Pagine

giovedì 30 giugno 2011

CNH JESI - 3 ORE E MEZZO DI SCIOPERO PER IL PREMIO DI RISULTATO 2011

Ieri 29 Giugno 2011 le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento CNH di Jesi si sono fermati in sciopero (hanno aderito tutte le sigle sindacali) con una adesione che è andata oltre il 75%, per 3 ore e mezzo alla fne di ogni turno lavorativo, in dissenso e per cambiare la scelta di Fiat Industrial di non elargire alcun euro a saldo del Premio di Risultato sulle buste paga di Luglio.
Dopo tre anni di crisi CNH realizza utili (quelli del 2010 doppi rispetto a quelli del 2009), spartisce dividendi e dà nelle mani dei Professional dello stabilimento (dal 6° quadro in su) dai 4 ai 7 mila euro a testa, a seguito degli obiettivi raggiunti.
Ciò avviene grazie al sudore e alla fatica di chi da tre anni tutti i giorni, paga col proprio salario tutta la crisi , e a cui ingiustamente non viene riconosciuto nulla: ammonterebbero infatti a oltre 5000 euro i soldi sottratti ai lavoratori dalla CIGO e dal mancato riconoscimento del saldo PdR, se Fiat confermasse la scelta anche quest'anno. Oltre al danno, la beffa!
Dalle assemblee è emersa invece la necessità di un Coordinamento tra i vari stabilimenti di Fiat Industrial capace portare avanti assieme e rimettere al centro la questione del salario aziendale. Chiediamo quindi con forza la convocazione di un tavolo con Fiat che prenda in seria considerazione ciò che non è più rinviabile: il saldo del premio di risultato a Luglio 2011.

Jesi, 30 Giugno 2011    La RSU della Fiom Cgil di Jesi

ACCORDO EPOCALE di Loris Campetti - il manifesto -

Adesso non potrà più dire che mentre in America lo osannano qui in Italia gli tirano i gatti morti sul finestrino. Adesso anche da noi qualcuno lo ama. Sergio Marchionne, filosofo del Dopo Cristo, ha vinto su tutta la linea. Dopo aver cooptato Cisl e Uil alla sua corte, dopo aver dettato le regole alla Confindustria con un ricatto - o cambiate tutto come dico io o vi saluto - analogo a quello a cui sono stati sottoposti gli operai di Pomigliano - o rinunciate a diritti e dignità o chiudo e vi mando tutti a spasso - l'amministratore delegato della Chrysler-Fiat ha sbancato anche in Corso d'Italia. Incassa la resa della Cgil guidata da Susanna Camusso.

Adesso i contratti nazionali sono derogabili dunque non esistono più, siglando così la fine del basilare principio di solidarietà che ha regolato il lavoro nel secondo dopoguerra del Novecento. Adesso gli operai non possono più votare gli accordi e i contratti, firmati per loro conto da apparati sindacali sempre più organici al blocco di regime e dunque sempre meno sindacati. Adesso gli operai non possono scioperare, essendo stata sancita una «tregua». Come se il crollo di vendite di automobili Fiat in Italia e in Europa dipendesse da chi lavora alla catena di montaggio di Mirafiori o di Pomigliano, come se le tute blu avessero le braccia conserte per dimostrare la loro novecentesca aggressività e non perché non hanno nulla da costruire.
Tutto questo è avvenuto a Roma, nella dependance della Confindustria su cui erano puntati gli occhi dei lavoratori e di tutti quei cittadini e quelle cittadine che, insieme alla Fiom, avevano alzato il vento democratico del cambiamento. Adesso la strada si fa difficile e bisognerà riprendere a pedalare in salita tra le secchiate non di acqua rinfrescante ma di fango. Si è chiusa un'epoca, gridano gioiosi padroni e sindacati, plaudono i ministri, va fuori dalle righe persino il normalmente sobrio Sole 24 Ore, organo dei confindustriali che spara «Una firma per un'epoca nuova». Il Pd è contento, ma pensa un po'.
Siamo alla fine della storia? Lasciamo in pace Fukuyama, la storia non procede mai in modo rettilineo. Tra le parole di un accordo scritto nel fango e la realtà c'è di mezzo una variabile: le persone in carne e ossa, i lavoratori e tutti quelli che pensano al lavoro come a un bene comune e che non sono soli, hanno dalla loro la Fiom che «resiste ora e sempre all'invasore» come il villaggio gallico di Asterix e Obelix. Resiste e scompagina le carte ricordando a potenti e poveracci che ci sono diritti intangibili validi per tutti (sennò si trasformano in privilegi) che la dignità delle persone viene prima dei profitti. Bisognerà tenere i nervi a posto, tutti quelli che non intendono adeguarsi al modello sociale imposto da Marchionne dovranno tenere i nervi a posto. Perché la storia continua. La generosa battaglia della Fiom è una battaglia per la democrazia, perciò è una battaglia generale. Ma la Fiom, e gli operai, da soli non ce la possono fare. Non dobbiamo lasciarli soli.

