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domenica 20 giugno 2010

CONFRONTO LANDINI (FIOM) SACCONI

FIAT VOLUNTAS TUA ?


di Antonio Di Stasi (Università Politecnica delle Marche)


Cogliere il senso dell’operazione, che la Fiat vuole imporre ai lavoratori di Pomigliano d’Arco con la richiesta ai sindacati di firmare un “inedito” contratto aziendale, significa rappresentarsi l’applicazione delle regole “sulla proprietà” alla “persona” del lavoratore, che diverrebbe un “oggetto” completamente subordinato agli interessi e voleri dell’impresa, attraverso, innanzitutto, la negazione di una propria autonoma gestione del tempo fuori dal lavoro.


La precarizzazione del tempo di vita e del tempo di lavoro


Il primo tratto, della proposta di accordo sindacale, consiste nella circostanza che i tempi di lavoro li si vorrebbero scanditi unilateralmente a prescindere dalle elementari esigenze di organizzazione di vita personale e familiare.

La riduzione degli spazi di libertà, in particolare, avverrebbe attraverso la previsione della “turnazione articolata a 18 turni settimanali”, il che significa, ovviamente, che la conquista del sabato libero sarebbe di fatto persa e che diverrebbe precario anche il riposo domenicale pieno.

La storica conquista del lavoro su 5 giorni sembrerebbe compensata dall’affascinante possibilità di lavorare, a settimane alterne, su quattro giorni, così da poter disporre di week-end più lunghi. Senonché, solo per tre volte ogni due mesi i giorni di riposo aggiuntivi alla domenica potrebbero essere goduti di venerdì e sabato o di lunedì e martedì. Ma quel che rende completamente precario l’impianto, e fa presagire ben altre prospettive, tanto da determinare l’espropriazione al lavoratore anche della gestione del tempo liberato dal lavoro, è la possibilità per l’azienda di imporre il lavoro straordinario per 80 ore annue pro capite che, aggiunte alle 40 previste dal CCNL, portano ad un monte di 120 ore. Considerato che esse sono “da effettuarsi a turni interi”, risulterebbe di molto ridotta la possibilità di usufruire di 3 week-end ogni due mesi, potendo la Fiat chiedere ogni anno altri 15 giorni di lavoro a turno intero “senza preventivo accordo sindacale”. Se a ciò si aggiunge la previsione sui “recuperi di produttività” esigibili anche “nei giorni di riposo individuale, in deroga a quanto previsto dal CCNL”, si capisce il senso vero dell’operazione aziendale.

L’introduzione della articolazione su 18 turni non comporterebbe, infine, solamente un massiccio svolgimento di prestazioni notturne, ma anche la deroga alla legge n. 66 del 2003.

A queste condizioni, che renderebbero la vita liberata (sempre meno) dal lavoro non programmabile da parte del lavoratore e della sua famiglia, va aggiunta l’ulteriore previsione di una riduzione della pausa. Con l’applicazione del sistema “Ergo VAS” il lavoratore subirebbe una decurtazione netta del tempo di pausa in quanto anziché usufruire di due riposi da venti minuti,usufruirebbe di tre riposi da dieci minuti; il che, unito al vincolo della “fruizione collettiva”, impedirebbe di fatto al lavoratore di allontanarsi dalla postazione ed avere così la pur minima possibilità di rifocillarsi in locali diversi da quelli ove è posta la linea o postazione di lavoro.


La precarizzazione della professionalità


Oltre alla precarizzazione del tempo di vita – nei desiderata Fiat – si avrebbe la precarizzazione della dignità lavorativa, sotto il profilo sancito dallo Statuto dei diritti dei lavoratori del mantenimento della professionalità acquisita, con ampliamento extra legem, della possibilità di modificarla in senso peggiorativo.

L’operazione va sotto il nome di “rapporto diretti-indiretti” e prevede la riassegnazione della mansione a prescindere dalle professionalità maturate ex art. 4 comma 11 l. 223/91.

Di più, non ritenendosi tale spazio discrezionale sufficiente, è anche prevista l’ulteriore incipiente possibilità di “successiva assegnazione ad altre postazioni di lavoro”.


