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venerdì 5 novembre 2010

Intervista a Gianni Rinaldini - "Il 16 ottobre ci ha detto che esiste un'altra strada" di Piccioni Francesco

LA CGIL CHE VOGLIAMO • Intervista al coordinatore, Gianni Rinaldini
La nomina della Camusso a segretario generale della Cgil non ha messo fine alla dialettica interna. Anzi, le sue dichiarazioni programmatiche e soprattutto la «pratica» (è in corso una trattativa sulla «produttività» con Confindustna) sembrano accentuare le differenze. Gianni Rinaldini, coordinatore dell'area «La Cgil che vogliamo», stavolta mette da parte la diplomazia.
Quali strade per il sindacato, ora?
La Cgil è a un bivio. Tra la necessità di affermare una pratica contrattuale e rivendicativa e quella di rovesciare ciò che Confindustria, Cisl, Uil e governo hanno costruito nel corso di questi anni come risposta alla crisi. E' necessario fare un'operazione di verità: stanno attuando con assoluta coerenza la distruzione della struttura dei diritti (ultimo esempio il Collegato lavoro) e del contratto. Non siamo - anche nei rapporti sindacali - di fronte a divergenze su questa o quella rivendicazione; ma ad un progetto fondato sulla riduzione del contratto nazionale a puro elemento di «cornice generale»; dove gli aumenti retributivi sono legati a questo o quell'indice inflazionistico, e i diritti vengono nel frattempo demoliti sul piano legislativo. E tutto il resto, a partire dall'orario di lavoro, viene derogato alla contrattazione di secondo livello. Oppure, come variante, queste materie contrattuali vengono trasferite a licello aziendale o territoriale. Mentre la crescita della parte retributiva viene relegata a livello aziendale, nella forma totalmente variabile legata alla produttività, agevolata con misure fiscalo.
Ci sono già passi concreti?
Ritengo grave che quest'ultimo aspetto sia presente nell'accordo tra le parti sociali fatto come proposta al governo, che non a caso - con Sacconi - ha già detto che sarà recepito. Nello stesso tempo, cresceranno ovunque, sotto diverse forme, gli enti bilaterali, che assumono sempre più caratteristiche sostitutive- non «integrative» - di parti rilevanti dello stato sociale. Si può dire, al momento, che tutto quanto era previsto nel «piano Maroni» del 2001 - completato dal Libro bianco di Sacconi - è stato fatto. Manca solo il preannunciato «statuto dei lavori».
Dove sbaglia l'attuale dirigenza?
Rispetto a questo scenario, la Cgil non pub continuare a balbettare con la logica della «riduzione del danno». Deve definire una propria idea, proposta e pratica rivendicativa coerente, fondata sulla riconquista del contratto nazionale e l'autonomia negoziale, costruendo una mobilitazione e una reale iniziativa in tema di diritti, tutele, occupazione, democrazia.
Non è utile Il tavolo ora aperto?
Un tavolo sulla produttività, in questo quadro, è completamente privo di senso; la prima cosa che dovrebbe chiedere un sindacato è il blocco dei licenziamenti. Come peraltro hanno fatto altri sindacati in Europa, a cominciare dalla Germania. Qui c'è già l'11%o di disoccupazione. L'elemento centrale, e per me assolutamente discriminante, è il terreno della democrazia. Tanto più di fronte a un pluralismo sindacale. Si può articolare in materia una proposta, che però non può prescindere da un dato: i lavoratori debbono potersi esprimere tramite referendum, anche su posizioni diverse, sulle loro piattaforme e i loro contratti. Questo non è in realtà un dato scontato nemmeno per la Cgil. Perché so bene - visto in quanti parlano di «innovazione» e «modernità» - che si tratta di affermare la democrazia come diritto dei lavoratori e non come proprietà delle organizzazioni sindacali. Questo è un elemento di assoluta novità nella storia del movimento operaio. Anch'io negli anni '70 consideravo sbagliato lo strumento del referendum; la nostra cultura d'allora privilegiava il ruolo dell'organizzazione rispetto all'esercizio del voto. E' singolare che tutti quelli che parlano ora di «innovazione» non assumano questo come il vero elemento di novità, l'unico che permette di affermare una vera autonomia delle organizzazioni sindacali.
Ci sarà uno sciopero generale?
 Dopo la manifestazione del 27, penso si debba passare attraverso una mobilitazione generale dei lavoratori. Perché non si tratta solo di proclamare lo sciopero, ma di costruirlo con una campagna di massa nei posti di lavoro, le università, le scuole, tra i precari. Per esempio, spiegando cosa combina il «Collegato lavoro» sui diritti, cosa sta succedendo sul piano della contrattazione o sul taglio dei servizi e della spesa sociale. Bisogna porre la Cgil al centro del disagio profondo presente nel paese, che può prendere altre strade, se non trova un riferimento di aggregazione e speranza.
Ma intanto si sta trattando...
Il problema vero, che capisco ma non condivido, è che c'è una profonda contraddizione tra il proclamare uno sciopero generale contro Confindustria e governo e, nel frattempo, proseguire tavoli generali e fare «avvisi comuni» con Confindustria. È per queste ragioni, quindi, che la Cgil si trova davvero di fronte a un bivio. In cui l'aspetto della democrazia, sia nei confronti dei lavoratori che all'interno dell'organizzazione, diventa l'aspetto decisivo. Sono assolutamente convinto che non c'è futuro per organizzazioni di massa come la Cgil, che tengono assieme milioni di lavoratori e pensionati, se non sono fondate su un radicale processo di democrazia. Purtroppo, nel recente congresso, con un'operazione statutaria, abbiamo avuto un preoccupante peggioramento. Basti pensare che è stato respinto persino un emendamento teso ad affermare che, a fronte di posizioni diverse, fosse vincolante presentare queste posizioni in tutte le assemblee degli iscritti.
Sembra un percorso tutto in salita. Dove vedi la speranza?
Credo che la manifestazione del 16 abbia dimostrato - prima, durante e dopo - che non esiste un problema di isolamento nei rapporti con la gente; ma che viceversa c'è una grande aspettativa e disponibilità alla costruzione di un'opposizione proposi-t iva, alternativa, sui processi sociali e politici in atto.