martedì 28 giugno 2011

LA FIOM A CENA

La FIOM-CGIL comunica ai lavoratori della Fiat CNH che nella sera di Venerdì 1 Luglio in Zona Minonna a Jesi (nel parco adiacente la Chiesa) si terrà una cena conviviale a base di carne e buon Verdicchio.
Sono invitati tutti gli iscritti, i simpatizzanti, e tutti coloro che vorranno partecipare e che da sempre accompagnano la nostra organizzazione all'interno dello stabilimento.
Il ritrovo sarà previsto per le ore 20-20,30 in modo da permettere l'arrivo anche a chi fa il turno di pomeriggio.
La serata vedrà la presenza del segretario regionale della FIOM Giuseppe Ciarrocchi e di tutti i delegati di fabbrica, nell'auspicio che la cena possa offrire anche un possibile momento di discussione e dibattito sulle problematiche e le lotte che attendono la fabbrica nel prossimo futuro.
Invitiamo pertanto i lavoratori alla massima partecipazione e
ricordiamo a tutti coloro che sono interessati a mettersi in contatto con le RSU che provvederanno a prendere i nominativi di chi intenderà partecipare.

Jesi, 29 Giugno 2011                        La RSU della Fiom-Cgil

CNH JESI

FIOM INFORMA

Nell’incontro avutosi in data odierna tra la Direzione e la RSU di FIM-FIOM-UILM ci è stato comunicato quanto segue:
CIGO
è confermata per le giornate dell’ 1 e del 4 Luglio, in aggiunta l’Azienda ha comunicato il ricorso alla Cassa Integrazione Ordinaria per i giorni 15-22 e 29 Luglio.
L’Azienda ha inoltre comunicato che per tutto il 2011 non farà più ricorso alla Cassa Integrazione, le giornate di produzione perse nell’anno in corso ammontano a 24.
Cambi Cartelle in Officina 2
Nei giorni dell’1 e del 4 Luglio si effettueranno i seguenti cambi produttivi: il tratto A1 passa da 26 trattori a 31 aumentando di 3 postazioni, il tratto A2 passa da 27 a 30 trattori con un aumento di 3 postazioni, il tratto B1 passa da 38 trattori a 34 con un calo di 3 postazioni, il tratto B2 passa da 36 a 33 trattori con un calo di 3 postazioni.
Comandati al lavoro il 1 Luglio
300 persone; sarà effettuata normale attività produttiva al reparto Cabine sui tratti: linea C1 sul primo turno – linea C2 su entrambi i turni – Pianali sul secondo turno;
al reparto Trasmissioni lavorerà solo la linea dei TK;
lavoreranno Lamierati al reparto Verniciatura.
I restanti saranno chiamati per recupero trattori e cambio cartelle.
Comandati al lavoro il 4 Luglio
230 persone; sarà effettuata normale attività lavorativa al reparto Cabine sui tratti: linea C2 su tutti e due i turni, linea Pianali sul primo turno;
TK al reparto Trasmissioni.
I restanti saranno chiamati per il recupero trattori e cambio cartelle.


VISTA L’IMPORTANZA DEGLI ARGOMENTI DELL’ASSEMBLEA RETRIBUITA CHE SI TERRA’ DOMANI, SI INVITA TUTTE LE LAVORATRICI E I LAVORATORI ALLA MASSIMA PARTECIPAZIONE.


