domenica 23 gennaio 2011
sabato 22 gennaio 2011
Verso un nuovo feudalesimo aziendale
A tutti i «modernizzatori» che hanno salutato il referendum di Mirafiori come l'ingresso delle relazioni industriali italiane nella «modernità» va ricordato che la Modernità, o «Età moderna», è iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America. A quel tempo, nella Modernità, l'Italia delle Signorie era già entrata. Nei secoli successivi ha avuto alti e bassi (attualmente sta sicuramente attraversando un basso); ma se il 14 gennaio 2011 dovesse diventare una data storica, starebbe a segnare non l'entrata ma l'uscita del paese dalla Modernità: per ripiombare in un nuovo Medioevo; oppure, per instaurare una forma nuova di «feudalesimo aziendale». Perché?
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato).
Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo.
Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa? Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti.
Mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari.
Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group.
Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa.
Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate?
La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo.
Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano.
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza.
Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.
Non mi soffermo sulla limitazione del diritto di sciopero - accordata dal nuovo contratto - che ogni lavoratore dovrà poi sottoscrivere individualmente; né sulla abolizione della rappresentanza elettiva a favore di una gestione dei contenziosi affidata ai sindacati firmatari (trasformati così in missi dominici: ovvero, agenti del padrone); temi già ampiamente trattati da altri. Ma che cosa succederà in produzione?
Gli operai verranno messi in cassa integrazione, prima ordinaria, poi straordinaria, motivata da un «evento improvviso e imprevisto» (così il contratto; che però prevede «l'imprevisto» con assoluta certezza) e finanziata con fondi Inps attinti dalla «gestione speciale» dei lavoratori precari (che in questo modo verranno scorticati delle loro già irrisorie pensioni) e da contributi statali aggiuntivi (alla faccia della rinuncia della Fiat agli aiuti di Stato).
Nel frattempo - oltre un anno - i lavoratori verranno convocati uno a uno per la firma del contratto individuale per vincolarli indissolubilmente ai termini dell'accordo. E per essere selezionati. Molti verranno scartati per una ragione o un'altra. È quello che Fiat sta già facendo con gli operai della Zastava, nonostante i generosi aiuti della Bei e del governo serbo. Marchionne sa bene che maestranze con un'età media di 48 anni (nel 2012), per il 30% composte da donne, e per un altro 30% certificate Rcl (ridotte capacità lavorative) non possono reggere i ritmi di lavoro previsti dall'accordo.
Poi verrà costituita la NewCo - sembra che si chiamerà Mirafiori Plant - ristrutturando gli impianti con fondi Chrysler e Fiat (il famoso miliardo: ma chi sa quanto sarà poi effettivamente speso?). A febbraio 2012, se tutto «va bene», comincerà la produzione. Di che cosa? Di Suv (che modernità!) con marchio Chrysler e Alfa, assemblati su pianali e con motori prodotti negli Usa, e poi rispediti negli Usa per essere venduti.
Mercato permettendo: anche con nuovi motori, i suv restano pur sempre i veicoli più energivori, quelli che avevano mandato a picco la produzione dei tre big di Detroit nel 2008; e il petrolio sta risalendo verso i cento dollari al barile. Ma che senso ha questo andarivieni tra Italia e Usa, quando persino lo stabilimento di Termini Imerese era stato giudicato improduttivo perché troppo lontano dai fornitori di componenti? Il senso è che tra le condizioni poste da Obama per consentire la scalata di Marchionne alla Chrysler c'è quella di esportare dagli Usa, e fuori dall'ambito Nafta (Canada e Messico), prodotti per almeno 1,5 mld di dollari.
Dunque, pianali e motori trasferiti da Detroit a Torino (cioè da Chrysler a Fiat Plant: due società differenti anche se controllate dallo stesso management) dovranno concorrere nella misura maggiore possibile al raggiungimento dell'obiettivo. Ovvio che l'esportazione di componenti verrà sovrafatturata (lo ha già prospettato anche Massimo Mucchetti sul Corsera) e i margini di Mirafiori ridotti all'osso (o erosi completamente per giustificare successivi ridimensionamenti o la chiusura dello stabilimento); con tanti saluti per coloro che dalla produzione di nuovi modelli a più alto valore aggiunto - cioè più grandi, più complicati, più lussuosi, più spreconi, per soli ricchi - si aspettano la rimessa in sesto del Gruppo. Ma quale Gruppo?