giovedì 4 novembre 2010

QUALE MISSIONE PRODUTTIVA GIOCHERA’ LO STABILIMENTO FIAT CNH DI JESI NEGLI ANNI PROSSIMI A VENIRE?

Nell’ultimo incontro avvenuto all’Associazione Industriali di Ancona il 19 Luglio scorso tra Fiat CNH e le O.O.S.S. l’Azienda ha richiamato i sindacati alla necessità di una “riflessione” sopra lo stabilimento jesino, sulle difficoltà che i nostri trattori incontrano sul mercato,e sulle possibili scelte legate ai nuovi modelli che la CNH potrebbe fare o non fare su Jesi: il tutto senza però accennare ad alcun elemento concreto degno di poter essere discusso.
Se aggiungiamo che in tutto il gruppo FIAT è oggi in atto un pesante riassetto (lo spin-off dell’auto, l’acquisizione della Chrysler, la chiusura di siti produttivi come Imola e Termini Imprese per citarne alcuni) dentro la quale si stanno ridisegnando le missioni produttive dei vari stabilimenti in base alle scelte aziendali e agli effetti prodotti dalla crisi, è difficile immaginare che tutto ciò non possa riguardare anche il futuro dei lavoratori di Jesi.
E’ nostra intenzione allora pretendere di capire con estrema chiarezza a partire dal prossimo incontro in Assindustria quali scelte aziendali e quali prospettive produttive e occupazionali sono previste per Jesi in termini di numeri di macchine, livelli occupazionali e nuovi modelli per i prossimi anni.
L’incontro che avrebbe dovuto tenersi il 21 Ottobre viene continuamente posticipato con la scusa degli impegni improrogabili, è da capire se dietro quella “riflessione” tanto decantata a Luglio e alla quale ci si sottrae ad Ottobre, si nasconda la possibilità che anche su Jesi possano gravare scelte difficili e scomode per tutti.

In secondo luogo riteniamo opportuno affrontare un’altra questione rilevante per lo stabilimento: quello della qualità dei trattori che si producono a Jesi.
La qualità del prodotto è oggi considerata da tutti un elemento determinante per attrarre nuovi investimenti. Jesi secondo fonti indirette si sarebbe fatta un cattivo nome, e le misure prese nei mesi scorsi dall’Azienda nell’area Delibera andrebbero proprio a tentare di sanare quella situazione.
Noi crediamo che tale problema andrebbe risolto anche in un’altra direzione: quello di una valorizzazione Vera delle risorse interne allo stabilimento.
Dal nostro punto di vista la crisi dovrebbe essere l’occasione per mettere le persone giuste al posto giusto, l’occasione per favorire internamente quel ricambio soprattutto verso i livelli alti che agevolino scelte consone alle problematiche in fabbrica; da decenni assistiamo invece a responsabili irremovibili dal loro posto, preposti che il fatto di fare bene o male in officina è lo stesso, al massimo si cambia reparto, troppo spesso chi ha la responsabilità dei cambiamenti organizzativi e ha il dovere di risolvere i problemi che ne derivano, rappresentano essi stessi il problema, sia da un punto di vista tecnico organizzativo che nella comunicazione con i lavoratori della quale essi stessi sono i principali responsabili e dove le loro incapacità si trasformano troppo spesso in contestazioni disciplinari.
Tutto ciò con quale risultato?

Del prevalere della salvaguardia degli equilibri interni piuttosto che la risoluzione dei problemi strutturali dello stabilimento, della triste competizione tra turni per chi delibera qualche trattore in più, magari nascondendo qualche macchina il venerdì sul piazzale. Cose che tutti sanno, ma che nessunodice.
Quanto di tutto ciò incide sull’immagine dello stabilimento? Sono o non sono queste, rigidità che un sito produttivo come questo non può più permettersi?
E allora viene da chiedersi, l’uso-abuso dello straordinario, effetto dell’accumulo strutturale di incompleti sul piazzale, alternato alla CIGO, oltre che misura ingiusta nei confronti della gran parte dei lavoratori sottoposte alla decurtazione del salario, quanto dipende invece da incapacità dei preposti in fabbrica ?

In ultimo, alla qualità del trattore non può non accompagnarsi la qualità dell’ambiente in cui si lavora, una su tutte da troppo tempo ormai l’’Azienda sorvola sul problema dei “fumi” in officina 2, impegno che da anni rimane carta straccia.

Su tutto ciò urgono risposte concrete e non di facciata.

JESI, 3 NOVEMBRE 2010                                    LA RSU DELLA FIOM-CGIL

COMUNICATO FIOM JESI

Nella giornata odierna si è tenuto un incontro tra la Direzione di CNH Jesi e la RSU di stabilimento all’interno del quale sono emerse le seguenti argomentazioni:


- l’Azienda non ci ha ancora confermato la data dell’incontro sulla situazione e le prospettive produttive e occupazionali dello stabilimento, sarà comunicata a giorni;

- il numero di trattori prodotti per la fine dell’anno si attesterà sulle 23000 macchine come da previsione;

- il ricorso alla CIGO per ulteriori 3 giornate: il 29 Novembre, il 6 e 7 Dicembre;

- la chiusura natalizia andrà dal 24 al 31 Dicembre e per la copertura si farà ricorso all’utilizzo dei PAR nel numero di 6 giorni.