Jesi, 28 Giugno 2011              La RSU della FIOM-CGIL







mercoledì 22 giugno 2011

DEMOCRAZIA E GRANDE IMPRESA

di Luciano Gallino

Tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia». Nel 1938 Roosevelt lanciava l'allarme per le sorti di una democrazia messa in pericolo dallo strapotere della grande industria privata. Oggi quell'allarme si è avverato

La democrazia, si legge nei manuali, è una forma di governo in cui tutti i membri di una collettività hanno sia il diritto, sia la possibilità materiale di partecipare alla formulazione delle decisioni di maggior rilievo che toccano la loro esistenza. La possibilità di intervenire nel processo decisionale, di avere voce nelle decisioni che contano, si può realizzare sia con la partecipazione diretta, sia attraverso forme di rappresentanza. 
In tema di decisioni che toccano l'esistenza del maggior numero di membri d'una collettività, di tutti noi, viene naturale includere diversi aspetti attinenti all'economia, o ad essi strettamente correlati. Tra le decisioni che incidono sulla nostra esistenza ritroviamo: il tipo di manufatti e di servizi che vengono prodotti; i luoghi della produzione degli uni e degli altri; le condizioni di lavoro in cui vengono prodotti nel nostro paese o all'estero; la possibilità per ciascuno di noi e per i suoi figli di trovare quanto prima un lavoro stabile, adatto al proprio talento e grado di istruzione. E ancora, la produzione degli alimenti di cui ci nutriamo, la loro provenienza, il modo in cui vengono distribuiti, dal negozio all'angolo all'outlet grande come un campo di calcio; il costo di ciascuno di questi beni e servizi; il tipo di mezzi di trasporto di cui dobbiamo servirci, insieme con la loro comodità e costo; la qualità dell'aria che respiriamo e dell'acqua che beviamo; gli abiti che indossiamo; il tipo di abitazione in cui viviamo, la sua collocazione e i mobili con cui è stata arredata; l'intensità fonovisiva nello spazio e nel tempo della pubblicità, cui sono esposti i nostri figli sin dai primissimi anni; il modo in cui il sistema finanziario si collega all'economia reale; il modo in cui sono gestiti i nostri risparmi a scopi previdenziali; e, per finire, la struttura sociale della comunità di cui facciamo parte.
Nelle condizioni che prevalgono da decenni nell'economia e nella società un'osservazione si impone: la grandissima maggioranza della popolazione è totalmente esclusa dalla formazione delle decisioni che ogni giorno si prendono nei campi ricordati sopra. Il soggetto che direttamente le prende o che indirettamente determina il corso delle decisioni stesse, è la grande impresa, industriale e finanziaria, non importa se italiana e straniera. Il fatto nuovo del nostro tempo è che il potere della grande impresa di decidere a propria totale discrezione che cosa produrre, dove produrlo, a quali costi per sé e per gli altri, non soltanto non è mai stato così grande, ma non ha mai avuto effetti altrettanto negativi sulla società e sulla stessa economia. A questo proposito un uomo politico di primo piano ebbe a dire tempo addietro: «La libertà di una democrazia non è salda se il suo sistema economico non fornisce occupazione e non produce e distribuisce beni in modo tale da sostenere un livello di vita accettabile. Oggi tra noi sta crescendo una concentrazione di potere privato senza uguali nella storia. Tale concentrazione sta seriamente compromettendo l'efficacia dell'impresa privata come mezzo per fornire occupazione ai lavoratori e impiego al capitale, e come mezzo per assicurare una distribuzione più equa del reddito e dei guadagni tra il popolo della nazione tutta».
L'uomo politico di cui ho appena citato un discorso era il presidente americano Franklin D. Roosevelt. Correva l'anno 1938. Roosevelt era preoccupato perché l'impresa privata creava sempre meno occupazione, e contribuiva a concentrare il reddito in poche mani anziché distribuirlo. Era ancor più preoccupato per le sorti della democrazia a fronte della crescita di un potere privato arrivata al punto di diventare più forte dello stesso Stato democratico. Dopo un interludio durato pochi decenni, la preoccupante visione di Roosevelt si è pienamente avverata, in tutti i sensi. Sia in campo industriale che in campo finanziario poche decine di corporation dalle dimensioni smisurate sono giunte a formare il vero governo del paese. Se non in tutti, in molti campi della vita civile la democrazia in Usa è stata svuotata di senso. Le leggi escono dal Congresso, ma le indicazioni per scriverle provengono notoriamente dalle corporation industriali e finanziarie. Le quali hanno speso tra l'altro 500 milioni di dollari per sostenere nel 2008 la campagna elettorale di ambedue i candidati alle presidenziali; 300 milioni per rendere il meno incisiva possibile la riforma di Wall Street del 2010; e altrettanti per tentare di bloccare la modesta riforma sanitaria voluta dal presidente Obama. Con la previsione che, essendo mutata nel novemnre 2010 la composizione del Congresso, quasi sicuramente vi riusciranno nel prossimo futuro. 
Chi ha avuto la peggio sono stati i lavoratori americani. Lavorano almeno duecento ore l'anno più degli europei, e i loro salari, in termini reali, sono pressocché al livello del 1973 - quasi quarant'anni fa. Una delle cause è stato il trasferimento di interi settori manifatturieri dai paesi sviluppati a quelli emergenti, con la perdita di decine di milioni di posti di lavoro. Grazie alle delocalizzazioni gli Stati Uniti hanno praticamente smantellato buona parte della loro industria manifatturiera. Al presente negli Usa risulta quasi scomparsa la produzione di settori che pochi decenni fa dominavano con le loro esportazioni, oltre al mercato interno, gran parte dei mercati occidentali. Tra di essi figurano comparti di dimensioni gigantesche quali gli elettrodomestici; i televisori e l'alta fedeltà; i computer e i microprocessori; i telefoni cellulari; l'abbigliamento; i giocattoli. 
