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mercoledì 5 gennaio 2011

 

Marchionne come i padroni del vapore dell’Ottocento


E lo chiamano accordo storico. Al contrario, la linea adottata da Marchionne e dalla Fiat e sottoscritta dai novelli sindacati gialli Uil e Cisl è una scelta anti-storica che rischia di condannare il nostro paese alla marginalità economica, politica e sociale. Quello che giornalisti maldestri, politici incapaci (quando va bene) e commentatori prezzolati cercano di farci credere è che l’unica maniera per competere nel mondo globalizzato sia ridurre i privilegi (!) dei lavoratori che sono il vero handicap del sistema produttivo italiano. La bella storiella va avanti descrivendo la Fiom come un sindacato conservatore legato a logiche antiquate e Marchionne come moderno eroe, disposto a fare investimenti in Italia nonostante sia più conveniente investire in Serbia ed in Polonia.
La realtà è assai diversa. Cominciamo innanzittutto ad intenderci sul linguaggio di cui, negli ultimi decenni, si sono appropriati astutamente liberisti e padronato. I privilegi che vogliono essere cancellati sono in realtà diritti fondamentali - come il diritto di sciopero che non è disponibile e non può essere modificato attraverso contratti privati - o conquiste storiche del movimento dei lavoratori - pause e malattia - che sono costati lacrime e sangue e sono parte fondamentale di quel contratto sociale che ha permesso alle economie europee di diventare, nel corso degli ultimi sessant’anni, più floride e più giuste. Marchionne non è un innovatore, anzi, è un reazionario della peggior specie ed adotta un modello di relazioni industriali che non ha nulla di nuovo e di moderno. E’ il modello dei padroni del vapore dell’Ottocento che pensano che i lavoratori non siano esseri umani, ma semplicemente fattori di produzione, da spremere, sfruttare e buttar via quando obsoleti o danneggiati. E ci viene pure a raccontare che la lotta di classe non esiste più! La Fiom forse difenderà modelli contrattuali che risalgono a vent’anni fa, ma Marchionne vuol tornare indietro di quasi un secolo. Chi è il vero modernizzatore?
Il problema, però, va oltre i cancelli di Mirafori ed investe l’intero sistema paese. Il modello Fiat è un sistema di ricatto (investimenti in cambio di repressione del movimento dei lavoratori) tipico delle grandi multinazionali, come infatti l’industria torinese sta cercando di diventare. Il modello classico di globalizzazione degli ultimi trent’anni si è basato sullo strapotere del grande capitale che si presentava ai paesi in via di sviluppo con progetti di investimento accompagnati da una serie di clausole capestro: niente scioperi, salari bassi, facilitazioni fiscali. In caso di titubanze del paese ospite, le multinazionali ritiravano l’offerta e sceglievano un paese più malleabile. Era la gara a trovare il paese più schiavo, il famoso dumping sociale che ha caratterizzato lo sviluppo economico diseguale di tanti paesi del terzo mondo.
Una gara che ora coinvolge anche alcuni dei paesi una volta definiti ricchi che si trovano ora davanti ad una scelta dirimente. Accettare il nuovo modello di contratto sociale imposto dal capitalismo internazionale - quello che ha portato alla crisi degli ultimi anni - o rilanciare un approccio diverso, democratico e partecipativo allo sviluppo economico, sociale ed ecologico. I paesi che si danno una prospettiva storica di crescita e che vogliono far parte dell’elite economica e politica mondiale nei prossimi decenni non accettano la competizione sul prezzo, sullo sfruttamento, sulla riduzione dei diritti. Per quella strada non c’è futuro, esisterà sempre qualche centinaio di milioni di indiani e cinesi pronti a ridursi il salario e a rinunciare allo sciopero, alle pause e ai giorni di malattia. Col modello Marchionne, in realtà, si lastrica la strada del sottosviluppo e della povertà, mascherandolo con investimenti che porteranno denaro solo nelle casse del capitale, distruggendo nel frattempo lo stato sociale, la contrattazione nazionale, i diritti dei lavoratori, quegli elementi che hanno caratterizzato la crescita nei decenni di benessere ed hanno attutito l’impatto del declino economico italiano negli ultimi vent’anni.
L’alternativa alla guerra tra vecchi e nuovi poveri è un sistema economico che punti sull’innovazione, sul sostegno alla domanda interna, sul riequilibro tra redditi da capitale e redditi da lavoro. Nei paesi dell’Europa centrale, ricordiamolo, gli operai guadagnano il doppio che in Italia, ricerca e sviluppo assorbono una parte importante della quota di investimento industriale e i padroni del vapore alla Marchionne sono stati messi alla porta senza molti complimenti, come è successo in Germania nei mesi scorsi. In Italia, invece, non solo abbiamo un governo che ha fatto della macelleria sociale il suo tratto caratterizzante e che quindi trova nell’ad della Fiat il suo migliore campione, ma abbiamo pure la maggiore forza di opposizione incapace di cogliere la vera natura del problema e che nella sostanza fiancheggia Marchionne, assumendosi una responsabilità storica non solo davanti ai lavoratori, ma al paese intero.
Il problema del lavoro, del modello di sviluppo, del futuro del paese rappresentano scelte dirimenti in cui il balbettio e l’ignavia non sono ammessi. Lo scontro tra Marchionne e la Fiom impone una scelta chiara: o di quà o di là, tertium non datur. La sinistra italiana riparta dalla Fiom e dal suo coraggio e su questa pietra miliare ponga le basi per la sua rinascita politica. Alleanze e compromessi, su questi punti, non se ne possono fare.