Dietro comunicazione al caposquadra sarà possibile, per chi ne avesse, utilizzare le Ferie al posto dei PAR; per chi invece fosse sprovvisto sia di ferie che di PAR sarà possibile tramite comunicazione al proprio caposquadra farsi anticipare nel numero massimo di 3 gg i PAR o le Ferie dell’anno 2011.



Jesi, 3 Novembre 2010                                                  la RSU della FIOM-CGIL

giovedì 28 ottobre 2010

Noi operai tedeschi più produttivi e con duemila euro netti al mese, da Repubblica


BERLINO - «Lavorare di più, come facciamo noi qui costruendo con passione le limousines col cerchio bianco e blu sul muso? Non so come sia da voi, ma da noi la perfezione costa: una buona paga, e la sicurezza del lavoro». Heinz, 31 anni, operaio Bmw, marito e padre di due bimbe alla periferia industriale di Monaco, sa quel che dice. «Più produttività?», incalza al telefono Gerd, 27 anni, scapolo di Wolfsburg, uno dei tanti che montano la Golf sognata dai giovani in tutto il mondo. «Noi la garantiamo, e abbiamo rinunciato alla voglia di aumenti continui. Ma in cambio il posto è sicuro. E 2.700 lordi alla catena di montaggio non sono pochi». Germania dell' auto, freddo autunno del 2010: qui la classe operaia non sogna d' andare in paradiso: è già piccola borghesia. Con la IgMetall come sindacato fortissimo, quasi una Confindustria dei Cipputi. Visto da qui, il dibattito aperto da Marchionne sembra cronaca da un altro mondo. Un freddo quasi da annuncio d' inverno russo, nella pianura bassosàssone, gela la Wolfsburg di fine ottobre. Al telefono ascolto gli operai di Volkswagen e Bmw. Il numero uno europeo dei generalisti, ma con in tasca marchi di lusso da far invidia, e il campione mondiale del premium. Sentiamo come i loro operai vivono e fanno i conti a ogni fine mese. «Con l' inizio della crisi internazionale», racconta Heinz, «arrivò la paura anche da noi. Vendite in crollo, parcheggi pieni di auto invendute. Col padrone per fortuna riuscimmo a negoziare, "loro" furono negoziatori duri ma anche partner capaci di ascoltare. Orario corto, meglio della cassa integrazione. Niente più straordinari, per molti rinuncia alla tredicesima. Accettammo di spostarci a rotazione tra Monaco, Dingolfing e Ratisbona, dove sorgono i tre grandi impianti, per dare più lavoro dove più serviva. Ma niente "taglio di esuberi", come si dice da voi». Governare insieme la nave nella tempesta fu più facile, con alle spalle decenni di concertazione inventata qui. «Adesso è cambiata la musica», spiega ancora il giovane padre di famiglia bavarese. «Gli impianti lavorano a pieno ritmo, straordinari a non finire». Ma la borghesia operaia del Mitteleuropa postmoderno raccoglie com' è giusto i suoi vantaggi. Moderazione salariale sì. «Ma da noi in Volkswagen l' operaio semplice alla catena di montaggio ha 2.750 euro lordi, l' addetto alla manutenzione tra 3.300 e 3.500», mi spiega Gerd. «Certo, il prelievo Irpef è pesante. Però i premi notturno valgono il 45% del salario mensile, altre indennità e il supplemento domenicale esentasse ci regalano un altro 30%. Poi io sono scapolo, ma per chi ha figli il Kindergeld, l' assegno familiare, vale 184 euro mensili per ogni bimbo. Pagare fitti per case belle, o un mutuo per una porzione di villino a schiera, è quotidiano possibile, non sogno. E in ferie da voi o in Francia o Spagna mi fa paura quanto meno posso comprare con un euro, rispetto che a casa». Facciamo i conti, con l' aiuto di un commercialista. All' operaio alla catena di montaggio, se è scapolo, dei 2.750 euro ne restano 1.714, se è sposato senza figli 1.975. All' addetto alla manutenzione dei 3.500 euro da scapolo ne rimangono 2.069, da sposato senza figli 2.377. Più straordinari, notturno, e extra domenicale, più 184 euro mensili per ogni figlio. Appartamenti decorosi in palazzine immerse nel verde a Wolfsburg. Immobili simili o villini a schiera attorno alle tre città della Bmw. «Io sono troppo giovane - racconta Gerd di Wolfsburg - so solo dai racconti dei colleghi anziani del trauma del ' 93, l' accordo salvalavoro, orario corto e molto meno salario per lavorare tutti. Oggi il padrone ha utili per miliardi di euro, le ultime intese sulla moderazione salariale significano in pratica che in cambio è impossibile licenziarci. E con voli low cost o ferie tutto compreso la vacanza di famiglia fuori confine torna possibile. A Mallorca, in Croazia o magari da voi in Italia».

mercoledì 27 ottobre 2010

Fiat, la falsa scorciatoia della de-localizzazione

di Luciano Gallino
Se si mettono insieme diagnosi e proposte formulate in tv dall'ad Sergio Marchionne si è forzati a concludere che il grosso della produzione di Fiat auto è ormai destinato a svilupparsi all'estero. Non si vede infatti come sia possibile raccordare le prime con le seconde.