In merito a tutto ciò, non risulta che quei lavoratori abbiano avuto la minima possibilità di fare sentire la loro voce, e meno che mai - salvo sporadici casi locali - di intervenire con qualche efficacia in decisioni che sconvolgevano la loro esistenza, le loro famiglie, la loro comunità. Pertanto è davvero arduo capire come il caso americano ci possa venire solennemente presentato da manager e politici italiani come una forma di modernizzazione delle relazioni industriali. È ancora più arduo capire - o forse sbaglio: è fin troppo facile - come, in Italia, tra le file dell'opposizione non si sia levata finora una sola voce per rilevare che il potere eserecitato dalle corporation sulle nostre vite configura un tale deficit di democrazia da costituire ormai il maggior problema politico della nostra epoca. 
Nell'Ue possiamo coltivare ancora per qualche tempo la nostra distrazione dinanzi allo svuotamento che il sistema economico e finanziario ha effettuato della democrazia reale, grazie al fatto che tra la fine della guerra e i secondi anni Settanta robuste iniezioni di democrazia nel sistema economico sono state effettuate per via di diversi fattori concomitanti. Tra di essi ricorderei le lotte dei lavoratori e il peso che avevano allora i sindacati anche come numero di iscritti; la presenza nei parlamenti europei di robusti partiti di sinistra; il peso nelle formazioni di centro dei cattolici progessisti; un certo numero di imprenditori e di manager pubblici che preferivano affrontare con i sindacati vertenze lunghe e aspre piuttosto che buttare sul tavolo documenti della serie «prendere o lasciare». Senza dimenticare che l'ombra dell'Orso sovietico a oriente tendeva a rendere più malleabili le confindustrie di tutti i paesi dell'Europa occidentale. I risultati si sono visti. Il sistema sanitario nazionale; lo sviluppo del sistema pensionistico pubblico; le riduzioni d'orario, a cominciare dal sabato interamente festivo; il miglioramento delle condizioni di lavoro; lo Statuto dei lavoratori, rappresentarono tutti pezzi di democrazia reale che furono estorti alla grande impresa, o che essa - se si preferisce - fu indotta a concedere. 
Ora la grande impresa si sta battendo per riconquistare il terreno perduto tra il 1950 e il 1980. Di fronte le si aprono praterie senza confini. La preoccupante ombra dell'Orso è scomparsa. I partiti di sinistra sono peggio che scomparsi: anche quando si sforzano di dire qualcosa di sinistra si intravvede subito, in Italia come in Francia, nel Regno Unito come in Germania (in questo caso, bisogna dire, con l'eccezione della Linke), che sono diventati i migliori interpreti degli interessi della grande impresa ai tempi della globalizzazione. In tutti i paesi i sindacati sono indeboliti dal calo degli iscritti - in media oltre la metà, nell'industria manifatturiera - e dalla divisione tra chi propende alla collaborazione prima ancora di cominciare una vertenza, e chi preferisce invece ragionare in termini di composizione caso per caso di un conflitto che è storicamente strutturale, e strutturalmente irrisolvibile - salvo si preveda un'uscita dal capitalismo.
Quel che si configura nel nostro paese come in tutta l'Ue a 15 è un arretramento non solo delle relazioni industriali ma dell'intero processo democratico. Un arretramento di tale portata da essersi verificato, nella storia, soltanto quando un sistema politico democratico è stato sostituito da una dittatura. A guardarlo con occhio distratto, come un po' tutti siamo inclini a fare, il percorso pare innocuo. La globalizzazione, si afferma, esige che si riducano i diritti, i salari, lo Stato sociale per fare fronte al potere economico dei paesi emergenti. La grande impresa contribuisce al percorso attribuendo ad esso un carattere di ineluttabilità: non esistono alternative; sono in gioco grandi investimenti e molti posti di lavoro; non possiamo far altro che adattarci alla logica dell'economia. In realtà, non di logica economica si tratta, bensì di potere politico. Il fatto di sottrarre progressivamente ai lavoratori ogni residua possibilità di partecipazione alla determinazione di orari, salari, condizioni di lavoro e altro preannuncia la sottrazione a tutti della possibilità di partecipare a qualsiasi decisione di qualsiasi rilevanza in qualsiasi ambito. Preannuncia, in altre parole, la sottomissione a un potere totale.
La privatizzazione di ogni cosa, dalla previdenza alla scuola e all'acqua, che sono uno degli ultimi campi da cui la grande impresa può puntare ad estrarre un valore elevato perché da noi sono campi ancora poco lavorati, è un altro passo intermedio significativo. Ed è stupefacente notare anche qui come il centro-sinistra lo consideri un tema economico, laddove si tratta di un vitale snodo politico. Privatizzare beni comuni, infatti, significa sottrarre ai cittadini un ampio terreno di partecipazione politica, di esercizio della disciplina democratica, per trasferirlo pari pari alla discrezione della grande impresa. Potrebbe quindi essere giunto il momento di discutere dei modi in cui il potere oggi debordante della grande impresa dovrebbe essere sottoposto a regole, al pari di qualsivoglia altro centro di potere. Avendo in vista un sommesso proposito: ridare vitalità, senso, contenuti quotidiani, motivi di attrazione culturale e morale all'idea di democrazia.

