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martedì 29 giugno 2010

Pomigliano non vola Alitalia


di Giorgio Cremaschi.

Dopo il fallimento del plebiscito la diplomazia dei pasticci si è messa in moto. La Fiat in questo momento manda messaggi contraddittori e ambigui, ma è chiaro che non può certo annunciare di aver cambiato idea e di mantenere le produzioni in Polonia. Si sta quindi cercando di costruire un’operazione che, senza cambiare nulla dell’accordo respinto dalla Fiom e che ha raccolto un così vasto dissenso tra i lavoratori, salvi la faccia. A chi? Alla Fiat, prima di tutto che, attraverso un protocollo aggiuntivo, che confonderebbe quello che è così chiaro purtroppo, nel testo, e cioè che si superano leggi, Contratti e Costituzione, dovrebbe permetterebbe anche l’adesione della Cgil. (...)

Così questa operazione viene presentata non come una via d’uscita dal tunnel dell’arroganza di Marchionne, ma come una gentilezza e un’apertura verso la Cgil, che in questo modo riuscirebbe a liberarsi dell’estremismo della Fiom. Tutto questo modo di procedere è solo il segno della crisi del sistema delle relazioni sindacali in Italia che, non a caso, accompagna la crisi industriale. Questi mezzucci vengono utilizzati dopo che si è detto a mari e monti che l’accordo di Pomigliano era un precedente che, finalmente, metteva in discussione la rigidità del Contratto nazionale e dello Statuto dei lavoratori. Il ministro Sacconi prima ha parlato di svolta storica, come per il referendum sulla scala mobile, e poi adesso minimizza dicendo che Pomigliano è un caso eccezionale. Più o meno lo stesso fa il suo partner Bonanni.

Il 1° luglio a Pomigliano si riuniranno delegati della Fiom della Fiat, del Mezzogiorno, dei grandi gruppi, per dare una prima risposta politica meditata a quanto sta avvenendo. E’ chiaro che l’enormità dell’attacco al Contratto e ai diritti, che si vuol far passare, attraverso il ricatto occupazionale su Pomigliano, ha in qualche modo frenato l’operazione e ne ha rivelato la brutalità. Ora bisogna reggere. E’ necessario estendere il movimento di difesa del Contratto e dei diritti e, grazie alla dignità mostrata dai lavoratori di Pomigliano, dire in tutte le sedi, con il massimo della chiarezza, che al ricatto occupazione-diritti, si risponde e si risponderà sempre di no. Pomigliano non vola Alitalia.