Dal lato delle diagnosi, l'ad forse esagera quando afferma che l'Italia è al 118/mo posto su 139 per efficienza del lavoro, ma ha ragione nel dire che negli ultimi 10 anni l'Italia non ha saputo reggere il passo con gli altri paesi - aggiungendo subito che non è colpa dei lavoratori. Il problema è che da parte sua neanche la Fiat ha saputo reggere il passo con gli altri costruttori europei. Una parte delle difficoltà del gruppo proviene certo dalla situazione del paese. Però di suo, nel decennio, Fiat ci ha messo sia la difficoltà a produrre e vendere su larga scala modelli di fascia medio-alta, quelli su cui si guadagna sul serio (anche quando ne aveva di eccellenti, come accadde con l'Alfa 156), sia una organizzazione complessiva della produzione, e con essa della filiera della fornitura, che ha ridotto a livelli troppo bassi l'utilizzazione degli impianti nazionali. Si parla del 30-40 per cento, mentre gli stabilimenti francesi e tedeschi fan segnare tassi di utilizzazione all'incirca doppi.

Se questi sono i problemi cruciali di Fiat Auto, è arduo capire come il famoso piano Fabbrica Italia riesca a risolverli. Forse riducendo le pause da due di 20 minuti a tre di 10 minuti, come a Pomigliano e a Melfi? Oppure introducendo la nuova metrica del lavoro contenuta nel documento di aprile (19 pagine su 36!) che sotto l'etichetta dell'ergonomia intensifica in ogni minuto secondo la prestazione fisica e mentale dell'operaio? Allo scopo di far salire l'utilizzazione degli impianti la soluzione starebbe semmai nella concentrazione della produzione in due o tre stabilimenti, e nel completo ridisegno della filiera della componentistica, in modo da ridurre drasticamente i chilometri che ogni pezzo percorre prima di arrivare dove viene montato. Può anche darsi che la soluzione che Fiat ha in mente sia appunto questa. Ma se tale fosse il disegno, sarebbe preferibile dirlo, piuttosto che girare attorno alla questione insistendo sull'anarchia degli stabilimenti italiani che impedisce di produrre, per addetto, quanto in Polonia o in Argentina.

L'ad Marchionne ha anche detto - così riportano le cronache - che se le anomalie della gestione degli stabilimenti italiani cessassero, sarebbe disposto a portare il salario dei dipendenti a livello dei nostri paesi vicini. Questi sono la Francia, la Svizzera e l'Austria. Poco più in là c'è la Germania. Ora, nel 2008, il salario annuo lordo dei dipendenti dell'industria e dei servizi, esclusa pubblica amministrazione, istruzione, sistema sanitario e simili, era - a parità di potere d'acquisto - di circa 23.000 euro in Italia, 30.000 in Francia, 35-36.000 in Svizzera e Austria, 42.000 in Germania. Portare i nostri salari a livello dei vicini significherebbe dunque aumentarli tra il 30 e l'80 per cento.

Roba da correre subito, se uno ci crede, a sottoscrivere il piano Fabbrica Italia. Se non fosse che quel piano dovrebbe prima spiegare come si raddoppia o magari si triplica l'utilizzazione degli stabilimenti Fiat in Italia; come si articola la produzione di quei due terzi di auto che sono fabbricati al di fuori di essi; e come si pensa di affrontare nei prossimi anni un mercato europeo dove i costruttori francesi e tedeschi propongono al momento 20-22 modelli di auto ciascuno, grosso modo il doppio di Fiat, ed i consumatori probabilmente non aspettano il 2014 se hanno intenzione e mezzi per cambiare la macchina. In mancanza di questo corredo esplicativo, lo scenario cui dobbiamo guardare con rammarico e preoccupazione è una Fiat, unico tra i grandi costruttori europei, che in sostanza si accinge a fare del suo paese uno dei tanti in cui de-localizza secondo convenienza le sue produzioni. 

lunedì 25 ottobre 2010



di Giorgio Cremaschi

Tutto sommato bisogna ringraziare la trasmissione di Fazio. Anche se le intenzioni erano evidentemente diverse e volevano riequilibrare a  favore della Fiat l’effetto della manifestazione del 16 ottobre, il risultato è stato paradossale. Sergio Marchionne, con la possibilità di esprimersi senza alcun contraddittorio, si è manifestato in tutta la sua brutale arroganza.
L’Amministratore delegato della Fiat si è scagliato contro l’anarchia dei suoi stabilimenti e dell’Italia per giustificare il fatto che non è in grado di presentare, in televisione come nelle trattative, un programma, un prodotto, una strategia. Grazie a quella trasmissione si è potuto così verificare che la campagna mediatica contro la Fiat che Marchionne ha lamentato, viene dalla Fiat stessa. E’ la direzione stessa dell’azienda, che con dati privi di qualsiasi fondamento e con atteggiamenti sprezzanti da padroni delle ferriere o da pessima multinazionale, si fa campagna contro.
Dopo l’uscita televisiva di Marchionne le ragioni della Fiom sono più valide e chiare agli occhi di tutti.

