quando aveva dovuto far accettare un accordo ormai irrimediabilmente compromesso: «La parola più gentile che ci dicevano - ricorda - era traditori». Non se lo farà dire mai più. Chi lo ha conosciuto negli otto anni che è rimato al suo posto non può dimenticare con quanta determinazione e collera affermava prima di tutto l'indipendenza della Fiom, che aveva da rispondere soltanto ai lavoratori e cercare soltanto assieme a loro il punto dove attestarsi. Loro non erano solo la gente della sua categoria: quando a Genova, durante la manifestazione degli altermondialisti, viene ucciso Carlo Giuliani, la Fiom partecipa al grande corteo di protesta; contro il parere della Cgil. «Ma questo non è più fare sindacato, è fare politica», gli si obietta virtuosamente dalle sue parti e con acrimonia dalle altre. Può darsi, il sociale diventa a un certo punto lo stesso del politico, egli ribatte - lo diventa nella sostanza, e non ha a niente che fare con l'affidamento a una istituzione altra o a un partito più o meno amici.
    Quando nel 2002 Sabattini viene colpito da un male improvviso e mortale, la segreteria della Fiom passa a Gianni Rinaldini. Diversamente da Claudio non viene dai metalmeccanici ma dalla Cgil emiliana, ne ha la ostinazione e saggezza, meno carisma ma non minore determinazione di Claudio e «tirerà» la metallurgia ogni anno su di un metro, forse due, firmando accordi e non firmando, abile nel dividere un padronato che non sempre si sente di affrontare lo scontro. Ma non ha un dubbio sulla direzione di marcia dei capitali, sul peso della mondializzazione, e quindi sull'appoggiare ogni possibile alleato nei movimenti. Sarà affar suo la battaglia della Fiat di Melfi. L'astronave, come la definisce Polo, calata dalla Fiat nel mezzogiorno, dove la Fiom sperimenterà non solo le pressioni e iniziative della proprietà, ma anche la difficoltà di far agire solidariamente fra loro dei lavoratori spaventati, non riuscirà a far muovere assieme quelli della Fiat di Termini Imerese con quelli di Melfi. Su di lui ancora più che su Sabattini piove l'accusa di «far politica» perché ricusa di anteporre la tattica del «governo amico» Prodi alle priorità del sindacato. Quando il segretario della Cgil Epifani accetta il «collegato lavoro» di Prodi, pena causarne la caduta, compie l'errore definitivo di quell'incerto governo, che cade lo stesso disastrosamente e trascina con sé tutta la rappresentanza della sinistra radicale. 
    Neanche un anno fa Rinaldini, finito il suo mandato, cede il passo a Maurizio Landini. Ed è Landini che dovrà scontrarsi, sempre in Fiat, con l'arroganza dell'italo canadese Marchionne, deciso a passare oltre non solo a qualsiasi pratica, ma legge e fin al dettato costituzionale a difesa dei lavoratori. Marchionne presenta un accordo inaccettabile, che Cisl e Uil firmano mentre si rifiuta ad esso la Fiom. Più sola che mai: sia l'ex segretario Ds, Fassino, sia il sindaco Pd di Torino, Chiamparino, dichiarano urbi et orbi «Se fossi un operaio Fiat firmerei». Marchionne procede senza Fiom, che vorrebbe fuori dai piedi e dai reparti, perfino senza Confindustria, da «padrone illimitato», non tenuto a niente e chiama i suoi dipendenti a un referendum lealista, con la minaccia di sottrarre la Fiat all'Italia. Il referendum passa ingloriosamente, quasi uno dei dipendenti su due ha votato contro; la Fiom non è eludibile. È più forte, nel numero degli iscritti e nel peso politico che non fosse venti anni fa. E anche se la Cgil esita a seguirla, Epifani, in uscita, si lascia sfuggire un «La Fiom aveva ragione» che la dice lunga. 
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    Ma come può vincere un sindacato da solo? In Italia non c'è più una rappresentanza politica forte che si dica dalla parte del lavoro, come era stato il primo Pci e come sono state, fuori d'Italia, alcune socialdemocrazie. In Europa le confederazioni sindacali sono divise e patentemente in ritardo; l'essersi formate dentro uno stato e davanti a un capitale in massima parte nazionale le inchioda ancora nella incapacità di capire un padronato più di ieri mondiale, una proprietà che si scioglie o si riunisce sopra le loro teste, che gioca crudelmente sulle varianti del costo del lavoro nei paesi terzi e più negli emergenti, e in un'Europa che s'è unificata monetariamente sotto l'egida di un neo liberismo e nel tempo della massima finanziarizzazione, della quale i salariati subiscono tutte le crisi.
    Questo è il quadro che ha davanti a sé la Fiom di Maurizio Landini (o, se si vuole, Maurizio Landini della Fiom). Questo sta alle spalle dello sconquasso della sinistra. O si afferra questo toro per le corna o si ha un bel dire che il capitalismo è in crisi - chi non ha capitali galleggerà per un poco sulle ultime richieste del mercato del lavoro, ma nel medio termine già ogni contrattualità, per non dire ogni autonomia, sarà perduta.