Roma, 28 giugno 2010

lunedì 28 giugno 2010

FIAT FABBRICA ITALIA

domenica 27 giugno 2010

LA LORO MORALE E LA NOSTRA di Marco Revelli





Quella di Pomigliano è stata davvero una grande lezione. Una lezione politica, sociale, e anche – lo so che il termine oggi appare desueto, e lo si pronuncia con un certo pudore come con le parole sconvenienti – morale.
L’accordo imposto dalla Fiat era, in modo fin troppo esplicito, una proposta indecente. I suoi contenuti prefiguravano una condizione di lavoro servile, nel senso tecnico del termine, pre-moderna, comunque estranea alla stessa «modernità industriale» e incompatibile con il nostro quadro costituzionale: un lavoro senza diritti né soggettività, esposto al nudo potere materiale e discrezionale dell’impresa, in una condizione di extra-territorialità giuridica che fa della fabbrica un luogo separato com’erano nel medioevo le pertinenze ecclesiastiche. E tuttavia era tremendamente difficile dire di no. Difficile per il sindacato, posto di fronte al dilemma mortale tra rifiutare, riaffermando il proprio ruolo ma rischiando di perdere il contesto in cui esercitarlo, o subire, e cancellare così il senso stesso del proprio esistere come sindacato. E ancor più difficile per gli operai, da mesi col salario falcidiato dalla Cassa integrazione e posti di fronte alla prospettiva del nulla in un’area come quella napoletana già afflitta da un livello di povertà endemica. Eppure il plebiscito non c’è stato. E il messaggio che viene da quella fabbrica che in tanti avevano disprezzato – considerandone i lavoratori come una massa di pezzenti alla disperazione, pronti a tutto pur di conservare il misero salario, o un’accolita di lazzaroni turco-napoletani, assenteisti e furbacchioni – è una sintesi di realismo, d’intelligenza e dignità.
Quel rapporto non previsto da (quasi) tutti, di 60 a 40; quell’equilibrio inatteso tra i «sì» della paura e i «no» dell’orgoglio, dice che quella fabbrica, che gli «operai di Pomigliano» – tutti, presi nel loro insieme di «comunità operaia» – subiscono il ricatto di Marchionne, ma non vi aderiscono «anima e corpo». Lo subiscono col corpo, che «pesa», appunto, e fa piegare la bilancia verso il sì (con realismo, potremmo dire). Ma non gli cedono anche l’anima. Non concedono allo strapotere del più forte la soddisfazione impietosa di un consenso servile che li umilierebbe e li priverebbe di ogni autonoma volontà. Si piegano, perché il rapporto di forza non consente alternative, ma mantenendo il rispetto di sé (con dignità, appunto).
Forse non ci siamo interrogati abbastanza su quei 1673 NO. Su quanto deve essere stato difficile – e drammatico – per ognuno di quegli operai e operaie, decidere, contro se stessi e, apparentemente, contro tutti. Mettere in gioco le proprie esistenze, il proprio futuro, il proprio reddito, le proprie famiglie. Uscire dalla particolarità del proprio calcolo individuale, che avrebbe suggerito l’eterno primum vivere, e porsi da un punto di vista «generale». Rappresentarsi come comunità di lavoro, in un mondo in cui tutto sembra disfarsi, ogni aggregato slegarsi, ogni identità collettiva dissolversi. Senza più rappresentanza politica alle spalle. Né appartenenza ideologica. Né cultura condivisa. In fondo che cos’è un articolo della nostra Costituzione di fronte al rischio di miseria per la propria famiglia? Che vale la difesa del contratto nazionale di fronte alla minaccia concreta della scomparsa della propria fabbrica e del proprio salario? E che cosa costa, d’altra parte, un piccolo compromesso con se stessi? Un minuscolo gesto di sottomissione – il segno su una scheda – se serve per garantirsi un sia pur stentato futuro di lavoro (e magari la possibilità di rimettere tutto in discussione, una volta «passata ‘a nuttata»)? Il nudo calcolo di utilità (individuale) non avrebbe lasciato margini d’incertezza.
