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mercoledì 29 agosto 2012

CIAO ANDREA


sabato 18 agosto 2012

L'Ilva non si ferma a Taranto di Giuseppe de Marzo


La rotta da seguire è quella della giustizia ambientale: ogni persona deve essere libera dall'inquinamento, il cosa e come produrre va deciso insieme alle comunità e ai lavoratori. E i costi sociali e ambientali non possono essere scaricati sulla collettività

Un governo nemico della giustizia, del diritto alla salute e di quello al lavoro. Lascia sgomenti l'azione rabbiosa messa in campo dal governo del professor Monti contro il provvedimento dei giudici di Taranto sull'Ilva. Vale la pena riflettere e reagire alla violenza di chi invia tre ministri e minaccia ricorso alla Corte Costituzionale contro provvedimenti che difendono il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Stucchevoli le ipocrisie di chi oggi si preoccupa del futuro dei lavoratori quando nel frattempo è occupato a smontare le conquiste di un secolo e mezzo di lotte operaie. Non tornano i conti se a farli è un governo ed una maggioranza politica che ha tagliato pensioni e articolo 18, costruito una campagna mediatica per abbattere lo stato sociale, garantito soldi a banche e speculatori mentre tassava ceti medi e popolari come mai prima d'ora, inchiodato con il fiscal compact il paese per i prossimi 20 anni e consegnato la nostra politica monetaria alle compatibilità della Bce, tra le varie cose. Fa indignare che quanti hanno pensato ed istruito un modello economico e produttivo fondato sulla precarietà e sulla riduzione del lavoro a merce oggi si scaglino contro la magistratura rea di mettere a rischio migliaia di posti di lavoro. Lascia confusi e senza speranze in questa classe dirigente dover leggere e constatare la pochezza di prospettive e di alternative presentate ad un'agonizzante ed avvelenata opinione pubblica costretta ancora a dover sacrificare diritti. Continuiamo a vivere un arretramento insostenibile delle condizione della maggioranza della popolazione italiana sul piano economico, sociale, ambientale e politico.
L'Ilva non rappresenta un caso eccezionale ma la normalità di come oggi nell'epoca della crisi globale del modello capitalista si fa profitto. Ovunque nel mondo, oggi più che mai anche in occidente, si procede in questa maniera. Più salute equivale a meno profitto, questo il punto. Il profitto si crea inquinando e precarizzando ma soprattutto evitando di pagare i costi sociali ed ambientali, «esternalizzandoli» sulla società e sulle casse dello Stato, mentre si utilizzano gratuitamente i servizi ambientali offerti dalla natura senza nessuna sostenibilità ambientale condannando le prossime generazioni. Perché negarlo? Per nascondere la medioevale brutalità della situazione in corso, elusa in nome di una perenne emergenza nazionale alla quale sacrificare la democrazia. Su questo bisognerebbe misurarsi invece che continuare a contrapporre lavoro e salute. Inaccettabile è invece il ricorso alla Consulta da parte di chi sino a ieri disprezzava il voto di 27 milioni di italiani a difesa dei beni comuni del paese svenduti a privati e speculatori. La rappresentazione offerta dai principali media di quanto sta accadendo da decenni a Taranto espunge invece tutti gli elementi su cui i cittadini possono formarsi una libera opinione ed accrescere il livello di consapevolezza sulla complessità dei problemi e sulla vera posta in gioco. In questa vicenda i responsabili sono stati immediatamente invisibilizzati. A partire da una classe dirigente politica che ha grosse responsabilità sulla svendita dell'Ilva al privato Riva e che è stata incapace di mettere in campo una politica industriale ed energetica che garantisca l'interesse generale.
Ci sono domande che esigono risposte se si vuole avviare un vero processo di partecipazione democratica dei cittadini alle scelte fondamentali che incidono sulla vita. A partire dai tempi e dai programmi della bonifica prevista, ad oggi misteriosi. I 336 milioni stanziati vengono invece dalle tasche dei contribuenti e finiscono in quelle di Ilva Spa per fare quello che avrebbe dovuto già fare. Sono anni che l'Ilva fa operazioni di green washing in seguito ad ingiunzioni dei magistrati ma niente è cambiato. Eppure il gruppo Riva ha registrato miliardi di profitti. Un'eventuale bonifica avviata con queste «procedure» spalancherebbe le porte a quanti vogliano d'ora in