Intervista a Landini dal Manifesto


Il modello Fiat colpisce tutti


 È come al solito tranquillo,Maurizio Landini, segretario generale della Fiom
 il sindacalista più amato e odiato degli ultimi anni. Cominciamo chiedendogli lumi sui diversi interventi sui giornali di lunedì (Di Vico sul Corsera, Farina della Fim) preoccupati di trovare una soluzione per far «rientrare» la Fiom in Fiat. Come se si capisse solo ora l'ernormità dello strappo sulla rappresentanza, se si tiene fuori il sindacato più rappresentativo.
«È evidente che in Italia non c'è una legge sulla rappresentanza. Di fronte al pluralismo sindacale reale, se non c'è una legge che riconosce ai lavoratori il diritto di eleggere i propri delegati e poter decidere sempre sugli accordi che li riguardano, un sistema di relazioni industriali non regge. L'elemento di novità è questo: accordo separato dopo accordo separato, il sistema non tiene perché è un modello antidemocratico che cerca di realizzare un cambiamento di natura del sindacato. Marchionne e la Fiat sono andati anche oltre: siamo al cambio del modello di gestione di impresa, per cui il sindacato esiste solo se aderisce alle idee dell'azienda. Qui c'è la differenza tra un sindacato puramente aziendale o corporativo e un sindacato confederale. Il primo ha il suo orizzonte in quell'azienda lì, e si hanno diritti solo se quell'azienda funziona. Il secondo si pone il problema che un lavoratore, a prescindere da dove lavora, sia dotato di diritti. La novità dell'accordo Fiat non è che vuol lasciare fuori la Fiom e la Cgil - che è già grave - ma che le persone non abbiano dei diritti e non possano decidere. Sindacati importanti come Fim e Uilm, che insieme a noi hanno conquistato i diritti che i lavoratori ancora hanno, accettando una logica di questo genere cambiano la loro natura».
Cambiano anche le prospettive. Non servono davvero quattro sindacati per dire «sì»...

La norma in testa agli accordi di Pomigliano e Mirafiori - eventuali «parti terze» che decidessero di aderire potrebbero farlo solo se tutti i firmatari sono favorevoli - introduce, come negli Usa, il principio che il sindacato può essere presente solo se lo vuole il 50% più uno dei lavoratori. È un modello che non c'entra nulla con la storia europea. Paradossale poi che si voglia importare un modello di relazioni proprio nel momento della sua massima crisi. Una delle ragioni che ha mandato fuori mercato i produttori di auto Usa è che, non esistendo contratto nazionale né stato sociale, giapponesi o coreani hanno avuto mano libera nel produrre lì con salari più bassi. Al punto che anche negli Usa si stanno ora ponendo il problema di costruire un minimo di welfare.
Anche per questo - caso Opel - in Germania hanno respinto l'ingresso della Fiat?

Di sicuro dimostra cosa significa avere un governo che si interessa di politica industriale, che impone il rispetto di regole e leggi. Molti oggi parlano del «modello tedesco». Bene. In Italia c'è uno stabilimento che produce auto per Volkswagen: la Lamborghini. Quell'azienda, la scorsa settimana, ha fatto un accordo con le Rsu che accetta il contratto metalmeccanico del 2008 (l'ultimo firmato da tutti i sindacati, ndr). I tedeschi, qui, per continuare a costruire auto, non hanno scelto il «modello Marchionne», ma il sistema esistente in Italia.
Sembra in discussione anche la credibiltà di Confindustria. Non tutte le imprese possono dire «o si fa come dico io o me ne vado»...