La diminuizione dei diritti economici e normativi


Se i livelli economici, a prima vista, sembrano essere poco toccati – e non è questo infatti il cuore dell’operazione – a ben vedere la riduzione dei livelli retributivi è presente sotto varie forme, andando a colpire, tra l’altro, i soggetti più deboli.

Innanzitutto, per i neo assunti sono aboliti i compensi collegati a “paghe di posto”, le “indennità disagio linea”, il “premio mansione” e i “premi speciali” (per i lavoratori attualmente in forza le suddette voci verrebbero sterilizzate in un c.d. superminimo, cosicché risulterebbe persa la possibilità di garantirne nel tempo il valore reale, peraltro già perso se si considera il peso sulla retribuzione complessiva), secondariamente i lavoratori in CIGS, e quindi con un reddito già defalcato, sarebbero obbligati a svolgere formazione in azienda senza aver riconosciuta “alcuna integrazione o sostegno al reddito, sotto qualsiasi forma diretta o indiretta”, trovandosi così non solo a percepire un minor reddito, ma anche accollato l’obbligo di sobbarcarsi una serie di spese non più coperte dalla Fiat (trasporto, mensa, ecc.).

Minori tutele economiche sono prospettate anche nel caso di lavoratori malati, allorquando il numero di assenti “sia significativamente superiore alla media”, liberandosi l’azienda dall’obbligo del pagamento della quota di malattia a proprio carico, così da lasciare scoperti, ad esempio, tutti quei lavoratori che vengano contagiati dal virus influenzale nel picco di diffusione della malattia.


La pericolosa deriva delle “clausole di esigibilità”


Vi è, infine, una inquietante ultima parte, che svela come l’operazione predisposta dalla Fiat, non sia dettata da esigenze organizzative, ma miri a possedere oltre al “corpo” del lavoratore anche la sua “anima”, aumentando la sua totale subordinazione ai voleri aziendali.

Ci si riferisce, soprattutto, al pacchetto di sanzioni, disciplinari, economiche e normative contenute sotto la voce “clausole di responsabilità”.

Il livello di attacco va in una triplice direzione: verso le organizzazioni sindacali, verso la RSU e soprattutto verso i semplici lavoratori con l’esplicita finalità di blindare “l’esercizio dei poteri riconosciuti all’azienda dall’Accordo”.

Si vorrebbe rendere il singolo lavoratore più debole esponendolo maggiormente dal punto di vista disciplinare e terrorizzandolo con l’ampliamento delle causali di licenziamento, oltre ad indebolirlo sul profilo della tutela sindacale (prevedendo tagli o azzeramenti ai diritti per l’esercizio dell’attività sindacale).

In particolare, contro i lavoratori si stabilirebbe la possibilità di introdurre ulteriori fattispecie sanzionabili disciplinarmente prevedendo esplicitamente che la violazione delle regole introdotte con l’Accordo, anche solo di una di esse, comporta il “licenziamento per mancanze”.

Tale ultima parte, di cui risultano evidenti, anche a chi non è un esperto giurista i profili di nullità ed illegittimità, sotto un profilo più complessivo è di una gravità inaudita perché vuole legare, meglio sarebbe dire negare, ogni possibilità futura di intervenire su aspetti che incidono sulla vita e dignità dei lavoratori, sui tempi di lavoro come sulla professionalità, come su voci normative, economiche e retributive.

L’accordo spingerebbe, inoltre, in maniera fortissima verso la divisione dei lavoratori con negazione di qualsiasi spazio collettivo per modificare o migliorare le condizioni di lavoro e la individualizzazione spinta delle relazioni che renderebbe il lavoratore più debole e precario.

La gravità della richiesta fa il paio con la grossolanità delle ipotesi giuridiche prospettate in quanto semplifica questioni ineludibili come quelle sull’efficacia del contratto aziendale verso tutti i lavoratori, anche dissenzienti rispetto a condizioni peggiorative; sul rapporto tra contratti collettivi di diverso livello, vieppiù se non sottoscritti da tutte le organizzazioni sindacali firmatarie del CCNL; sulla possibilità dell’autonomia collettiva di introdurre deroghe in peius a diritti previsti dalle legge; sulla negazione di forme di opposizione o di lotta, sottintendendo pure la riduzione del diritto di sciopero, anche se indette per modificare le condizioni contenute nell’accordo stesso.