E infatti per la stragrande maggioranza degli «attori pubblici» – politici, opinion leader, imprenditori e intrattenitori – quel voto e quel comportamento è risultato del tutto incomprensibile. Per (quasi) tutti quelli che stanno «in alto» (e anche per molti che stanno «in mezzo» e persino per qualcuno che dovrebbe esser vicino a chi sta «sotto») gli operai di Pomigliano sono apparsi dei pazzi. Pericolosi incoscienti. Nella migliore delle ipotesi degli irresponsabili verso sé e verso gli altri. Per l’Italia che conta, l’«agire orientato a valori» – per usare un’espressione weberiana – sta fuori dal mondo: «Ancora una volta constatiamo che c’è un sindacato e anche una parte dei lavoratori, che non comprendono le sfide che hanno davanti», ha dichiarato Emma Marcegaglia. E ha rivelato così l’immenso vuoto morale che caratterizza il mondo imprenditoriale italiano. L’assoluta incomprensione dell’importanza del fattore etico in politica e in economia, destinata a produrre catastrofiche cadute politiche (una borghesia che accetta un Brancher fatto ministro solo per sfuggire ai giudici è una borghesia che vale davvero poco). E anche clamorosi errori imprenditoriali, come quello di chi consiglia o si propone di «lavorare» a Pomigliano solo con gli autori del «sì» considerandoli più affidabili e non accorgendosi che di un uomo disposto a difendere la propria dignità a costo di sacrifici, di uno capace di tenere «la testa alta», ci si può fidare ben di più, dal punto di vista professionale, che di chi finge di condividere un ricatto (come ha magistralmente scritto Ermanno Rea).
È questo, lo si vede bene oggi, il grande deficit culturale dell’imprenditoria contemporanea: questa sottovalutazione del senso morale nell’agire individuale e soprattutto collettivo, per ridurre tutto a «calcolo di utilità» personale. Questo disprezzo cinico e sistematico di ciò che offre un punto di vista condiviso al di là del puro «utile personale». E che produce, per questo, visione del bene comune e appartenenza. Rispetto di sé come condizione del rispetto degli altri (le basi, insomma, di quella «modernità industriale» che a Pomigliano si vorrebbe cancellare). Non è fenomeno solo italiano. È la verità del capitalismo contemporaneo nell’epoca della globalizzazione, ridotto al suo nudo hard core materiale del conto profitti e perdite. Privo dell’orizzonte valoriale che aveva animato, in qualche misura, la fase aurorale della borghesia: di quell’Etica del capitalismo di cui scrisse Max Weber, e che permise ai suoi protagonisti di aspirare a una qualche egemonia nell’orizzonte della modernità. Un capitalismo, ormai, risolto senza residui nella quotidiana struggle for life, senza promesse di emancipazione e senza virtù per nessuno. Semplice ostentazione di un rapporto di forza che si misura sul successo effimero e quotidiano e valuta gli uomini col peso falso delle cose. Un capitalismo da ère du vide di cui la crisi fa emergere la «verità», nei suoi aut aut tanto assoluti quanto inerti: nell’imperiosità di quel suo «prendere o lasciare», quando ciò che si prende o si lascia è solo la traccia di una nuova servitù… Il nichilismo compiuto della «società del fare».
È toccato al povero Marchionne, nonostante i suoi maglioncini casual e le sue scarpe da tennis, la sua aria da nomade cosmopolitico e il suo linguaggio da liberal anglosassone, diventare l’emblema di questo capitalismo del crepuscolo, non più animato dall’etica dell’imprenditore «produttore» (in qualche misura simile all’«etica del lavoro» del suo antagonista sociale simmetrico, l’operaio-produttore), ma segnato dal vuoto dell’anima dell’epoca del consumo e dell’ipercompetitività transnazionale, dove gli uomini e il tempo perdono di spessore, e finiscono per essere «consumati» essi stessi da un’impresa fattasi fine a se stessa.
Quelli di Pomigliano no. In un paese in cui abbondano «i mezzi uomini e i quaqquaraquà» (per dirla con Sciascia) hanno dimostrato che esistono ancora degli uomini. Che tra servi e padroni – tra la moltitudine dei servi che occupa il nostro paese e il castelletto dei padroni/predoni che lo depreda – ci sono ancora delle «persone». E hanno aperto una breccia simbolica incalcolabile. Immaginiamo che cosa sarebbe oggi l’Italia se una fabbrica-simbolo come Pomigliano avesse sancito plebiscitariamente la resa senza condizione a quella logica servile. Se non ci fosse stato quel segno di dignità che, coriaceo, resiste. E parla a tutti. D’altra parte, non fu proprio Giambattista Vico – da cui lo stabilimento di Pomigliano, con involontario paradosso, prende il nome – a celebrare «l’origine della nobiltà vera, che naturalmente nasce dall’esercizio delle morali virtù; e l’origine del vero eroismo, ch’è domar superbi e soccorrere a’ pericolanti»…?