domenica 24 ottobre 2010

Un nuovo paradigma per l’Ue dopo Cristo


di Franco Berardi "Bifo"
All’inizio dell’autunno 2010 Sergio Marchionne ha dichiarato che lui vive nell’epoca dopo Cristo, e non può stare ad ascoltare le considerazioni che provengono da gente che vive nell’epoca prima di Cristo. La blasfema metafora di Marchionne vuol dire che da quando esiste la globalizzazione non si possono rivendicare quei diritti e quelle garanzie sociali che vigevano prima della globalizzazione. Se dobbiamo competere con economie emergenti nelle quali il costo del lavoro è inferiore al costo del lavoro degli operai europei, dobbiamo abbassare i salari europei. Se dobbiamo competere con economie nelle quali l’orario di lavoro è illimitato e le condizioni di lavoro sono selvagge – scarse garanzie di sicurezza sul lavoro, turnazioni massacranti, precarietà del rapporto di lavoro – anche in Europa bisogna abolire i limiti all’orario settimanale, rendere obbligatorio lo straordinario, rinunciare alla sicurezza del posto di lavoro e così via. In termini brutali così potremmo tradurre il pensiero di Sergio Marchionne (che del resto esprime il pensiero ufficiale dell’Unione europea dopo la svolta seguita alla crisi greca di primavera): l’evoluzione del capitalismo richiede l’abrogazione di fatto dei principi che discendono dalle tradizioni Socialista, Illuminista e Umanista, e naturalmente dei principi che definiscono la democrazia, ammesso che questa parola significhi qualcosa. Vorrei aggiungere un’ultima considerazione, giocando un po’ con la metafora cristologica del signor Marchionne. Nell’epoca dopo Cristo di cui parla lui anche il principio cristiano dell’amore per il prossimo va cancellato, ridotto al più a predica domenicale.

E’ questa l’Europa che vogliamo? A questa immagine di sé ha deciso di piegarsi l’Europa? Ed il pensiero marchionnico coincide con la politica dell’Ue?
Naturalmente più che di principi qui si tratta di rapporti di forza. Negli ultimi anni la classe finanziaria, dominante nel governo economico del mondo, ha usato le potenze tecniche globalizzanti per aumentare enormemente la quota di ricchezza che in forma di profitto e di rendita finanziaria va nelle tasche di una minoranza. La classe operaia e il lavoro cognitivo multiforme non hanno potuto resistere all’attacco seguito alla globalizzazione. 
Questa distribuzione della ricchezza confligge però con la stessa possibilità di uno sviluppo ulteriore del capitalismo perché la riduzione del salario globale provoca una generale riduzione della domanda. Si sta verificando un effetto di impoverimento che rende la società sempre più fragile e aggressiva, ma anche un effetto deflattivo che rende impossibile lo stesso rilancio della crescita.
Come se ne esce? Il signor Marchionne e i suoi sodali, che vivono nell’epoca dopo Cristo, fanno questo ragionamento: se la deregulation ha prodotto il collasso sistemico col quale sta facendo i conti l’economia globale, allora occorre maggiore deregulation. Se la detassazione degli alti redditi ha portato al restringimento della domanda, allora ci vuole un’ulteriore detassazione degli alti redditi, se l’iper-sfruttamento ha portato a una sovraproduzione di automobili invendute ed inutili, allora occorre intensificare la produzione di auto. Sono forse pazzi, costoro? Penso di no, penso che siano incapaci di pensare in termini di futuro, che siano nel panico, terrorizzati dalla loro stessa impotenza. Hanno paura. Tutto quello che sanno fare è aumentarsi lo stipendio e i dividendi per i loro commensali.
La borghesia moderna era una classe fortemente territorializzata, legata a un patrimonio materiale che non poteva prescindere dal rapporto con il luogo, con la comunità. Il ceto finanziario che domina la scena del nostro tempo non ha alcun rapporto di affezione col territorio né con la produzione materiale, perché il suo potere e la sua ricchezza si fondano sull’astrazione perfetta della finanza moltiplicata per il digitale. L’iper-astrazione digital-finanziaria sta liquidando il corpo vivente del pianeta, e il corpo sociale.
Ma può durare? Dopo la crisi greca si è costituito un direttorio Merkel-Sarkozy-Trichet che ha stabilito, senza alcuna consultazione dell’opinione pubblica, di concentrare dal 2011 il potere di decisione sull’economia dei diversi paesi esautorando di fatto ogni istanza parlamentare. Potrà davvero questo direttorio commissariare la democrazia nell’Unione, sostituirla con un comitato d’affari che fa capo ai direttori delle grandi banche? Potrà imporre un sistema di automatismi per i quali, se vuoi far parte dell’Unione devi ridurre i salari dei dipendenti pubblici, licenziare un terzo degli insegnanti e così via?
Il 16 ottobre a Roma e a Parigi si sono tenute due immense manifestazioni che mi fanno pensare che la dittatura finanziaria non riuscirà a stabilizzarsi. 
Può darsi che Sarkozy riesca a far passare la legge che prolunga il tempo di vita lavoro fino a 65 anni, e in Italia le politiche di taglieggiamento del salario operaio e dei diritti operai non finiranno certo con la prossima caduta del governo Berlusconi.
Questo lo so. Ma nei paesi latini (cattolici) del mondo europeo la dittatura europea non si stabilizzerà, perché nei prossimi mesi e nei prossimi anni assisteremo a un diffondersi, contraddittorio, talvolta violento, ma persistente di insubordinazione sociale che sempre più individuerà il vero nemico – non nei governi nazionali, ma nell’Unione stessa, nel suo direttorio granitico e nelle sue tecniche di governance apparentemente neutrali. E allora a quel punto occorrerà abbattere l’Europa presente, perché l’Europa possibile emerga finalmente.
Allora dovremo chiederci: ma è proprio vero che dobbiamo competere secondo la regola economica? Se proprio di competizione dobbiamo parlare (e la parola è sbagliata) perché non pensare alla competizione tra stili di vita, modalità dello spirito pubblico, livelli di felicità e di godimento per l’organismo sensibile collettivo? Non sono forse questi criteri che nel lungo periodo dell’evoluzione umana possono avere una forza attrattiva superiore al prodotto nazionale lordo, alla quantità di petrolio bruciato, e al numero di centrali nucleari?
Quello che vogliono gli esseri umani (fin quando non sono preda di un’ossessione psicotica che si chiama avarizia) è vivere in modo piacevole, tranquillo, possibilmente a lungo, consumando ciò che è necessario per mantenersi in forma e per fare all’amore.
Tutti quei valori politici o morali che hanno reso possibile il perseguimento di uno stile di vita di questo genere li abbiamo chiamati un po’ pomposamente “civiltà”.
Ora vengono i Marchionne a raccontarci che se vogliamo continuare a giocare il gioco che si gioca nelle borse e nelle banche, dobbiamo rinunciare a vivere in modo piacevole, tranquillo, eccetera. Ovvero dobbiamo rinunciare alla civiltà. Ma perché dovremmo accettare questo scambio? L’Europa è ricca non perché l’euro è solido sui mercati internazionali o perché i manager fanno quadrare i conti del loro profitto. L’Europa è ricca perché ci sono milioni di intellettuali di scienziati e di tecnici, di poeti e di medici, e milioni di operai che hanno affinato per secoli il loro sapere. L’Europa è ricca perché nella sua storia ha saputo valorizzare la competenza e non solo la competitività, ha saputo accogliere e integrare culture diverse. È ricca anche, bisogna pur dirlo, perché per quattro secoli ha sfruttato ferocemente le risorse fisiche e umane degli altri continenti.
Dobbiamo rinunciare a qualcosa, ma a cosa precisamente? 
Certamente dovremmo rinunciare all’iper-consumo imposto dalle grandi corporation, ma non credo che dovremmo rinunciare alla tradizione umanistica, a quella illuminista e a quella socialista, cioè alla libertà, al diritto e al benessere. Non perché siamo affezionati a dei principi del passato, ma perché questi rendono possibile una vita decente, mentre i criteri che propongono in Marchionni garantiscono per la maggioranza una vita infernale. 
La prospettiva che si apre non è quella di una rivoluzione, concetto che non corrisponde più a niente perché implica un’esagerata considerazione della volontà politica sulla complessità della società presente. Quella che si apre è la prospettiva di una transizione paradigmatica. Un nuovo paradigma, che non sia più centrato intorno alla crescita del prodotto, intorno al profitto e all’accumulazione, ma fondato sul pieno dispiegamento della potenza dell’intelligenza collettiva. Non credo che l’Europa abbia qualcosa da insegnare alle altre civiltà del pianeta. Può dare un contributo originale, come nel bene o nel male ha fatto nel passato in più occasioni.
Abbiamo imposto il modello capitalistico, e ora cerchiamo la via per venirne fuori. Non per venire fuori dal capitalismo, che come ogni altro modello economico (lo schiavismo, il feudalesimo) è incancellabile – ma per venire fuori dalla sua dominanza incontrastabile. Autonomia della società dal dominio del capitale, dispiegamento delle potenze che il capitale ha realizzato nella sua convivenza conflittuale con il lavoro. Questo è il contributo originale che l’Unione europea, quella possibile, quella del dopo-dopo-Cristo che Marchionne non riesce neppure a immaginare, potrebbe consegnare alla storia del mondo.