10 giugno 2010

 CNH-FIAT DI MODENA CHIEDE I DANNI AI SINDACATI PER UNO SCIOPERO

 da l'Unita' del 19 giugno 2010

 La direzione aziendale della Cnh Fiat di Modena ha citato in tribunale i segretari provinciali di Fim, Fiom, Uilm e i delegati della Rsu chiedendo un risarcimento danni per gli scioperi avvenuti nello stabilimento nei quattro sabati di straordinario comandato di marzo-aprile. Lo ha reso noto Cesare Pizzolla della segreteria della Fiom modenese,che si opporrà alla denuncia per supposto «illecito contrattuale». Nel 2009 i sindacati «avevano condiviso con l’azienda un numero di sabati di lavoro superiore a quello previsto dal contratto nazionale a fronte della stabilizzazione di 75 precari».Ma,mentre «i sabati di straordinario sono stati tutti lavorati, ma solo 41 lavoratori sono stati stabilizzati».Perciò, prima di altri straordinari, i sindacati avevano proposto di completare la stabilizzazione con l’assunzione dei 34 precari lasciati a casa.

sabato 19 giugno 2010

Da sfruttato a sfruttato


Segnalo la lettera di un gruppo di lavoratori della fabbrica di Tychy, in Polonia, ai colleghi di Pomigliano che stanno per votare se accettare o meno le condizioni della FIAT per riportare la produzione della Panda in Italia.

"La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend) A un certo punto verso la fine dell'anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L'anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione. Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo "Giorno di Protesta" dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l'anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere? Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre. In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione. E' chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente. Per noi non c'è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l'azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso. Lavoratori, è ora di cambiare”.

Intervista con l'ex segretario Cisl Pierre Carniti

LA COSTITUZIONE SECONDO POMIGLIANO


di Gianni Ferrara su il manifesto – 19 giugno 2010

Era del tutto evidente che il capitalismo globalizzato, il liberismo assoluto, il revisionismo storico, etico-politico ed istituzionale mirassero allo stesso obiettivo. Non era però scontato un impatto così sconvolgente, recessivo, distruttivo. Sconvolgente il tessuto sociale, recessivo della civiltà politica, distruttivo di un intero ordine giuridico: quello immediatamente connesso alla struttura della società, il diritto del lavoro. Ma il grado di recessione varia da nazione a nazione, a determinarlo in Italia è la barbarie del berlusconismo. Si è aggiunto, per rivelarne l’essenza più intima. Ha assunto un nome che resterà. Lo hanno detto ministri e opionion makers: Pomigliano. Non sono soltanto i metalmeccanici che vi lavorano ad esserne colpiti. Ne sono le prime vittime, i primi degli esseri umani che saranno asserviti all’irrazionalità ed all’immoralità del capitalismo del XXI secolo, in Italia, in Europa. La tecnica dell’asservimento ha un nome, world class manifactoring. È scritto al punto 5 dell’accordo (?) che la Fiat impone a Pomigliano.
A cosa miri lo ha spiegato lucidamente Luciano Gallino: assicurare che nulla, proprio nulla del tempo di lavoro retribuito possa essere perduto dal padrone. Il che comporta il massimo di rendimento di ogni operazione, di ogni gesto, di ogni minuto, di ogni secondo. Quindi il massimo di assorbimento da parte del capitale del tempo di lavoro. Tante ore, tanti minuti, tanti secondi di sfruttamento. Comporta la riduzione di ciascun lavoratore, ciascuna lavoratrice a robot. Poiché il robot non ce la fa a sostituire l’essere umano, si deve ridurre l’essere umano a robot.
E non basta. Dal momento che il robot si permetterà, al termine di ogni turno, di ridiventare essere umano e potrebbe aspirare ad esercitare i diritti che due secoli di lotte del movimento operaio hanno conquistato per civilizzare la condizione umana, si vuole imporre all’essere umano di non esercitare questi diritti, a cominciare da quello di sciopero.
Gli si chiede di impegnarsi contrattualmente a rinunziarci. Nel mentre ci si appresta a sopprimere le fonti di tali diritti. A sostituire sia il contratto collettivo con tanti contratti individuali di adesione (alla volontà del datore di lavoro) sia le leggi, come lo statuto dei lavoratori con la farsa derisoria dello “statuto dei lavori”. A modificare l’articolo 41 della Costituzione in modo da distorcerne il significato e la portata e sfumarne l’efficacia. A quanto si sa, immunizzando, a priori e come tale, l’iniziativa economica privata denominandola “responsabilità”, chiunque la svolga e qualsiasi possa essere il campo di esercizio (se non finanziario).
Impedendo, quindi, che se ne possa precludere il carattere antisociale, ed anche prevenire quello criminale, visto che «gli interventi regolatori dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali» si dovrebbero limitare «al controllo ex post». Post mortem bianca, ad incidente sul lavoro avvenuto, a danni già prodotti alla salute, alla sicurezza, all’ambiente? Così appare. Si vuole evidentemente sancire in via assoluta la signoria dell’impresa capitalistica su ogni altra istituzione e sulla società intera.
Si motiva questa controriforma costituzionale adducendo la necessità prioritaria ed inderogabile della competitività. Della quale competitività è pur tempo di denunziare, senza esitazione, il significato reale ed occultato. Che è quello della compressione dei salari dei lavoratori di tutto il mondo fino a ridurli alla soglia minimale del salario percepito nel più depresso dei Paesi del mondo.
A Pomigliano è il lavoro umano, è la condizione umana, è la dignità umana, sono i diritti umani che subiscono un attacco senza precedenti. La loro difesa è quella stessa della civiltà umana, ovunque sia aggredita.