L'accordo di Mirafiori, dopo quello di Pomigliano, dopo la dismissione di Termini Imerese, dopo lo spin-off di Fiat Industrial - la separazione dall'auto di Cnh e Iveco, i settori più redditizi rimasti in mano agli Agnelli - e in attesa di nuovi accordi anche per Cassino e Termoli (Melfi, cioè Sata, sta già per conto suo), prelude alla dissoluzione di Fiat Group.
Intanto va notato che: a) Mirafiori - «nocciolo storico» del gruppo - non produrrà più macchine Fiat e diventerà una «fabbrica cacciavite» che lavora per altri; b) Pomigliano eredita le produzioni e l'organizzazione della fabbrica polacca di Tychy, che è di Fiat ma lavora anche per Ford e che, in attesa di chiarimenti, lavorerà sempre di più per altri; c) Magneti Marelli è in vendita; d) Maserati, Alfa, Lancia e Ferrari sono oggi, con l'eccezione dell'ultima, soprattutto marchi: che possono essere venduti come «marchi senza fabbrica», così come Tychy e Mirafiori sono o possono diventare «fabbriche senza marchio». E poi?
Poi la crisi è tutt'altro che superata. Le finanze di tre quarti dei paesi dell'Ue sono a rischio. I consumi ristagnano. Il mercato europeo dell'auto (a differenza di quelli Usa e asiatico) non dà segni di ripresa. A livello mondiale la capacità produttiva è di 100 milioni di veicoli all'anno mentre la domanda è stata di 60 milioni (sarà forse di 70 quest'anno). C'è un eccesso di capacità non solo in Europa e negli Usa, ma anche in Giappone, Cina e Corea, i cui produttori sono pronti a scalare la classifica delle vendite in Europa.
Qualcuno si è chiesto quali siano i vantaggi competitivi con cui Marchionne conta di vendere ogni anno in Europa un milione in più di vetture fabbricate in Italia. Cioè di portare via almeno un milione di vendite annuali a Volkswagen, senza perdere colpi di fronte a Daimler e Kia-Yundai, in piena ascesa, o a Reanult-Nissan e Toyota, molto più solide, per non parlare dello sbarco in Europa dei produttori cinesi.
Alcuni oggi si chiedono che chance può avere una competitività ottenuta strizzando ancor più gli operai, il cui costo incide per non più del 7% sul prezzo finale del veicolo. Molti meno si sono chiesti che senso ha paragonare i 100 o 80 veicoli annui per addetto prodotti da Fiat in Polonia o in Brasile con i 30 degli stabilimenti italiani. A parte la differente complessità dei modelli e il differente confine tra fornitura esterna e fasi internalizzate, come si fa a paragonare la produttività di fabbriche che lavorano a pieno ritmo con quella di impianti dove le giornate di cassa sono più di quelle lavorate?
La verità è che se Marchionne vuole vendere, o affittare, o dare in uso ad altri i suoi impianti, ciascuno dei quali farà capo a una diversa società, il valore aggiunto di una manodopera messa alle corde è molto maggiore di quello degli impianti dello stabilimento che li impiega. Ma le due cose sono indisgiungibili. È questo il feudalesimo aziendale a cui ci sta portando l'accordo di Mirafiori; quello che fa degli operai i nuovi «servi della gleba» dell'impresa globalizzata.
Marchionne e i suoi azionisti se riescono a portare a termine la scalata a Chrysler possono anche permettersi di mandare a fondo i lavoratori della Fiat, dopo averli legati con un accordo capestro ai loro rispettivi stabilimenti. Ne ricaveranno un aumento di utili e stock option. Ma chi vive del suo lavoro non può farlo.
Però il futuro degli impianti, del knowhow e del lavoro che oggi fanno ancora capo a Fiat o al suo indotto non riposa più sull'industria dell'auto. I settori che hanno un avvenire sono quelli che conducono verso la sostenibilità: rinnovabili, efficienza energetica, ecoedilizia, riassetto del territorio, mobilità flessibile, agricoltura e alimentazione biologiche. Il tutto - tendenzialmente - a rifiuti e a km zero.
Ma la conversione ecologica dell'apparato produttivo e dei nostri consumi avrà ancora bisogno per un tempo per ora indefinibile di industria, economie di scala, grandi flussi di materiali, grandi impianti (il contrario dei chilometri zero) e di lavoratori impegnati, seppure in maniera più creativa e intelligente, su di essi. Sono temi ineludibili. Ma chi può mai lavorare a una prospettiva del genere?