avanti eludere le norme sulla sicurezza e sulla salute nei luoghi di lavoro, già molto precarie, visto che le imprese potrebbero contare su soldi pubblici. Quando gli utili sono solo dei privati, i costi sociali ed ambientali ricadono sui cittadini e sui lavoratori e quelli per le bonifiche da effettuare pesano sul bilancio pubblico, mentre le vittime ed i loro familiari sono dimenticati dallo Stato, siamo in assenza di democrazia e giustizia. In Italia come in tutti i paesi europei i lavoratori sono sotto ricatto e vedono arretrare i loro diritti. In mancanza di una prospettiva politica capace di ribaltare l'attuale situazione, questo arretramento coinciderà con la criminalizzazione di qualsiasi soggetto sindacale e sociale non allineato alle attuali scelte politiche e con un ulteriore peggioramento delle condizioni lavorative e ambientali per tutti.
Oggi più che mai dobbiamo mettere al centro delle nostre proposte il cosa ed il come produrre se vogliamo uscire dalla crisi e non cadere nella trappola della contraddizione tra salute e lavoro. Bisogna ripartire dalla capacità di riaffermare etica e giustizia, senza nessuna esitazione se non si vuole abdicare al realismo criminale del modello capitalista. Il ministro Passera ci fa invece sapere che intende aumentare la produzione petrolifera, costruire 4 rigassificatori, concedere permessi più facili per perforazioni e tagliare gli incentivi alle rinnovabili. Un pensiero preistorico sul quale fare profitto con la scusa di politiche per lo sviluppo e per il lavoro. Sarà questo il nuovo veleno che ci aspetta se non saremo capaci di organizzare un'alleanza politica per il lavoro, l'ambiente ed i beni comuni che metta in moto, già con le prossime elezioni, produzioni socialmente giuste e sostenibili ecologicamente. Il paese e l'Europa hanno urgente bisogno di una prospettiva che includa e consenta la partecipazione reale di tutti i soggetti che su questi fronti stanno sperimentando già alternative.
Siamo davanti ad un problema di alternativa globale al sistema capitalista. La questione dunque non si esaurisce a Taranto ma investe tutti i lavoratori e le comunità impegnate a difendere territorio, beni comuni e democrazia. Se invece accettiamo che il terreno di confronto sia quello di garantire comunque il ciclo produttivo anche in evidente ed aperto contrasto con il diritto alla salute, frammenteremo e disperderemmo le alternative possibili. La contrapposizione del dibattito in corso tra salute e lavoro tiene infatti fuori l'elemento fondamentale: la lotta per difendere il diritto al lavoro e la riconversione industriale ed energetica delle attività produttive. Abbiamo bisogno di chiarezza e di aprire un confronto vero. A nostro avviso la rotta da seguire è quella della giustizia ambientale, attraverso la quale riaffermare come ogni persona debba essere libera dall'inquinamento. Le politiche del lavoro ed industriali vanno disegnate con l'obiettivo della piena occupazione, della riduzione dell'orario di lavoro e della riconversione ecologica all'interno del nuovo scenario globale. Il cosa e come produrre va deciso insieme a comunità e lavoratori per assicurare buon vivere a tutti ed un giusto profitto agli imprenditori. Se il privato non usa i suoi profitti ed i suoi «spiriti animali» per assicurare il salario ai lavoratori, garantire bonifica e riconversione, tocca allo Stato ripubblicizzare, avviare la riconversione e sperimentare forme di gestione partecipata delle attività produttive senza toccare il diritto al lavoro degli operai, che non possono essere utilizzati come scudo o carne da cannone a seconda dei casi. Dove troviamo i soldi? Le politiche fiscali devono evidentemente avere altri obiettivi vista la necessità di investimenti per garantire queste scelte che nel medio periodo si ripagheranno da sole, considerando che solo in questi settori è ancora possibile creare lavoro, garantire salute pubblica e sostenibilità finanziaria. Si tratta di scegliere diversamente e di spostare l'attenzione dalle famiglie e dai ceti popolari alle grandi ricchezze e patrimoni che nel nostro paese continuano ad essere accumulati, anche grazie alle mafie. La ricchezza c'è ma va distribuita diversamente. Tutto questo si può e si deve fare se non affidare completamente il nostro destino nelle mani di coloro che avvelenandoci continuano a impoverirci e chiederci sacrifici e austerità.
Portavoce A Sud (dal Manifesto)