Di sicuro c'è un «rischio imitazione», che può svilupparsi in due direzioni. «Imprese» che non si associano e non applicano nessun contratto, in Italia, già ci sono; è un punto su cui farebbero bene a interrogarsi le forze politiche e sociali. L'apertura alle deroghe al contratto nazionale, poi, anche senza arrivare al punto di Marchionne, implica comunque imprese che ti chiedono, per farti lavorare, qualche diritto o un po' di salario in meno. Tanto più che siamo dentro una crisi che non è finita. E siccome le ragioni che l'hanno prodotta, purtroppo, non sono state affrontate, ecco che le deroghe o il «modello Fiat» indicano una falsa via d'uscita; che può però tentare molte imprese. Comunque aziende importanti hanno continuato a fare accordi con la Fiom, per esempio Indesit, che vede l'impegno dell'azienda a non licenziare nessuno. Oppure l'Ilva di Taranto, dove si sono assunti tutti i lavoratori interinali. Non è vero che in Italia per investire bisogna cancellare leggi e diritti. Viene il sospetto che chi spinge invece su questa linea stia cercando la scusa per dire che in in Italia non si può rimanere. Lo ha ammesso lo stesso Marchionne, quando ha detto che il suo obiettivo resta l'acquisizione del 51% della Chrysler. Dove li prende i soldi? A questo punto le voci sulla vendita di pezzi di marchi o rami d'impresa acquistano un altro senso. Si va verso un rafforzamento o una smobilitazione della produzione di auto in Italia? A noi sembra vera la seconda. Confindustria e Federmeccanica, ora, hanno un problema: non possono continuare a dire che va bene sia la Fiat che il contrario. Le due cose non stanno insieme. La nostra dichiarazione di sciopero generale il 28 vuol dare proprio questo segnale, oltre al sostegno ai lavoratori di Pomigliano e Mirafiori, i più esposti. Chiediamo a ogni singolo metalmeccanico di scioperare per dire con forza che lui non vuole che nella sua azienda succeda quel che sta avvenendo in Fiat. Un messaggio che deve arrivare alle controparti. Se si vuol andare su questa strada si apre un conflitto senza precedenti, sul piano sindacale e su quello giuridico.
E la Cgil? Pensionati e pubblico impiego vi hanno appoggiato, poi anche la segretaria dell'Emilia Romagna. Sta cambiando qualcosa?

Il giudizio di inaccettabilità dell'accordo è comune a tutta la Cgil. Il problema che si sta ponendo è: qual è l'azione sindacale migliore per rispondere a un attacco come quello portato dalla Fiat? Il Comitato centrale della Fiom ha deciso, senza un solo voto contrario, in presenza della segreteria Cgil, che quell'accordo non si può firmare e che il referendum voluto dalla Fiat non è legittimo. Come si tutelano quei lavoratori? Insieme ai compagni di Torino e Napoli stiamo discutendo delle azioni di lotta e legali da mettere in campo. Ma è evidente che le «forme tecniche» non esistono. Gli accordi si firmano oppure no. Lo strumento del referendum per noi deve diventare un diritto universale. Ma deve avere due caratteristiche: i lavoratori debbono poter dire liberamente sì o no (e invece qui avvertono che, se «no», si chiude la fabbrica), e dentro un quadro di regole condivise. 
Ci vuole una legge sulla rappresentanza o basta un «accordo interconfederale»?

Perché un diritto sia esercitabile ci vuole una legge. Quel che sta succedendo non riguarda solo chi lavora a Mirafiori o i metalmeccanici. Serve una discussione esplicita, che faccia i conti con la novità drammatica delle scelte Fiat. Siamo davanti a un attacco senza precedenti che riguarda assolutamente tutti. Mi ha colpito molto che gli studenti, nella loro lotta, si siano resi conto che la cancellazione dei diritti del lavoro riguarda anche loro, ora e in futuro. È una novità assoluta che rimette insieme generazioni che per anni non si sono parlate. Tutta la Cgil dovrebbe essere il luogo di questa discussione. Perché queste idee divengano egemoni nel paese e portino a definire un equilibrio diverso nei rapporti sociali.
Per il 28 si segue lo schema del 16 ottobre anche quanto ad «alleanze»?