Gli accordi capestro della Fiat avvicinano quello che un tempo era l'esercito dei «garantiti» alla condizione di un sempre più diffuso precariato. Mentre i temi e i modi in cui è andata crescendo la lotta contro la distruzione di scuola, università, ricerca e cultura fa di quel movimento, composto da precari attuali (ricercatori e studenti che lavorano per mantenersi agli studi) e futuri (milioni di giovani a cui è stato rubato il futuro), il segmento più organizzato dell'oceano del precariato italiano.
La domanda di saperi che non servano a costruire operatori, tecnici, insegnanti e ricercatori asserviti a datori di lavoro estemporanei o a imprese ed enti fantasma, dove nessuno avrà mai la sicurezza di un reddito né la possibilità di realizzare le proprie potenzialità, non traduce solo il rigetto della riforma Gelmini e la critica pratica delle forme e dei modi in cui la trasmissione dei saperi viene organizzata e finanziata. Esprime soprattutto la rivendicazione - che può farsi proposta, pratica attiva, percorso di realizzazione - di una riforma della ricerca e dei saperi che investa i contenuti della conoscenza, le sue le finalità, la frantumazione dei saperi in tanti ambiti disciplinari privati di qualsiasi consapevolezza.
Per questo il tema centrale di ogni possibile riforma di scuola, università, saperi, cultura dovrebbe essere la conversione ecologica: una prospettiva che richiede l'integrazione di conoscenze sociali, tecniche, giuridiche, economiche, storiche con pratiche fondate sul confronto e la lotta, ma anche sulla capacità di fare proposta e di promuovere organizzazione. Pratiche che possono trovare punti di riferimento e di applicazione concreti nelle lotte dei precari, dei lavoratori delle fabbriche in crisi, dell'opposizione esplicita o soffocata (come i «sì» di Mirafiori) all'avvento del nuovo feudalesimo aziendale.
(20 gennaio 2011)
mercoledì 19 gennaio 2011
Sciopero Fiom, a Jesi la 'Notte Bianca' della Fiat
Il programma della mobilitazione del 28 gennaio nelle Marche
Dopo Mirafiori, la Fiom delle Marche con il segretario generale Giuseppe Ciarrocchi traccia il percorso che condurrà il sindacato allo sciopero generale del 28 gennaio. Lo si apprende in una nota della sigla di categoria che annuncia una serie di iniziative tra cui, anzitutto, l'appello per raccogliere firme a sostegno della lotta per i diritti dei lavoratori. Le assemblee per spiegare i contenuti dell’accordo di Mirafiori si stanno svolgendo in tutta la regione e nei sit-in nelle principali piazze marchigiane.
Domani, 20 gennaio, è in programma l’arrivo di Maurizio Landini, segretario generale delle tute blu Cgil, per partecipare alle assemblee alla Fiat Cnh di Jesi, dalle ore 8 alle 9 e poi dalle 17 alle 18. Sempre domani, a partire dalle ore 9,30, Landini prenderà parte all’assemblea regionale di delegati Fiom alla Fiera della Pesca di Ancona, aperta anche a rappresentanti di altri movimenti e associazioni. La giornata di Landini si concluderà alle 21 a Jesi con un incontro al centro sociale di Jesi, Tnt.
Per lo sciopero generale, nelle Marche è prevista la "Notte Bianca" della Fiat: dalla mezzanotte fino alle 8,30 del mattino, lavoratori e sindacalisti, con l’adesione di movimenti e associazioni, si ritroveranno davanti allo stabilimento della Fiat Cnh di Jesi. Poi, alle ore 10, la manifestazione per lo sciopero: il concentramento è al Mandracchio di Ancona per poi dare vita al corteo per le vie della città.
se magna, se canta, se svina
ps. Per la buona riuscita dell'iniziativa si auspica una massiccia presenza dei lavoratori
martedì 18 gennaio 2011
MIRAFIORI. Referendum, una lezione al paese, di Felice Roberto Pizzuti dal Manifesto
Nella situazione italiana, il risultato del referendum a Mirafiori è una vittoria morale per chi ha votato No e una lezione che gli operai hanno dato al Paese e a quanti, anche tra le forze progressiste e di sinistra, hanno dato segni d'inconsapevolezza del reale valore della posta in gioco alla Fiat e delle sue molteplici dimensioni economiche, di democrazia e etiche.