venerdì 25 giugno 2010

IL DOVERE DI SCIOPERO di Galapagos

Governo e stampa amica hanno definito quello di oggi uno sciopero «politico» o anche «ideologico»; nel migliore dei casi «inutile». Certo lo sciopero è politico, con l'obiettivo di riuscire a modificare la politica economica; ideologico, ma contro l'ideologia dominante che affossa i diritti, piegando anche la Costituzione. In ballo c'è anche Pomigliano: i diritti non sono ideologia, condizionano la vita delle persone: è in gioco la civiltà del lavoro (e le conquiste frutto di oltre un secolo di lotte) che si vuole ricondurre alle regole dei paesi sottosviluppati, nei quali, appunto, non ci sono diritti. In queste condizioni scioperare non è solo un diritto ma un dovere. Ma l'accusa più falsa è che sia inutile
I nuovi dati macroeconomici diffusi ieri dalla Confindustria, dall'Istat e dalle Corte dei conti lo dimostrano. Siamo fuori dalla recessione, testimonia il Centro studi Confindustria. Ma che ripresa è? In due anni il Pil è diminuito di circa il 6,5%. L'Italia ha fatto un balzo indietro - per quanto riguarda la ricchezza prodotta e distribuita, siamo tornati all'inizio del 2000, dice Bankitalia. La Confindustria sostiene che quest'anno il Pil crescerà dell'1,2% e nel 2011 dell'1,6%. Il totale dà come risultato un 3% scarso, meno della metà della ricchezza distrutta nel 2008/2009. La stessa Confindustria ci fa sapere che questa è una ripresa senza occupazione: negli ultimi due anni sono stati distrutti 528 mila posti di lavoro e altri saranno cancellati. Insomma, la disoccupazione sta aumentando e i senza lavoro, ha calcolato l'Istat per il primo trimestre dell'anno, sono quasi 2,3 milioni con un tasso di disoccupazione del 9,1%. E, come al solito, a perdere posti seguita a essere il Mezzogiorno.
La Corte dei conti teme che la manovra correttiva possa condurre a una minore crescita, a un Pil più esile. E, quindi, a minori entrate fiscali, costringendo il governo a nuove manovre correttive per tentare di non perdere la bussola dei conti pubblici. Se questi dati non bastassero per definire utile la protesta di oggi, ne aggungiamo un altro della Confindustria: l'evasione fiscale è pari a 124 miliardi di euro, una cifra che risulta cinque volte superiore alla manovra imposta da Tremonti e almeno il triplo dell'evasione in altri paesi sviluppati.
In Italia ci sono due questioni nazionali: l'evasione fiscale (dalla quale deriva anche un problema di equità nella distribuzione dei redditi, visto che c'è chi può evadere e chi no, cioè i lavortatori dipendenti) e il Mezzogiorno. Due problemi enormi che vanno risolti, ma dei quali non c'è traccia nella manovra di Tremonti. Che anzi sottrae risorse (i fondi Fas) alle aree che necessitirebbero di vedere accesciuto l'impegno finanziario per far decollare uno sviluppo che trainerebbe anche la crescita delle regioni ricche. L'anima della manovra tremontiana è tutta nel blocco delle retribuzioni del pubblico impiego, nel taglio dei fondi ai comuni e alle regioni (complessivamente quasi 13 miliardi di euro) e nel rinvio del pensionamento, per la chiusura delle finestre, che frutterà altri 6,5 miliardi. Ma che manovra è?



giovedì 24 giugno 2010

Il testo della conferenza stampa del segretario generale della Fiom Maurizio Landini del 23 giugno

CREMASCHI:FALLITO IL PLEBISCITO FIAT A POMIGLIANO

A Pomigliano il plebiscito e' fallito. Più del 40% degli operai, quelli che devono faticare in turni crescenti e pause calanti, ha detto no. Nonostante il clima di intimidazione ed il ricatto. E' un fatto clamoroso che conferma il valore della scelta della Fiom di non firmare. Ora è più forte la difesa del Contratto nazionale, dei diritti e della Costituzione. Il coraggio dei tanti operai che hanno rifiutato il ricatto Fiat si trasmette a noi e a tutto il mondo del lavoro per continuare.
Il diritto al lavoro e i diritti del lavoro non possono, non devono essere posti in alternativa tra loro.