È uno sciopero di 8 ore. Una scelta impegnativa in più che chiediamo ai metalmeccanici. Dobbiamo lavorare per informare i lavoratori, essere presenti sui posti. Faremo tante manifestazioni regionali. Ci rivolgiamo però anche a tutti i soggetti che hanno condiviso con noi il 16 ottobre, alle altre categorie, studenti, movimenti per l'acqua, ecc. Insomma a tutti i cittadini che ritengono sia a rischio la Costituzione e i diritti. Vogliamo fare di quella giornata una mobilitazione che dice che un altro modello sociale è possibile e che si può uscire da questa crisi mettendo al centro il lavoro. In ogni città pianteremo delle tende in piazza come luoghi informativi. Incontriamo le forze politiche e non solo. Siamo pronti a parlare con chiunque abbia voglia di confrontarsi con noi.

martedì 4 gennaio 2011


 Firma e diffondi l'appello


"La societa' civile con la Fiom"

 Il diktat di Marchionne, che Cisl e Uil hanno firmato, contiene una clausola inaudita, che nemmeno negli anni dei reparti-confino di Valletta era stata mai immaginata: la cancellazione dei sindacati che non firmano l’accordo, l’impossibilità che abbiano una rappresentanza aziendale, la loro abrogazione di fatto. Questo incredibile annientamento di un diritto costituzionale inalienabile non sta provocando l’insurrezione morale che dovrebbe essere ovvia tra tutti i cittadini che si dicono democratici. Eppure si tratta dell’equivalente funzionale, seppure in forma post-moderna e soft (soft?), dello squadrismo contro le sedi sindacali, con cui il fascismo distrusse il diritto dei lavoratori a organizzarsi liberamente.

Per questo ci sembra che la richiesta di sciopero generale, avanzata dalla Fiom, sia sacrosanta e vada appoggiata in ogni modo. L’inaudito attacco della Fiat ai diritti dei lavoratori è un attacco ai diritti di tutti i cittadini, poiché mette a repentaglio il valore fondamentale delle libertà democratiche. Ecco perché riteniamo urgente che la società civile manifesti la sua più concreta e attiva solidarietà alla Fiom e ai lavoratori metalmeccanici: ne va delle libertà di tutti.

 

 

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ACCORDO SEPARATO DEL 29 DICEMBRE SULLA NEWCO DI POMIGLIANO

clicca su titolo per vedere l'accordo

COMMENTO DELLA FIOM TORINO SULL'ACCORDO SEPARATO DI MIRAFIORI


clicca sul titolo per vedere il commento

lunedì 3 gennaio 2011

 Mirafiori peggio di Pomigliano

di Marco Revelli,

L'accordo recente su Mirafiori ricalca nelle sue linee generali quello di Pomigliano. Come per Pomigliano, appunto, la Fiat e i sindacati favorevoli alle nuove regole, hanno rivisto la riorganizzazione del tempo di lavoro, i turni, le pause, i diritti. Per Mirafiori, però, penso che addirittura ci sia stato un peggioramento su un punto sostanziale che è stato determinato dall'uscita della FIAT di Marchionne da Confindustria: quello che riguarda la rappresentanza sindacale in fabbrica. Col nuovo accordo non potranno essere rappresentati i lavoratori della Fiom, la rappresentanza aziendale sarà decisa dall'alto, dalle organizzazioni sindacali e solo da quelle che hanno firmato l'accordo. Questo è un punto di peggioramento ulteriore rispetto già all'accordo di Pomigliano.

Avevo definito l'accordo di Pomigliano un atto che reintroduceva la dimensione servile del lavoro, un arretramento non solo rispetto agli anni più recenti, al periodo della democrazia industriale, ma un arretramento rispetto al capitalismo nel suo complesso. Il capitalismo ha anche rappresentato il riconoscimento della persona al lavoro, il superamento della dimensione servile del lavoro. Qui, invece, il lavoro ritorna a essere separato dai diritti del cittadino, da quei diritti garantiti dalla legge, dalla costituzione e dalla civiltà giuridica di un Paese.

L'impresa si definisce in una dimensione di extraterritorialità, come se vivesse in uno spazio diverso da quello del Paese, degli stati, della loro legislazione etc. e tratta il lavoro come risorsa pienamente disponibile senza il riconoscimento della soggettività, della dignità dei soggetti che lavorano.