lunedì 23 luglio 2012

Ognun per sè, nessun per tutti - la nuova filosofia aziendale -



Dopo che i lavoratori della Fiat sono stati espropriati del contratto nazionale e del sindacato, possono dire defnitivamente addio anche a qualsiasi aumento reale e uguale per tutti del salario. Nel prossimo futuro i soldi dati dalla Fiat (PDR ad esempio) saranno il più delle volte decisi in maniera unilaterale dall'Azienda in base a meccanismi come la “presenza” che premieranno i pochi, a scapito dei molti che non prenderanno niente. Tutto questo per qualche spicciolo, perchè i soldi, quelli veri, a spartirseli non saranno gli operai: ma gli azionisti, i dirigenti e i capi.
I 600 euro che Fiat elergirà in questi giorni vanno tutti in questa direzione.
Fim e Uilm come tradizione vuole, hanno sottoscritto anche questa volta una vera e propria vergogna. Nella storia di questo Paese è successo poche volte che il sindacato firmi accordi aziendali che prendi i soldi, se rinunci ad esercitare in fabbrica i tuoi diritti di contratto o di Legge, come le ferie o la malattia per fare due esempi. O ancora più grave, il fatto di come le donne vengano penalizzate da quel tipo di Premio.
“Noi che siamo una squadra, noi che vinciamo con la squadra” hanno scritto in alto nelle offcine. Balle. La scritta dovrebbe essere: il grosso della squadra fatica, e l'elite di capi e preposti vari si spartiscono il raccolto.
Nell'aria restauratrice che si respira dentro le fabbriche Fiat intendiamo denunciare anche un altro aspetto: l'arroganza dei capi (non di tutti per la verità) nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori. Uno in particolare da poco sbarcato da Pomigliano ha confuso la fabbrica con la caserma, e attraverso metodi poco ortodossi come la sfida o la provocazione, fa capire ai lavoratori chi comanda.
Per dirla con estrema chiarezza, di simili individui la fabbrica di Jesi e i trattori non sanno che farsene. Lo diciamo direttamente al Direttore dello stabilimento Silvestrini. E gli diciamo anche che per la Fiom non sono più accettabili atteggiamenti che hanno poco a che fare con la storia di questo stabilimento, e soprattutto con il rispetto che si deve alla dignità di chi da anni tutti i giorni lo manda avanti col proprio lavoro.
E' tempo che qualcuno si dia una regolata.
L'attacco ai diritti, al lavoro e alla democrazia impone al nostro sindacato, ai suoi iscritti e ai lavoratori tutti, di ritrovarci dopo le ferie il 15 Settembre alla Festa Provinciale della Fiom che organizzeremo a Jesi. Per l'occasione sarà presente il segretario generale Maurizio Landini con cui insieme decideremo come proseguire la nostra lotta di libertà dentro ai luoghi di lavoro.
Buone ferie e buona lotta a tutti!

P.s. Come su un altro pianeta, tutto il sindacato aziendalista continua a dire che in fabbrica e nel Paese “va tutto bene” e guai a chiedere soldi all'Azienda: la faresti chiudere. L'unica cosa che fanno sono incontri su incontri, di cui però, non si sa mai nulla.

Jesi, 20 Luglio 2012 La Rsu della FIOM CGIL
23 luglio 2012. Libera TV. Audiointervista a Maurizio Landini. Federmeccanica vuole cancellare il Contratto. Non è una trattativa ma una gara al massimo ribasso.