Sul piano economico, la Fiat ha riproposto la logica che in anni di dibattito è stata riconosciuta come la causa strutturale del declino economico (e non solo) del nostro Paese; essa è consistita nel perseguire con miopia la competitività essenzialmente sul piano dei prezzi - riducendo il costo del lavoro e aumentando la sua flessibilità d'impiego (la cosiddetta corsa al ribasso delle condizioni economico-sociali) - anziché puntare sulla più lungimirante innovazione tecnologica e qualitativa e sul corrispondente maggior impiego di lavoro stabile e qualificato che identificano i paesi nella fascia alta della divisione internazionale del lavoro ( e dello sviluppo economico-sociale). Sul piano economico aziendale è particolarmente significativo che l'incentivo dato al top management che propone e attua la strategia aziendale sia legato a risultati finanziari di breve periodo (il valore delle stock options) e non ai risultati produttivi; e infatti, le quote di mercato della Fiat sono in caduta libera mentre il valore delle sue azioni crescono!
Il referendum di Mirafiori poneva e pone in discussione anche questioni che riguardano le regole della democrazia del lavoro e della democrazia tout-court. Come si può ammettere un voto cui si partecipa con la pistola puntata alla tempia che minaccia i lavoratori, in caso di esito sgradito all'impresa, di eliminare il posto di lavoro, cioè la fonte di sostentamento per loro e la loro famiglia? Più ancora la vicenda Fiat dovrebbe imporre all'attenzione aspetti morali. La Fiat è guidata da un manager la cui paga base è circa quattrocento volte il salario dei suoi operai (con le stock options il rapporto sale a diverse migliaia di volte), e opera per conto di una proprietà i cui membri storici più "illustri" solo pochi mesi fa hanno accettato una transazione giudiziaria con il fisco italiano che contestava loro evasione fiscale ed esportazione illegale di capitali all'estero per miliardi di euro; così stando le cose, come si può criticare la resistenza dei lavoratori al ricatto di accettare un ulteriore peggioramento delle condizioni minime di lavoro rispetto a quanto avviene nelle altre grandi imprese automobilistiche europee dove i salari sono superiori anche del 30-40%, l'orario di lavoro è inferiore, i bilanci aziendali sono positivi e le quote di mercato sono crescenti? E come è possibile che queste posizioni, che paradossalmente si ammantano di modernità, possano beneficiare di un consenso molto diffuso anche tra le forze progressiste e di sinistra? Quest'ultima domanda rivela essa stessa la situazione di crisi drammatica in cui versa il nostro Paese che è non solo economica, ma anche civile e morale. Se è vero che un uomo è quello che fa, un paese è cosa produce, come lo produce, come assegna e impiega inizialmente le sue risorse (a cominciare dal tempo di formazione, di lavoro e libero), come ripartisce la responsabilità e l'informazione concernenti le decisioni produttive e come ne distribuisce i risultati. Il declino del nostro paese in atto da almeno due decenni è connesso a peggioramenti progressivi su tutti questi piani che concorrono allo sviluppo economico, sociale e civile. I beni prodotti e le tecniche utilizzate sono sempre più "maturi"; ne segue che non abbiamo bisogno di ricerca e di istruzione (i tagli ai finanziamenti della scuola e dell'università non sono un caso e non dipendono solo dalla crisi; come è noto, «la cultura non si mangia» e questo non è più un paese per persone istruite); si cercano invece lavoratori dequalificati da impiegare in modo "flessibile" e basso costo; il reddito e la ricchezza in senso lato crescono meno e necessariamente vengono distribuiti nel modo sempre più sperequato corrispondenteall'organizzazione produttiva; le condizioni dei diritti delle condizioni del lavoro e sociali necessariamente devono essere adeguati al ribasso. Il voto No espresso dagli operai di Mirafiori va inteso come un segnale di resistenza e d'inversione rispetto a questa china; le forze progressiste del Paese non dovrebbero ignorare questo segnale, ma accoglierlo e valorizzarlo. E a proposito di questioni etiche, sarebbe opportuno che la necessità di riportare l'attenzione sulle problematiche connesse alla vicenda Fiat non venisse "distratta" più di tanto dalla deprimente discussione sulle abitudini sessuali del premier, poiché pregiudicare le regole democratiche e la dignità del lavoro è una questione incomparabilmente più grave, che intacca la struttura portante della nostra convivenza. i no al referendum imposto dall'ad Marchionne. I sì, nella consultazione di venerdì scorso, hanno raggiunto il 54% grazie a impiegati e lavoratori notturni. MAURIZIO LANDINI «O si riapre la trattativa o se la Fiat vuole andare avanti, noi metteremo in campo tutte le azioni necessarie, sindacali, contrattuali e anche giuridiche». Lo ha detto ieri il segretario Fiom.