mercoledì 23 giugno 2010

Fiom. Giovedì 1° luglio Assemblea nazionale per il lavoro, i diritti e la democrazia a Pomigliano d’Arco

La Fiom-Cgil ha convocato a Pomigliano d’Arco un’Assemblea nazionale per il lavoro, per i diritti, per la democrazia. All’Assemblea, che si terrà giovedì 1° luglio 2010, parteciperanno le delegate e i delegati del gruppo Fiat, dei grandi gruppi industriali metalmeccanici e delle aziende metalmeccaniche del Mezzogiorno.

23 giugno 2010: Conferenza stampa Fiom su Fiat Pomigliano

martedì 22 giugno 2010

LA CATASTROFE DEL LAVORO di Adriano Sofri


Se esistesse oggi un'Internazionale dei lavoratori, dovrebbe ammettere una catastrofe simile a quella che travolse la Seconda Internazionale nel 1914, quando le sue sezioni nazionali aderirono al patriottismo bellico, e i solenni principii andarono a farsi benedire. L'Internazionale non esiste e la crisi finanziaria ed economica non è (per ora) una guerra armata. La Seconda Internazionale era stata largamente partecipe dei pregiudizi e delle convenienze colonialiste: differenza minore, dal momento che lavoratori e sindacati dei paesi ricchi si sono guardati finora dall'affrontare il colossale divario con la condizione del proletariato dei paesi poveri. 

La crisi, restituendo agli Stati un più forte intervento economico - senza per questo ridurre la sovranità delle grandi multinazionali - sospinge il lavoro salariato verso un rinnovato "sacro egoismo". Pomigliano ha reso clamorosa questa condizione. La Cina è vicina, e gli scioperi della Honda o della taiwanese Foxconn (e i suicidi operai) mettono in vetrina l'andamento da vasi comunicanti che Scalfari ha qui illustrato: gli operai cinesi rivendicano salari meno infimi e condizioni di lavoro meno infami e gli operai occidentali diventano più cinesi. Il punto però è che la nuova Panda ha messo in concorrenza diretta lavoratori italiani e lavoratori polacchi, cioè di due paesi dell'Unione Europea. E anche se una rilocalizzazione italiana dall'est europeo è inedita, come vanta Marchionne, è vero però che da anni la minaccia di trasferire la produzione in Ungheria o in Romania è valsa a far accettare nell'industria occidentale sacrifici di lavoro e salario non molto dissimili da quelli che si impongono a Pomigliano.

In Germania, la difesa dell'occupazione è costata, ben prima della crisi finanziaria, un forte allungamento dell'orario di lavoro a parità di salario - alla Opel da 38 a 47 ore! A Bochum, nel 2004, si trattò proprio di sventare il trasferimento in Polonia. In Francia le 35 ore erano legge, e sono un ricordo imbarazzato. Oggi, alla Opel, saturati i tempi, gli operai cedono - agli investimenti aziendali, a fondo perduto - una metà di tredicesima e quattordicesima, un mese di salario. Il ritorno a un protezionismo "nazionale" fu vistoso con il prestito offerto dalla Merkel alla Magna in cambio della salvaguardia dell'occupazione tedesca, violando le regole europee sulla concorrenza. Ma si tratta di una tendenza generale, di cui gli incentivi governativi alla Fiat furono un capitolo ingente. Sarebbe interessante sapere in quante fabbriche italiane (Fiat inclusa) condizioni di lavoro largamente simili a quelle imposte a Pomigliano sono già in vigore.