Per quanto riguarda le recenti dichiarazioni del candidato in pectore a sindaco di Torino, Piero Fassino, stenderei un velo pietoso. Sono atteggiamenti e dichiarazioni che fanno cadere le braccia. Su una vicenda decisiva per quanto riguarda la civiltà del lavoro, trovo desolante la posizione del Partito Democratico di cui Fassino è un degno esponente. Questa formazione, questa organizzazione che rappresenta un nulla politico, tuttavia produce gravissimi danni nel momento in cui questo ceto politico che ha, quantomeno le sue origini, radici nel mondo del lavoro che dovrebbe in qualche maniera essere sensibile alla dignità del lavoro, invoca esplicitamente atteggiamenti che contraddicono nettamente il principio della dignità del lavoro e dei lavoratori.

Non metto in discussione che un lavoratore di Mirafiori schiacciato da una situazione economica per certi versi drammatica, con alle spalle mesi di cassa integrazione, con difficoltà estrema a raggiungere la fine del mese, con magari il mutuo da pagare. Non discuto la scelta di un lavoratore preso per la gola da un padrone onnipotente in grado di scegliere la localizzazione del proprie produzioni, di andarsene in Serbia o in Turchia, piuttosto che a Torino. Che un lavoratore in queste condizioni che voti sì, lo capisco pienamente. Ma un esponente politico che proviene dal movimento operaio che se ne esce con una dichiarazione di questo tipo che contraddice qualsiasi principio di rispetto della persona umana, è uno spettacolo indecoroso.

Come rispondere al "ricatto" della delocalizzazione? Si risponde guardando quello che succede in paesi come la Germania o come la Francia in cui questo tipo di ragionamento non ha molto spazio. Il sindacato e gli operai tedeschi hanno ceduto su alcuni punti, hanno accettato di fare alcuni sacrifici, non hanno mai rinunciato alla propria dignità e ai propri diritti, hanno dei salari che sono di un 30/40% a volte anche 50% superiori a quelli dei lavoratori italiani, hanno un'imprenditoria che ha giocato le proprie carte non nei gironi più bassi del mercato internazionale a un alto livello con buoni investimenti di ricerca e sviluppo, con innovazione tecnologica, con una maggiore dignità dell'imprenditoria e dei sindacati.

In Italia manca la dignità degli imprenditori e dei sindacati. Marchionne fa l'americano. Si diceva che la FIAT si era comprata la Chrysler, è invece evidente che è la Chrysler che si è annessa alla FIAT. La localizzazione in Italia è una variabile dipendente da quello che si decide a Detroit e noi siamo una colonia.

sabato 1 gennaio 2011

LANDINI:LA FIOM NON E' ISOLATA, I CONSENSI NELLE FABBRICHE AUMENTANO

(AGI) - Roma, 1 gen. - La Fiom non e' isolata. Anzi, i consensi nelle fabbriche aumentano. Il che permette al sindacato dei metalmeccanici della Cgil di proseguire il confronto con la Fiat e con le altre sigle confederali che hanno "cambiato natura". Maurizio Landini, leader della Fiom, respinge le critiche di chi accusa il suo sindacato di voler fare politica invece che difendere gli interessi dei lavoratori e, nonostante le distanze emerse con la 'casa madre' e con alcuni esponenti del Pd, non teme di rimanere all'angolo. 
 "All'interno della Fiom non ci sono contrarieta', ma solo alcune astensioni. Sarebbe utile che le forze politiche valutassero fino in fondo la portata di quello che e' avvenuto.  Nella storia della repubblica non era mai successo che si facessero degli accordi con i quali si cancella il contratto nazionale e la presenza dei sindacati rappresentativi. La Fiom, nel settore metalmeccanico e anche alla Fiat, e' il sindacato maggiormente rappresentativo come iscritti e come voti. Che si arrivi a un accordo in cui le persone che lavorano non hanno nemmeno piu' il diritto di eleggere i propri delegati, credo che sia di una gravita' senza precedenti. Se c'e' un cambiamento nella storia del sindacato non e' certo da imputare alla Fiom o alla Cgil. Da giugno a dicembre in tutti i posti dove siamo andati a rinnovare le Rsu, la Fiom e' aumentata di voti e di consenso. Un sindacato e' isolato quando non rappresenta piu' i lavoratori. Ma noi stiamo aumentando gli iscritti e i delegati che abbiamo nelle fabbriche, a me pare di poter dire che la Fiom non e' isolata".   