sabato 23 ottobre 2010

CONTRATTI, LA FREGATURA IN BUSTA PAGA

di Loris Campetti
Poveri operai metalmeccanici, cornuti e mazziati. In primis si beccano un contratto separato tra la Federmeccanica e i sindacati minoritari Fim e Uilm. In secundis si ritrovano tra capo e collo un nuovo accordo, sempre separato, che prevede le deroghe al contratto separato di cui sopra, con cui si cancella lo stesso istituto contrattuale. Terza mazzata, viene negato il diritto a discutere e votare quel che è stato deciso, senza delega alcuna, sulla loro pelle. Potrebbe bastare, e invece no: l'accordo separato prevede che a pagare per la tripla fregatura debbano essere i lavoratori non iscritti a Fim e Uilm, previa trattenuta di trenta euro (ricordate i denari di Giuda?) in busta paga.
Perché trattare costa fatica, e si sa quanto Fim e Uilm abbiano dovuto combattere con la Federmeccanica per strappare quel bidone di contratto. Ma siccome Bonanni, Angeletti e i loro soci metalmeccanici sono democratici e generosi, fanno sapere che se proprio qualche lavoratore non volesse pagare l'obolo, dovrebbe riempire un modulo da consegnare al padrone (e a chi, sennò?) rifiutando il contributo. Altrimenti vale la regola del silenzio-assenso.
Provate a pensare a un operaio di Pomigliano che ha votato no al diktat della Fiat e di ragioni d'incazzatura ne ha una in più dei suoi colleghi: dopo tutti gli schiaffi presi si vede presentare il conto da chi li vuole (sindacalmente) morti per interposto padrone. Poi dicono che due uova strapazzate sono una forma di violenza criminale.
Ci dicono che bisogna ricostruire l'unità sindacale perché divisi si è più deboli. Parole sante. Ma chi insiste su questa ovvietà dovrebbe anche dire come si possa ricostruire l'unità con gli autori di queste politiche sindacali. E' già straordinario - dentro la crisi che sta falcidiano occupazione, lavoratori, redditi, solidarietà - che un sindacato come la Fiom riesca a ricostruire l'unità con la maggioranza dei lavoratori, quelli che sabato hanno riempito Roma. Facciamo un esempio: ieri la Fiat ha presentato i conti del terzo trimestre 2010 con un utile netto di 190 milioni. Peccato che nell'auto sia pesantemente caduto il fatturato per il calo delle vendite e la quota Fiat sia scesa sia in Italia che in Europa. Ma allora come riesce a fare soldi Marchionne? Azzerando gli investimenti in Italia per l'anno in corso e per il prossimo, visto che i modelli previsti per il 2011 sono già slittati al 2012; tenendo in cassa integrazione un quarto della forza lavoro del gruppo, e nell'auto molti di più; non pagando il premio di risultato ai dipendenti che corrisponde a un mese di stipendio se rapportato al 2008 e a mezzo stipendio rispetto al 2009. Così si fanno utili, si distribuiscono dividendi agli azionisti e si paga l'amministratore delegato 435 volte più del suo operaio. Ebbene, di fronte a questi dati volete sapere qual è stato il commento del segretario Cisl Bonanni? «Sono dati positivi, dovremmo avere un'abbondanza di dati come questi per capire che stiamo uscendo dalla crisi». Forse lui pensa solo a uscire dalla crisi della Cisl, magari mettendo le mani nelle tasche degli operai a cui ha tolto diritti, poteri, salario e voto. Bisognerà vedere il risultato.