CNH JESI

PRIMA LA PANCIA 
poi le medaglie!

Le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento CNH di Jesi ritengono inaccettabile la scelta di FIAT INDUSTRIAL di non elargire alcun euro sulla busta paga di Luglio a saldo del Premio di Risultato 2011 .Questo per il secondo anno consecutivo, e dopo il dimezzamento a 600 euro del 2009.
In tre anni, con la scusa della crisi, l'Azienda ha sottratto complessivamente ad ogni lavoratore 3000 Euro di Salario Integrativo, producendo paradossalmente utili e dividendi azionari.

E' venuto il momento di dire basta, ai lavoratori non si possono chiedere altri sacrifci. Gli va invece riconosciuto il merito di aver comunque, con il loro saper fare e con la loro dignità, mandato avanti lo stesso la fabbrica in questi due anni e mezzo di crisi, permettendo all'Azienda di rilanciarsi e di lasciare alle spalle i giorni della Cassa Integrazione, che hanno decurtato pesantemente le loro già basse buste paga.
Porsi obiettivi ambiziosi – come l'argento sul WCM, quello di cui si sta discutendo oggi – non può non tenere conto di questo, e non può essere costruito solo dal fumo negli occhi delle foto giganti, o delle convention con le star dello sport.

Qui si viene per il pane innanzitutto, quello guadagnato con la fatica di tutti i giorni: con le medaglie e basta, la busta della spesa rimane vuota.
Per questo chiediamo immediatamente la convocazione di un tavolo tra le parti, che prenda in seria considerazione ciò che non è più rinviabile: il Saldo del Premio di Risultato 2011.

Jesi 22 Giugno 2011 La RSU della FIOM-CGIL

sabato 18 giugno 2011

venerdì 17 giugno 2011