- La Fiat sta dimostrando di poter andare avanti anche senza di voi. Un grande sindacato di metalmeccanici puo' esistere senza la Fiat?
"Che la Fiat possa andare avanti non e' certo. Vediamo dove va e fin dove arriva. Mi sembra che la partita sia ancora aperta.
 Io ho l'impressione che voglia andare negli Stati Uniti e dovrebbero essere preoccupati tutti quelli che pensano che con questi accordi si e' mantenuta la Fiat in Italia e che si sono fatti grandi passi in avanti. C'e' una totale assenza di discussione sui programmi di politica industriale, si sbandierano 20 miliardi di investimenti, ma per adesso conosciamo solo quello che vogliono fare con 1,7 miliardi dal 2012 e nel frattempo la cassa integrazione aumentera', i nuovi modelli sono in ritardo e i concorrenti sono piu' avanti proprio su questo terreno. La Fiom non e' disponibile ad accettare quello che sta facendo la Fiat nel rapporto con i lavoratori e vedremo come affrontare la situazione. Per questo abbiamo deciso lo sciopero generale". 

Bastera' per far cambiare idea al Lingotto?
"Non credo che sara' sufficiente, ma lo sciopero non e' rivolto solo alla Fiat. E' rivolto anche al resto delle imprese metalmeccaniche italiane che deve decidere cosa vuol fare: se vuole seguire la linea della Fiat, che e' un atto di rottura con la storia della nostra Costituzione e contro le regole democratiche, oppure no". 

C'e' chi sostiene che la Fiom sia un sindacato che non fa accordi.
"E' propaganda che si fa per coprire le scelte gravissime della Fiat. Trovo che sindacati confederali con la storia che hanno, come Fim e Uilm che assieme a noi in questo Paese negli anni passati hanno contribuito a conquistare il contratto e dei diritti, hanno ceduto a un ricatto e stanno cambiando la loro natura. Questo e' un elemento sbagliato e preoccupante.
 Soprattutto perche' tutto cio' lo si fa sulla testa dei lavoratori senza mai coinvolgerli e senza permettergli di dire il loro punto di vista vero senza essere sotto ricatto. Dicendo sempre di si' alla Fiat non solo non si fa il bene dei lavoratori, ma nemmeno il bene del Paese e dell'azienda. Noi stiamo facendo accordi normalmente perche' non e' vero che nel Paese investe solo la Fiat. Per questo siamo il sindacato con piu' iscritti nel settore metalmeccanico, perche' i lavoratori sanno che noi siamo seri. Noi non firmeremmo mai degli accordi che cancellano altri sindacati. Perche' queste divisioni sindacali servono solo alle imprese e sappiamo che non e' una strada percorribile".   

- Cosa deve succedere per farvi riavvicinare alla Fiat e firmare l'accordo?
"La Fiat deve accettare di fare una trattativa che non c'e' mai stata. La Fiat ha imposto. A Pomigliano ha detto 'prendere o lasciare' e di fronte alle richieste di tutti i sindacati di cambiare ha detto: 'Non avete capito: o mi dite di si' o io me ne vado'. E lo stesso ha fatto con i lavoratori. Non ha mai cambiato idea, e su una linea cosi' non c'e' spazio per una trattativa. Se si vuole recuperare un consenso e il rispetto si possono fare tutte le trattative di questo mondo".   

- Il referendum di Mirafiori come andra'?
"Il referendum e' illegittimo e quindi non lo riconosciamo. Non si puo' dire a un lavoratore 'dimmi si' o non faccio l'investimento'. Faremo le assemblee e diremo ai lavoratori di andare a votare perche' non vogliamo che siano schedati o redarguiti dalla Fiat, ma diremo con molta tranquillita' che comprendiamo il ricatto al quale sono sottoposti e che valutino loro. Non daremo indicazioni di voto perche' quell'accordo non lo firmeremo, ma capiamo la loro situazione. Loro faranno quello che credono piu' opportuno, non chiederemo a nessuno di fare l'eroe".