giovedì 21 ottobre 2010

LA PIAZZA FIOM: COSA VIENE DOPO


di Paolo Flores d’Arcais - Il Fatto Quotidiano
Per capire se la manifestazione della Fiom di sabato sia stata solo un grande successo o costituisca invece una potenziale svolta storica per la vita politica e sociale del paese è necessario approfondire cinque punti: dimensioni numeriche della partecipazione, strategia sindacale radicalmente alternativa avanzata dal segretario Fiom Landini, capacità o meno di unificare lavoratori occupati con disoccupati e precari, capacità di unificare lotte sociali e lotte civili, implicita necessità di una proiezione politica di tutto ciò.

COMINCIAMO dai numeri. I mass media non hanno potuto disconoscere il successo, ma ne hanno oscurato sapientemente le dimensioni, che sono state invece del tutto fuori dell’immaginabile. Eppure tutti i giornalisti hanno visto quello che Luca Telese ha puntualmente raccontato ai lettori deIl Fatto: dopo quattro ore di manifestazione, quando durante l’ultimo discorso, quello di Epifani, molta gente cominciava a tornare a casa, via Merulana era gremita dal corteo, la cui coda doveva ancora muoversi da piazza Esedra. Ma gli altri giornalisti si sono ben guardati dal riferire la circostanza ai rispettivi lettori e telespettatori.
Perché ciò avrebbe implicato il riconoscimento che neppure il Circo Massimo sarebbe stato sufficiente per quel mare di dimostranti. E poiché la manifestazione di otto anni fa al Circo Massimo con Cofferati era stata riconosciuta come la più grande nella storia della nostra Repubblica… Quella dei numeri non è dunque questione filologica o maniacale. Se la dimensione della manifestazione non fosse stata occultata, se ci fosse stata una diretta, con le canoniche riprese dall’alto, tutti sarebbero oggi costretti a discutere sulla “scandalosa” capacità di consenso di una forza sindacale data come “isolatissima” e sul carattere di punto di riferimento generale e nazionale che la sua piattaforma “radicale” si è conquistato.
PERCHÉ è verissimo che Maurizio Landini ha fatto un discorso privo di divagazioni ideologiche, da leader sindacale tutto concretezza, ma proprio in questa concretezza sono ritornate parole ormai scomparse da anni presso i vertici della Cgil, come “ribellione” e “sfruttamento”, ed è stata delineata una linea sindacale organica e alternativa su almeno tre questioni: primo, la contrattazione deve sempre più andare in direzione di grandi contratti nazionali, addirittura per compartimenti produttivi (industria, commercio, ecc.) anziché per categorie (metalmeccanici, chimici, tessili, ecc.).
Questo significa che un contratto nazionale dell’industria è il minimo vincolante per tutti gli imprenditori, senza possibilità di deroghe, poiché le uniche ammesse saranno quelle migliorative dei contratti integrativi settoriali o locali. Con il che siamo agli antipodi del modello Pomigliano, siamo allo scontro frontale con Finmeccanica e Confindustria, siamo alla rottura con Bonanni che grida “dieci, cento, mille Pomigliano”.
SECONDO, la proposta di un salario “di cittadinanza” per tutti, che dunque vada oltre la cassa integrazione, che tuteli in radice il disoccupato. Novità radicale nelle strategie sindacali italiane, fin qui sempre sospettose sul tema, che invece in gran parte dei Paesi d’Europa è conquista storica irrinunciabile (accettano solo che si discuta come rafforzarla evitando al contempo alcuni possibili effetti perversi di “disoccupazione volontaria”). Proposta accompagnata a quella del salario minimo per tutti i comparti produttivi, alla impossibilità che il lavoro precario venga remunerato meno di quello fisso, alla distruzione della frammentazione contrattuale nella stessa fabbrica tra chi dipende dall’azienda, dalla “cooperativa” di un subappalto, ecc.
Anche qui siamo esattamente agli antipodi del modello che invece governo e padroni (parola che alla Fiom si usa ancora) pretendono venga accettato come necessità “obiettiva” imposta dalla globalizzazione.
TERZO, l’obbligo (addirittura per legge) della democrazia contrattuale, cioè del voto della base dei lavoratori su qualsiasi contratto, nazionale o integrativo. Il che significa l’impossibilità di firmare contratti separati con Cisl e Uil e il dovere di lasciare ai lavoratori l’ultima parola anche per vertenze concluse con la firma unanime dei sindacati. Una vera e propria “rivoluzione copernicana” che ricrea le premesse per una unità dal basso, radicata negli interessi dei lavoratori e che batterebbe in breccia gli interessi di burocrazie sindacali troppo impegolate con l’establishment.