giovedì 17 giugno 2010

ORDINE DEL GIORNO del Comitato Direttivo FIOM Ancona


Il Comitato Direttivo FIOM Provinciale di Ancona esprime il pieno sostegno alla RSU FIOM dello stabilimento FIATdi Pomigliano d’Arco; le minacce che hanno ricevuto da parte di alcuni vigliacchi non sono da sottovalutare e devono essere messe in atto tutte le azioni tese a garantire la sicurezza personale per permettergli di svolgere a pieno il loro fondamentale ruolo nei confronti dei lavoratori.

L’attacco avvenuto da parte di Governo, Confindustria, dirigenza FIAT con il sostegno di molti media nazionali e locali, nei confronti dei lavoratori dello stabilimento di Pomigliano d’Arco è INDEGNO E VA RESPINTO IN OGNI MODO; tanto più che si utilizza la crisi non per riadeguare l’organizzazione produttiva, ma per fare uscire la Costituzione dai cancelli della fabbrica, ridurre ancora di più il CCNL a strumento derogabile in peggio unilateralmente dalle imprese, cercare di rendere impotenti ed inefficaci le OO.SS. e le rappresentanze che non si rendano “complici”.
E’ chiaro a tutti che dopo Pomigliano d’Arco, la FIAT, Confindustria e Governo visto il risalto che hanno voluto dare a questa vertenza, imporranno il modello di riduzione dei diritti individuali e collettivi sancito nell’accordo separato del 22 gennaio su tutto il territorio Italiano, e per questo che il Comitato Direttivo Provinciale FIOM di Ancona si impegna ad attivarsi fin da subito con tutte le iniziative necessarie nel nostro territorio a sostenere la lotta dei lavoratori e della RSU FIAT di Pomigliano d’Arco, sostenendo anche tutte le iniziative che la FIOM e la CGIL si auspica realizzeranno a Napoli per impedire che il piano FIAT passi e/o possa venire attuato.
Il Comitato Direttivo Provinciale FIOM di Ancona si impegna ad arrivare allo sciopero di 8 ore del 25 giugno organizzando assemblee per informare tutti i lavoratori e l’opinione pubblica della vera partita in gioco su Pomigliano d’Arco, ad organizzare una manifestazione che confermando la centralità della nostra opposizione alla finanziaria, renda prioritario e visibile il nostro impegno contro questo progetto e per la difesa dei diritti dei lavoratori.