giovedì 12 luglio 2012


UNA LIBERTA’ RICONQUISTATA

Il 3 Luglio u.s. la CNH Italia di Jesi è stata condannata dal Tribunale di Ancona per comportamento antisindacale rispetto alla mancate trattenute sindacali effettuate nei confronti delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti alla FIOM CGIL. La Dott.ssa Sbano Giudice del lavoro come si legge nella sentenza dispone che la CNH di Jesi dovrà effettuare a partire da questo mese le trattenute sindacali a tutti coloro che hanno regolarmente sottoscritto e inviato all’azienda tramite la FIOM CGIL di Ancona le deleghe con la cessione di credito.
Una vittoria importantissima che ridimensiona e ci permette di riconquistare una libertà individuale sancita dall’art. 14 dello statuto del lavoratori che è quella che ha il lavoratore di poter aderire, sostenere e scegliere liberamente il sindacato che più rappresenta i suoi interessi.
La sentenza, come tutte le altre sul territorio nazionale, conferma che il tentativo della Fiat di limitare l’agibilità sindacale è illegittimo e pertanto ancor di più serve urgentemente una legge sulla rappresentanza per garantire le libertà sindacali e impedire la pratica di accordi separati con i sindacati complici.
Certamente la Fiat non si fermerà qui già nel ricorso presentato aveva chiesto di far sostenere ai lavoratori il costo individuale per la cessione del credito. La Giudice Sbano ha subito ridimensionato tale richiesta, sostenendo che il costo per l’azienda e irrisorio e comunque si tratta di un solo bonifico mensile, ma qualora la CNH intenda dar seguito alla questione saremo pronti per ricorrere in giudizio per comportamento discriminatorio (come è successo a Pomigliano) in quanto l’iscritto della FIOM deve avere pari dignità e pari trattamento a tutti gli altri iscritti al sindacato.
Per approfondire il contenuto della sentenza e per discutere sulla situazione aziendale vi invitiamo a partecipare alla riunione che si terrà presso la sede della CGIL di Jesi giovedì 19 Luglio p.v. alle pre 21.15.

                                                                           p. la FIOM CGIL Ancona 
Fiat, ricorso Fiom: “Dobbiamo rientrare negli stabilimenti”

“La Fiom-Cgil rappresentava e rappresenta tutt’ora il maggiore sindacato diMirafiori”. Così parla Edi Lazzi, responsabile Fiom per Mirafiori. “Volevano far sparire la Fiom” – continua – “ma sono spariti gli altri sindacati, quanto meno nei confronti dei lavoratori. Per questo la Fiom deve rientrare negli stabilimenti Fiat”. Su questo punto si è discusso oggi nella prima udienza del ricorso presentato da Fiom-Cgil, in opposizione alla sentenza che aveva negato al sindacato la possibilità di nominare i rappresentanti all’interno delle aziende del gruppo Fiat, nell’area di Torino. Secondo le disposizioni del giudice Roberta Pastore, l’intero processo è vietato alle telecamere. L’aula è affollatissima, sono oltre cento i delegati e gli iscritti Fiom presenti in tribunale. Il 31 luglio il giudice emetterà la sentenza che potrebbe riaprire le aziende Fiat alla rappresentanza Fiom-Cgil

martedì 10 luglio 2012


Fiat/ Landini:Due nuove condanne per comportamento antisindacale

Da Tribunale Milano, che boccia ricorso, e da Ancona


      INFOPHOTO
Roma, 10 lug. (TMNews) - Due nuove condanne per Fiat per comportamento antisindacale da parte del tribunale di Milano e di quello di Ancona. Lo rende noto il segretario generale della Fiom-Cgil, Maurizio Landini.

"Ancora due sentenze hanno condannato la Fiat per comportamento antisindacale e riconosciuto ai lavoratori il diritto di scegliere da chi farsi rappresentare e quale sindacato sostenere", sottolinea landini in una nota. "Il giudice di Milano, su opposizione della Fiom al primo pronunciamento dello stesso tribunale, ha oggi ha stabilito la condotta antisindacale di Fiat, condannandola a riconoscere alla Fiom il diritto di nominare la Rappresentanza sindacale aziendale alla Sirio, e ripristinando così la rappresentanza garantita dal Contratto nazionale e dallo Statuto dei lavoratori".

"Al Tribunale di Ancona, la Fiom è invece ricorsa per denunciare il comportamento antisindacale di Cnh, altra società del gruppo Fiat, per il rifiuto opposto alla richiesta dei lavoratori iscritti a voler provvedere a versare i contributi sindacali alla stessa Fiom. Il giudice ha accolto il ricorso e ha condannato Cnh a dare seguito alle trattenute sindacali", aggiunge Landini. "Sono sempre più numerosi e diffusi su tutto il territorio nazionale i pronunciamenti dei Tribunali che accolgono i ricorsi che la Fiom ha proposto in difesa dei diritti e delle libertà sindacali delle lavoratrici e dei lavoratori. Si conferma ancora di più la necessità di una legge sulla rappresentanza per garantire le libertà sindacali e impedire la pratica degli accordi separati", conclude il sindacalista.