È questa strategia alternativa ad essere stata consacrata dall’inaudito successo della manifestazione di sabato. È su queste posizioni di sindacalismo innovativo che è stato “incoronato” Maurizio Landini. Non perché “radicali” ma perché le posizioni del gruppo dirigente Fiom hanno dimostrato di essere le uniche a poter unificare tutto il mondo del lavoro occupato (non a caso a riconoscersi nella lotta dei metalmeccanici c’erano dalle tessili dell’Omsa ai chimici di Porto Torres), cioè a realizzare come dirigenti metalmeccanici quello che dovrebbe essere il compito della Cgil.
MA LA STRATEGIA della Fiom si è dimostrata anche l’unica capace di parlare ai precari e ai disoccupati, compiendo quello che sembrava un impossibile miracolo: colmare tra lavoratori “garantiti” e non, un fossato che sembrava destinato inesorabilmente ad accrescersi fino a diventare baratro anche esistenziale.
Questa è forse la novità più carica di conseguenze e la meno evidenziata: il sindacato storico dell’industria più “fordista” che si dimostra capace di unificare sotto la sua egida (“egemonia”, verrebbe da dire, ma di tipo davvero nuovo) i lavoratori del precariato post-moderno, raccontati come individualisti strutturalmente refrattari alla dimensione delle lotte solidali.
LA CAPACITÀ di difendere “interessi generali” proprio dando respiro strategico alla difesa dei lavoratori che direttamente si rappresenta è da sempre il “salto mortale” che a pochissime organizzazioni sindacali storicamente riesce. Ma la Fiom sabato è riuscita a fare perfino di più: ha dimostrato come possano essere unificate le lotte sociali, di cui il sindacato è istituzionalmente protagonista (o almeno dovrebbe), con le lotte per obiettivi di civile progresso, per diritti civili individuali e collettivi.
Aprendo con ciò una prospettiva davvero inedita, che non era riuscita neppure alla Cgil di Cofferati nel suo momento di massima capacità rappresentativa. Non si tratta solo di avere dato spazio al movimento per l’acqua pubblica e al pacifismo attivo di Emergency, ai movimenti contro le mafie e al dovere dell’antirazzismo nella sinistra ufficiale completamente edulcorato (per usare un eufemismo), alle lotte degli studenti e alle necessità della ricerca scientifica, ma di averlo fatto indicando una serie di obiettivi irrinunciabili per il movimento sindacale in quanto tale e che – radicate nella concretezza sindacale – costituiscono già una SFIDA POLITICA. Di questo infatti si tratta, quando il segretario del sindacato metalmeccanico decide di porre DIGNITÀ e LEGALITÀ come temi cruciali della rivendicazione operaia e li correda con la richiesta che meno tasse per i salari dei lavoratori dipendenti vengano compensati da “più tasse per i ricchi”.
ECCO PERCHÉ, nella manifestazione più inequivocabilmente OPERAIA da molti anni a questa parte, si è avuta la partecipazione massiccia di settori consistenti di piccola e media borghesia, di quel mondo “moderato” che tutti dicono di voler rappresentare, scambiando l’essere moderati con l’essere affascinati dalla nullità dei Montezemolo o dai politicantismi dei Casini (che i voti li prendeva grazie ai Cuffaro).
LA LEZIONE ella Fiom è dunque anche quella di uno straordinario realismo, che conferma come solo la strategia della intransigenza rispetto ai valori costituzionali sia capace di allargare le alleanze sociali. Fino ad ora avevamo una riprova per negativo: ammiccando alla destra i consensi dei “moderati” non si conquistavano affatto. Ora abbiamo, grazie alla Fiom, la cartina di tornasole in positivo: una politica bollata come “radicale” o addirittura “estremista” non isola affatto, anzi consente di trascinare con sé strati sociali che si stavano perdendo nell’apatia e nella rassegnazione. Per dirla nel modo più semplice, il gruppo dirigente della Fiom ha dimostrato cosa voglia dire praticare davvero una “vocazione maggioritaria”.
QUALSIASI politica sindacale ha necessità di una sua proiezione politica. Quella della manifestazione di sabato più che mai, visto che entra in rotta di collisione con la pretesa “oggettività” della globalizzazione e dunque esige una sovranità popolare che non sia succube della “libertà” di derubare la famosa “azienda Italia” di interi impianti industriali, trasferiti in qualche Serbia per avidità di iperprofitti aggiuntivi. Ma con ciò arriviamo all’ultima questione, che dovrà essere affrontata in un altro articolo.
Qui possiamo solo fissare i termini ineludibili dell’interrogativo: dai partiti del centrosinistra attualmente esistenti non può venire la risposta politico-elettorale non solo necessaria ma ormai improcrastinabile. E meno che mai potrà venire dal qualunquismo con cui Beppe Grillo sta ibernando nell’avvitamento del “vaffa” le energie giovanili degli elettori “cinque stelle”. Bisognerà che le forze più consapevoli della società civile, in primo luogo le testate giornalistiche della carta e del Web, riescano a inventare modalità fin qui inesplorate per risolvere l’equazione della democrazia.

IN FRANCIA