
martedì 25 maggio 2010
Manovra: Rinaldini, serve mobilitazione di massa
“In modo spudorato - afferma -, si è parlato di ripresa e di uscita dalla crisi, mentre era evidente che, senza cambiamenti profondi del modello sociale e del conseguente sistema finanziario, si sarebbe arrivati all’ennesima operazione contro coloro che hanno già duramente pagato la crisi. Nello stesso tempo, governo e Confindustria continuano a operare per smantellare diritti e tutele attraverso il preannunciato Statuto dei lavori e con il cosiddetto ‘collegato lavoro’ che, probabilmente, sarà varato nel prossimo mese di giugno”.
“È una enormità quello che sta avvenendo sul piano sociale. È quindi necessario che la Cgil non si limiti ad avanzare proposte a Cisl e Uil ma, riunendo i propri organismi dirigenti, promuova l’avvio di una mobilitazione di massa dei lavoratori e dei pensionati nei luoghi di lavoro e nei territori fino a arrivare allo sciopero generale”.
ARTICOLO 18 e PRECARIETA'

lunedì 24 maggio 2010
venerdì 21 maggio 2010
SCIOPERO GENERALE SUBITO

di Giorgio Cremaschi
Si minacciano le pensioni, a partire dalle finestre sull’anzianità, mentre le aziende licenziano gli anziani. Si annunciano tagli sulla sanità e sui servizi pubblici. Ancora una volta si massacrano la scuola e le università pubbliche. Nel frattempo è già aperto un tavolo di concertazione.
Il governo si incontra quotidianamente con Cisl, Uil e Confindustria per concordare le misure. La Cgil è esclusa da tutti i tavoli e tace. Certo, è difficile ammettere dopo neanche un mese di avere completamente sbagliato i giudizi del congresso e di aver portato l’organizzazione in un vicolo cieco nel quale non conta più niente. Però questa è la realtà e ad essa si può reagire solo con la dignità del conflitto.
La si smetta di aspettare di essere invitati a sedere su uno strapuntino al tavolo di chi ha già deciso. Si proclami subito lo sciopero generale, in nome dei diritti del lavoro e della giustizia sociale. Chi nella Cgil ha voglia di esistere e lottare si faccia sentire ora.
Roma, 20 maggio 2010
mercoledì 19 maggio 2010
LA CGIL PRONTA ALLO SCIOPERO GENERALE
di Beatrice Borromeo
SEI LICENZIATO. Uno dei punti più criticati del disegno di legge ora in discussione al Senato in commissione Lavoro è la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il dipendente precario oralmente. In teoria vengono rafforzate le tutele: il ddl allunga i tempi per impugnare il licenziamento da 60 a 90 giorni. In realtà dall’allungamento dei termini d’impugnazione potrebbero derivare solo problemi per i precari. Una legge italiana del 1966, come ha chiarito ieri in una nota il ministero del Lavoro, vieta di licenziare a voce i dipendenti. L’emendamento di Castro non contraddice la legge, cioè non introduce i licenziamenti orali, si limita a considerarli una consuetudine diffusa, consolidatasi prima dell’introduzione dello Statuto dei lavoratori e che, oggi, rientra nel campo dei “licenziamenti inefficaci”. Il fatto di allungare i termini per fare ricorso, dicono i critici, diventa una legittimazione di fatto dei licenziamenti a voce.
“L’emendamento è stato presentato male, non è stato spiegato correttamente”, ammette al Fatto Quotidiano Giuliano Cazzola, Pdl, vicepresidente della commissione Lavoro della Camera già relatore del provvedimento in una fase precedente. E spiega: “Dare 90 giorni per impugnare il licenziamento orale secondo me va nell’interesse del lavoratore. Però è vero che rischia di legittimare il licenziamento orale, io l’avrei formulato diversamente”. Riguardo alla possibilità che il datore di lavoro menta sulla data del licenziamento (che, essendo fatto a voce, non è provabile) Cazzola sostiene che “il dipendente può sempre e comunque chiedere di avere un documento scritto con data, motivazione del licenziamento e firma del datore di lavoro”.
L’ARBITRATO. Non sono questi gli unici punti critici del disegno di legge. C’è sempre la questione di quando e come ricorrere agli arbitri (nominati dalle parti) invece che al giudice del lavoro. Nella prima versione del ddl, quella bocciata da Napolitano (nonostante fosse meno dubbia, secondo molti costituzionalisti, di altre leggi promulgate dal Colle come il legittimo impedimento), il lavoratore poteva essere costretto a firmare al momento dell’assunzione una clausola compromissoria per accettare che, in caso di controversie sulla risoluzione del rapporto di lavoro, queste sarebbero state affrontate dinanzi a un arbitro e non a un giudice. “Così s’introduce l’arbitrato secondo equità, che non è quello normale, e che assegna all’arbitro compiti anche in deroga alle leggi esistenti che proteggono il lavoro. Si crea un eccesso di potere nelle mani dell’arbitro”, sostiene l’ex ministro del Lavoro e deputato Pd Cesare Damiano. Nella nuova versione alcuni particolari sono cambiati: la clausola compromissoria dovrà essere firmata non all’ingresso in azienda ma dopo la fine del periodo di prova del dipendente: “Omeopatia – sostiene Damiano – anzi peggio, hanno messo le mani solo su dettagli micro. Con questo passo indietro plateale e protervo il governo, che dal momento del suo insediamento non fa che diminuire le tutele dei lavoratori, si allontana dai rilievi di Napolitano”.