Per Marchionne il lavoro è una commodity e leggi e contratti non esistono
di Giorgio Cremaschi
L’intervista che il direttore de “La Repubblica” ha fatto all’Amministratore Delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha il pregio dell’assoluta chiarezza. Non c’è’ una sola parola nelle due pagine dell’intervista che faccia riferimento alla Costituzione, al Contratto nazionale, allo Statuto dei lavoratori. Per Marchionne semplicemente non esistono. Non a caso tutto il suo ragionamento è fondato sul più puro diritto commerciale. Il lavoro è una merce che deve essere acquistata ai prezzi del mercato internazionale, come il petrolio o il grano. Il lavoro è quella che nel gergo di Marchionne si chiama una commodity, cioè una merce per cui vale solo il prezzo di mercato ma non le specifiche particolarità dei contratti.
Tutto il suo ragionamento ha questa brutalità ed è davvero penoso che poi, alla fine, si rispolveri come goffo contentino, la promessa di aumentare gli stipendi e di far partecipare agli utili. Quest’ultima venne già lanciata nel 1920, alla vigilia del fascismo, dal fondatore della Fiat, Gianni Agnelli. Quanto alla promessa di aumenti è bene ricordare che intanto i salari sono stati calati, cancellando il premio di risultato di 1.200 euro all’anno.
Nelle due pagine dell’intervista ancora una volta Marchionne non dice nulla sui suoi progetti industriali, che a questo punto appaiono sempre più fumosi e privi di credibilità. Mentre parla con chiarezza il gergo delle multinazionali e della speculazione finanziaria, quello che ha fatto sì che con il risultato del referendum salisse il titolo Fiat, indipendentemente dalla produzione effettuata. La proprietà Fiat sta guadagnando con le azioni, e Marchionne con le stock option, anche senza produrre e vendere automobili e questa è la dimostrazione che la strategia di Marchionne è solo di speculazione finanziaria.
Tutto il suo ragionamento ha questa brutalità ed è davvero penoso che poi, alla fine, si rispolveri come goffo contentino, la promessa di aumentare gli stipendi e di far partecipare agli utili. Quest’ultima venne già lanciata nel 1920, alla vigilia del fascismo, dal fondatore della Fiat, Gianni Agnelli. Quanto alla promessa di aumenti è bene ricordare che intanto i salari sono stati calati, cancellando il premio di risultato di 1.200 euro all’anno.
Nelle due pagine dell’intervista ancora una volta Marchionne non dice nulla sui suoi progetti industriali, che a questo punto appaiono sempre più fumosi e privi di credibilità. Mentre parla con chiarezza il gergo delle multinazionali e della speculazione finanziaria, quello che ha fatto sì che con il risultato del referendum salisse il titolo Fiat, indipendentemente dalla produzione effettuata. La proprietà Fiat sta guadagnando con le azioni, e Marchionne con le stock option, anche senza produrre e vendere automobili e questa è la dimostrazione che la strategia di Marchionne è solo di speculazione finanziaria.
lunedì 17 gennaio 2011
Lettera alle iscritte e agli iscritti della Fiom
Care metalmeccaniche, cari metalmeccanici iscritti alla Fiom, care compagne, cari compagni, è in atto il più grave attacco ai diritti e alle libertà del mondo del lavoro dal 1945 a oggi. Tutto è in discussione, il contratto nazionale, gli orari di lavoro, il salario, i diritti e le libertà.
Tutto si vuol cancellare senza consultare davvero le lavoratrici e i lavoratori. Sugli accordi separati nazionali che distruggono contratti, diritti e libertà, si rifiuta il referendum perché si teme il no di un voto libero. Invece si impongono consultazioni capestro fondate sulla minaccia della perdita del posto di lavoro. Solo chi subisce questo ricatto può votare e la sua rinuncia a tutto dovrebbe poi valere per tutti.