Ancona 16 giugno 2010

FIAT POMIGLIANO: LE PAGINE DELLA VERTENZA

Sciopero generale 25 Giugno. I metalmeccanici e le metalmeccaniche in lotta per il lavoro e i diritti

mercoledì 16 giugno 2010

La legge del più forte, di Marco Revelli

Operai Fiat 1904-1905

Se fossimo in una condizione di normalità, il dilemma che si trova di fronte oggi la Fiom a Pomigliano sarebbe risolto in partenza. Essa non può sottoscrivere l'accordo proposto da Marchionne per il semplice fatto che vi si chiede la liquidazione di diritti indisponibili. Diritti che nessun sindacato potrebbe «negoziare», per il semplice fatto che non gli appartengono. Diritti che nessuno, neppure i titolari diretti, può alienare, perché costitutivi di una civiltà giuridica che trascende le parti sociali e gli individui.

Alcuni di quei diritti - come il fondamentale «diritto di sciopero» - sono sanciti costituzionalmente. Altri - come il pagamento dei primi tre giorni di malattia - sono garantiti dalla legislazione ordinaria. Altri infine - come la difesa del proprio tempo di vita da una gestione del tempo di lavoro drammaticamente soffocante e totalitaria -, fanno parte di un livello contrattuale nazionale impegnativo per tutti i contraenti. L'accettazione di un accordo aziendale che ne sacrificasse anche solo parzialmente l'operatività, significherebbe una dichiarazione di messa in mora e di inefficacia di quei tre livelli basilari del nostro assetto gius-lavoristico. Una grave lesione al modello giuridico, politico e sociale della modernità industriale.

Ma non ci troviamo in una condizione di normalità. La «dura legge» che Marchionne ha evocato non è né la Norma Costituzionale né la Legge ordinaria. È la legge di mercato, nella sua dimensione ferina del «primum vivere». Dell'«arrendersi o perire». Della darwiniana «lotta per la sopravvivenza», applicata alle imprese, agli uomini e ai territori. A Pomigliano è la verità della «globalizzazione» a materializzarsi nella forma più estrema del «prendere o lasciare», che travolge ogni principio giuridico, ogni regolazione nazionale e ogni accordo sancito.

Per questo diciamo che a Pomigliano quello che muore non è solo un modo di fare sindacato, ma è la nostra stessa modernità industriale, fatta di conflitto, negoziazione, regole e normative, a rischiare di dissolversi. E quello che si profila è un nuovo «stato di natura», in cui a contare è ormai solo la legge del più forte, momento per momento, occasione per occasione. Un mondo che non è solo post-socialista e post-novecentesco, ma che vede travolgere le stesse basi del più antico «stato liberale»: quello del costituzionalismo, dell'impero della Legge, dello Stato di diritto.

Potrà apparire un caso, ma che nel medesimo tempo si allineino nel cielo del nostro paese - come in un'infausta congiunzione astrale - l'attacco di Berlusconi alla Costituzione, la legge-bavaglio dell'editoria e il «lodo Marchionne» (sbandierato da fior di ministri come «nuovo modello» di relazioni industriali), suona come un pessimo auspicio. E che a trainarci oltre quel confine sia uno come l'A.D. della Fiat, che non è un «fascista», che non veste l'orbace ma un maglioncino casual ed è stato a lungo un esempio di liberal progressista, non ci rassicura affatto. Anzi, ci spaventa di più.

Forse a Pomigliano, oggi, non c'è davvero altra alternativa che piegarsi al ricatto. Forse al voto gli operai presi dalla disperazione direbbero davvero sì a un accordo che li consegna a condizioni di lavoro servile, pur di mantenere un esile residuo di sopravvivenza produttiva. Forse, quello che incombe sulla Fiom è davvero un «dilemma mortale». Ma se almeno uno - uno! - tra i sindacati mantenesse pulite le proprie mani, e rifiutasse di sottoscrivere il pactum subiectionis che cancella tutti gli altri patti e ogni altra ragione, forse una testimonianza rimarrebbe, per tempi migliori, di un brandello di dignità e dunque di speranza.