- Perche' la Fiom e' contraria a un contratto ad hoc sull'auto?
"Perche' In Italia fare il contratto per l'auto significa fare il contratto per la Fiat. E se le condizioni per fare il contratto dell'auto sono quelle di recepire Pomigliano, a me pare che sia meglio mantenere il contratto che abbiamo. La nostra idea di fronte alla crisi evidente di certi modelli contrattuali e' che ce ne sono troppi di contratti nazionali, e che non c'e' bisogno di inventarsene di nuovi. Bisognerebbe invece riunificarli. Pensiamo che la novita' vera sarebbe fare un grande contratto nazionale dell'industria, uno dei servizi e uno del pubblico impiego. La contrattazione di secondo livello puo' essere fatta a livello aziendale, di gruppo o di filiera produttiva. Inventarsi degli altri contratti vuol dire dividere ancora di piu' i lavoratori, separarli".   

- Cosa risponde a chi vi accusa di voler fare politica e non gli interessi dei lavoratori?
"Che sono sciocchezze. Noi siamo un sindacato, quello che firma piu' accordi. Fare sindacato non vuol dire semplicemente dire di si'. Abbiamo un'idea alta del sindacato e della sua autonomia dalle imprese, dai partiti e dai governi. Il sindacato deve costruire un suo punto di vista insieme ai lavoratori e confrontarsi alla pari con tutti. La politica mi sembra che la stia facendo qualcun'altro. L'atto della Fiat di voler rompere con il sistema di relazioni sindacali in Italia, mi sembra politico. Noi facciamo il sindacato. E fare il sindacato significa discutere con i lavoratori, decidere assieme a loro, provare a fare degli accordi. E quando non e' possibile si deve utilizzare lo strumento democratico del conflitto e dello sciopero, finalizzato a fare degli accordi e non altre cose".   

- In questi giorni si susseguono gli appelli ad abbassare i toni. C'e' la possibilita', come teme qualcuno, che nelle fabbriche si torni al clima di tensione degli Anni '70?
"Siamo di fronte a un tentativo di cancellare un sindacato con un accordo separato. L'unico modo per ricostruire un percorso unitario e' mettere nelle condizioni le persone che lavorano - iscritte o non iscritte - di poter decidere sulla loro condizione. La democrazia e' oggi lo strumento che serve.
  Dovrebbe preoccupare il governo e chi fa politica il fatto che la maggioranza dei cittadini o non va a votare o pensa che siano tutti uguali. Questo dovrebbe essere un punto di riflessione: forse non e' la gente che non ha capito, ma c'e' qualcosa che non funziona. L'elemento della democrazia sui luoghi di lavoro e fuori sarebbe davvero la vera scommessa su cui lavorare per recuperare una coesione sociale. Il conflitto si evita se si accetta che la contrattazione tra le parti e' una mediazione di interessi. Se qualcuno tenta di far scomparire i lavoratori metalmeccanici, trovo che sia il minimo che non lo accettino e trovino il sistema di dire che non sono d'accordo e anche di mobilitarsi".

giovedì 30 dicembre 2010

Documento del Comitato Centrale del 29.12.2010

Il Comitato Centrale della Fiom considera la scelta compiuta dalla Fiat alle Carrozzerie di Mirafiori un atto antisindacale, antidemocratico ed autoritario senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese dal dopoguerra, in contrasto con i princìpi ed i valori della nostra Carta Costituzionale.
L'obiettivo strategico della Fiat è chiaro: provare a cancellare in modo definitivo il sistema dei diritti individuali e collettivi nel lavoro, conquistati nel tempo con le lotte dalle lavoratrici e dai lavoratori del nostro Paese, tramite una libera ed autonoma azione di contrattazione collettiva ed affermare che questa è l'unica condizione per poter investire in Italia.

I contenuti dell'intesa imposta dall'Azienda alle Carrozzerie di Mirafiori saranno estesi anche a Pomigliano rendendo evidente le volontà e la radicalità del gruppo Fiat:

Le Newco servono per cancellare il Contratto nazionale, per azzerare i diritti nel lavoro sanciti da accordi pregressi, per permettere alla Fiat stessa di uscire dal sistema di rappresentanza confindustriale.
I sindacati vengono trasformati in soggetti aziendalistici e corporativi senza più alcun diritto a contrattare, che esistono solo se firmano e sostengono le ragioni e le posizioni dell'impresa. Chi non firma l'intesa non ha diritto di esistere e gli vengono negate tutte le agibilità sindacali, dai permessi sindacali al diritto di assemblea, alla trattenuta sindacale.
Le lavoratrici e i lavoratori non hanno più il diritto ad eleggere propri delegati sindacali, perché ci saranno solo rappresentanti nominati in maniera paritetica dalle Organizzazioni sindacali aderenti al Regolamento imposto dalla Fiat.
Si peggiorano le condizioni di lavoro, di salute e di sicurezza nei luoghi di lavoro, riducendo le pause sulle linee di montaggio, assumendo la nuova metrica del lavoro Ergouas quale metodo indiscutibile e immodificabile, aumentando gli orari di lavoro e lo straordinario obbligatorio, derogando dalle leggi e dal Ccnl, aumentando le saturazioni dei tempi di lavoro e lo sfruttamento.
Si riduce nei fatti il salario reale, cancellando la contrattazione aziendale sul salario, come avvenuto nel 2010 tagliando il Premio di risultato.
Si introducono sanzioni e penalizzazioni che permettono all'azienda di non retribuire i primi giorni di malattia e di impedire il diritto di sciopero fino alla licenziabilità del dipendente.È paradossale che la Fiat vincoli gli investimenti all'esito di un referendum da lei promosso, in cui si ricattano sul piano occupazionale le lavoratrici e i lavoratori, chiedendo loro di uscire dal Ccnl, dalle leggi e dai princìpi e dai valori della Costituzione e di cancellarne le libertà sindacali.

Il Comitato Centrale della Fiom-Cgil conferma, come già deciso sull'intesa separata della Fiat a Pomigliano, la scelta di considerare inaccettabile e non firmabile il testo proposto dalla Fiat per le Carrozzerie di Mirafiori, giudica illegittimo sottoporre a referendum diritti indisponibili alla negoziazione tra le parti, a partire dalla libera scelta della propria rappresentanza sindacale con il voto, e considera un grave errore della Fim e della Uilm cedere al ricatto della Fiat, perché così si rinuncia a svolgere un ruolo contrattuale e si rischia di rompere con la storia e la natura confederale e solidale del sindacalismo italiano.
Se poi, nello stesso giorno, succede che il Governo fa approvare la riforma Gelmini, taglia i fondi per l'informazione e la cultura e sostiene le scelte della Fiat, è evidente che siamo in presenza di un attacco ai diritti, al lavoro ed alla democrazia che deve preoccupare tutte le forze che hanno a cuore la difesa della nostra Costituzione.

Per queste ragioni il Comitato Centrale della Fiom-Cgil decide di:

Proclamare 8 ore di sciopero generale dei metalmeccanici con l'effettuazione di presidi e manifestazioni regionali per la giornata di venerdì 28 gennaio 2011, rivolgendosi anche a tutte le persone, le associazioni e i movimenti che hanno partecipato il 16 ottobre alla grande manifestazione di Roma.
Lanciare in tutti i luoghi di lavoro e nel Paese una raccolta di firme contro gli accordi di Mirafiori e Pomigliano, per un Contratto nazionale senza deroghe, per la libertà sindacale, per un lavoro stabile e con diritti ed a sostegno della Fiom e della lotta dei metalmeccanici.
Organizzare in tutte le città momenti pubblici e permanenti di presidio, discussione ed informazione per il lavoro, il contratto, la democrazia e le libertà sindacali.

Inoltre il Comitato Centrale della Fiom dà mandato alla Segreteria nazionale di effettuare:

Incontri con le forze politiche. 
Un'iniziativa aperta della Consulta giuridica. 
Organizzare in rapporto con le Fiom di Torino e di Napoli le iniziative più utili per dare continuità al proprio ruolo di rappresentanza e tutela degli interessi delle lavoratrici e dei
lavoratori del Gruppo Fiat. 
Un'estensione dell'azione contrattuale e giuridica per difendere il Ccnl del 2008 e le libertà sindacali, come deciso dai precedenti Comitati Centrali.

Il Comitato Centrale della Fiom esprime il proprio totale sostegno e la propria profonda solidarietà alle Rsu, ai delegati, ai militanti, agli iscritti della Fiom di Mirafiori e Pomigliano che per primi sono impegnati in questa difficile e durissima vertenza e si rivolge a tutte le lavoratrici e i lavoratori metalmeccanici affinché con la loro mobilitazione ed azione collettiva si difendano le libertà sindacali, la dignità del lavoro e la democrazia nei luoghi di lavoro e nel Paese.

Approvato con 102 favorevoli e 29 astensioni

mercoledì 29 dicembre 2010

Conferenza stampa del 29 Dicembre su Fiat


Watch live streaming video from fiomnazionale at livestream.com

A sostegno della Fiom

Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti


Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.


La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.


La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.
Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.


Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.
La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.


Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?
Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.