lunedì 9 luglio 2012

Landini a Pomigliano: “La Fiat reintegri tutti gli operai, non solo gli iscritti Fiom”

“Siamo qui oggi per chiedere che la sentenza venga applicata, e che non solo i 145 iscritti Fiom, ma tutti i cinquemila lavoratori rientrino in fabbrica”. Maurizio Landini, segretario generale delle tute blu Cgil, torna a Pomigliano pochi giorni dopo la storica sentenza che impone a Fiat di garantire il ritorno al lavoro nello stabilimento campano agli operai iscritti al suo sindacato. Dopo un’assemblea in città, dove i lavoratori hanno firmato una lettera di messa in mora che costringerebbe il Lingotto a pagare da subito i 145 operai Fiom da richiamare, Landini si è recato ai cancelli della fabbrica. Qui, durante il cambio turno, ha distribuito agli operai un volantino che chiede il rientro in Fip di tutti i lavoratori ancora in cassa integrazione. “Credo – ha detto Landini – che sia chi è già dentro sia le persone che sono fuori vivano una situazione difficile in cui il ricatto non è stato ancora tolto” 

sabato 30 giugno 2012

LA COSTITUZIONE ESCE DALLE FABBRICHE


di Giorgio Cremaschi (...) 
Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro.  Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non e' più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all' attacco all'articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non e' stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata. Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil.  Non e' vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. E' vero anzi il contrario.
A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C'era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese. Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed e' per questo che non si e' fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si e' trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l'articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte e' saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I  sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva  monti, viva l'euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà', e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell'assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come e' maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per  il impedire che le cose andassero così.Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tuttomondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne e' più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di monti  e del Pd che lo sostiene. Dei  quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

mercoledì 27 giugno 2012

ART.18, UN VOTO COSTITUENTE


di Giorgio Cremaschi

L'approvazione della controriforma del lavoro con voto di fiducia cambia definitivamente il quadro sociale e politico del paese, e' un atto costituente.
Sul piano sociale la legge sanziona il successo del modello Marchionne. Che paradossalmente si afferma in tutto il paese proprio mentre in fiat sta fallendo il progetto di rilancio industriale. Non e' un caso.
Il progetto imposto a Pomigliano due anni fa rappresentava infatti non solo un modello per la fiat, ma un via indicata a tutte le forze dominanti per affrontare la crisi scaricandola sul lavoro. E come tale si e' affermato grazie al governo Monti e alla Bce. Questa via chiede all' Italia di stare sul mercato  diventando un paese low cost, con precarietà, supersfruttamento, distruzione dei diritti sociali.
La legge Fornero rappresenta il culmine ideologico del progetto di controriforma sociale che costruisce questa via. Con essa la precarietà del lavoro diventa permanente per tutte e tutti e lo statuto di lavoratori viene sostanzialmente abolito. Dopo questa legge in tutti il luoghi di lavoro cresceranno arbitrio e oppressione, l'Italia sarà ancora più ingiusta e la sua democrazia ancora più evanescente. (...)
Ma ci saranno anche effetti sul sindacato e sulla politica. La Cgil subisce qui la sua più grave  sconfitta del dopoguerra, tanto più dura perché il principale sindacato italiano non ha lottato davvero per evitarla.
Sul piano politico e' evidente che il voto in parlamento suggella la fine del centrosinistra classico, per dirla con Vendola, a favore di quello montiano allargato a casini.
Allora su entrambi i fronti, sindacale  politico, bisogna costruire la risposta e l'alternativa.
Sul  piano sindacale bisogna operare per l'unità di tutte le forze che dentro e fuori la Cgil, dicono no a Monti e a Fornero, per ricostruire la forza del sindacalismo di classe. . Questa unità e' incompatibile e alternativa a quella con Bonanni ed Angeletti,  che invece difendono la controriforma così come stanno con Marchionne.
Sul piano politico bisogna costruire  a sinistra l'alternativa al Pd e al suo sistema di alleanze,  come e' avvenuto in Grecia rispetto al Pasok.
Questi due processi avranno sicuramente tempi e modalità diverse, ma ci saranno perché sono necessari.
Coloro che dicono sì alla controriforma Fornero stanno dall'altra parte, e noi dobbiamo ricostruire la nostra parte contro di loro.