Negli stabilimenti Fiat di Pomigliano e Mirafiori, a Napoli e a Torino, l'azienda ha deciso che non si applicherà più il contratto nazionale. Non ci saranno più le 40 ore settimanali, gli straordinari obbligatori triplicheranno, verranno tagliate le pause e aumentati i ritmi di lavoro, si imporranno le turnazioni più disagiate e le lavoratrici e i lavoratori saranno sempre a disposizione dell'azienda, per ogni mansione, per ogni turno. Verrà proibito ammalarsi, perché tutte le malattie saranno considerate assenteismo da punire.
Non si potrà più scioperare pena il licenziamento e non si potranno più scegliere con il voto libero e segreto i rappresentanti sindacali, si aboliscono le elezioni delle rsu e le libere assemblee e si vuole eliminare la Fiom in fabbrica. Gli unici sindacalisti ammessi in azienda saranno quelli nominati dalle organizzazioni sindacali che accettano la fedeltà al regime brutale imposto ai lavoratori. I lavoratori dovranno solo piegare la testa alle pretese dell'azienda, anche alle più ingiuste e distruttive della salute e della dignità.
La Fiom a tutto questo ha opposto un chiaro NO e proprio per questo oggi subisce un attacco che ne vuol mettere in discussione la stessa esistenza, con una prepotenza autoritaria che non ha precedenti negli ultimi decenni. Altre organizzazioni sindacali hanno accettato il ricatto della Fiat spiegando che così si salvano i posti di lavoro. In realtà hanno pensato solo a salvare se stesse, ma così si sono messe in condizioni di subire qualsiasi ricatto, in qualsiasi situazione, in qualsiasi azienda.
I diritti che ancora abbiamo non sono nostri. Essi nascono dalle lotte di coloro che ci hanno preceduto e li hanno conquistati a caro prezzo. Noi abbiamo il dovere di difenderli non solo per noi, ma ancor di più per coloro che verranno dopo di noi.
Se si affermasse ovunque il modello della Fiat, tutto il lavoro sarebbe condannato al superfruttamento. Già oggi i giovani subiscono una precarietà vergognosa. Quale futuro vogliamo costruire? La Fiom è oggi sotto attacco perché ha deciso di non piegare la testa e chi vuole distruggere il contratto e i diritti sa che non ce la può fare finché la Fiom resiste e lotta.È capitato così sulle spalle della nostra organizzazione e di tutti e tutte coloro che sono iscritti ad essa un compito eccezionale. Sono costose le ore di sciopero ed è molto più comodo in fabbrica e fuori piegarsi alla prepotenza. Ma sarà molto più duro e costoso un futuro con il ricatto continuo del licenziamento e senza contratto nazionale, senza un vero salario, senza limiti agli orari e alle flessibilità, senza diritto di sciopero e senza libertà.
Il sindacato è nato per impedire che le lavoratrici e i lavoratori si facessero concorrenza al ribasso tra loro pur di lavorare. Ora, nel nome della globalizzazione, si vuol tornare a quella competizione selvaggia. Non si conserva il lavoro inseguendo le peggiori condizioni e i salari piu bassi! Il lavoro si difende con gli investimenti, la ricerca, l'innovazione e anche con la giustizia sociale. Chi si piega al ricatto del supersfruttamento non salva il lavoro, ma al contrario accetta che esso sia ancora più incerto e precario. La Fiom non vuol tornare alle condizioni dell'800, a una società dove non ci sono più diritti e contratti e la stessa Costituzione della Repubblica diventa un peso che, nel nome della competizione, bisogna scaricare al di fuori di ogni luogo di lavoro.
Essere iscritti alla Fiom in questo momento richiede un impegno e un coraggio particolari per contrastare la paura e la rassegnazione. Il sindacato oggi deve dare coraggio alle tante lavoratrici e ai tanti lavoratori che subiscono i ricatti della crisi e le prepotenze del padrone. Oggi più che mai il sindacato deve servire per darsi quella forza che uno per uno non si ha.
Tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori oggi hanno bisogno della Fiom, in tanti oggi, anche nella società, sostengono le nostre scelte sentendo in esse una speranza per il futuro. Facciamoci forza nella Fiom, abbiamo con noi la ragione, la giustizia e il diritto, contiamo sulla partecipazione, il coraggio e l'orgoglio di tutte e tutti. Assieme fermeremo l'aggressione ai diritti e alle libertà, assieme affermeremo la dignità del lavoro in una società più giusta. Sarà dura, ma ce la faremo.
Federazione impiegati operai metallurgici CGIL
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