Se dunque non c'è una capacità, e neanche una vera volontà - a parte la lettera "di bandiera" di un gruppo di operai di Tichy - di animare una solidarietà europea, tanto meno ci si attenterà a immaginare una simpatia e un legame fra gli operai di Pomigliano e di Tichy e gli scioperanti e i suicidi di Shenzhen, i quali per giunta fabbricano (sono 400 mila solo alla Foxconn) componenti elettroniche per il mondo intero, e non un prodotto esausto come l'auto, sia pure la nuova Panda. Nel momento in cui accentua la sua internazionalizzazione, la Fiat "nazionalizza" gli operai di Pomigliano, con un ultimatum prepotente perfino nel tono. A sua volta, in un gioco delle parti di cui non è affatto detto che sia voluto - che Sacconi e Marchionne siano in combutta: anzi - il governo prende la sfida della Fiat a pretesto per l'abolizione dei contratti nazionali, la liquidazione simbolica della Costituzione, la sostituzione dei "lavori" ai lavoratori, delle cose alle persone. (L'autocertificazione per cui oggi si pretende di rifare la Costituzione, veniva garantita dal Capezzone quondam radicale in un progettino dal titolo "Sette giorni per aprire un'impresa"). 

La famigerata "anomalia" di Pomigliano è perciò largamente pretestuosa: serve a far passare per una cruna il cammello del conflitto sociale e dei diritti sindacali. Un precedente prossimo c'è, ed è l'Alitalia: anche lì era facile trovare le anomalie, e fare piazza pulita delle norme. Pomigliano è "anomala" dalla fondazione, come ha raccontato Alberto Statera, con la sua combinazione fra una maggioranza di operai venuti dalla campagna e da assunzioni clientelari, e una minoranza di reduci da altre fabbriche e lotte. Si raccontava, il primo giorno dell'Alfasud, che fossero entrati in fabbrica 3 mila operai, e ne fossero usciti 2.980, perché venti erano evasi durante l'orario di lavoro, avendone già abbastanza. Ma l'industria cinese, quella che fabbrica gli iPad, è fatta largamente di contadini scappati dai villaggi.

Un dirigente mandato da Torino al passaggio dall'Iri alla Fiat, nel 1986, avrebbe poi raccontato agli intimi Pomigliano in termini più coloriti del dialogo fra Chevalley e il principe nel Gattopardo. A Pasqua, si aspettavano una gratifica e un agnello. Il manager, magari anche per l'assonanza col nome della dinastia, provò a monetizzare gli agnelli. Uno sciopero lo costrinse a cedere in extremis. Al rientro dopo la festa lo sciopero riprese, e il dirigente costernato si sentì dire che l'agnello avrebbe dovuto essere vivo, e non macellato. Bisognava che prima ci giocassero i bambini. Sarà una leggenda. Anche sull'assenteismo e sulla camorra a Pomigliano corrono storie vere e leggende, utilizzabili a piacere. 
Sarà vero che al direttivo provinciale di Cisl e Uil partecipano seicento dipendenti di Pomigliano? Marchionne deve saperlo, e non da oggi. Deve averci pensato almeno da quando ribattezzò la fabbrica col nome di Giambattista Vico, per riparazione: il più grande intellettuale della Magna Grecia. Non bastava un'intitolazione a passare dall'assenteismo alla scienza nuova, e nemmeno la deportazione dei cattivi a Nola. Ma appunto, il colore locale fa comodo a tutti, e anche a rovesciarlo in un ipertaylorismo - parola buffa, perché il taylorismo è iperbolico per definizione, e caso mai bisogna ridere amaro delle chiacchiere sulla fine del lavoro manuale e della fatica. I 10 minuti in meno di pausa - su 40 - la mezz'ora di mensa spostata a fine turno, e sopprimibile, lo straordinario triplicato - da 40 a 120 ore - e una turnazione che impedisce di programmare la vita, sono già un costo carissimo. Aggiungervi le limitazioni allo sciopero e il ricatto sui primi tre giorni di malattia è una provocazione o un errore, di chi vuole usare Polonia e Cina per insediare un dispotismo asiatico in fabbrica qui, quando la speranza è che l'anelito alla dignità e alla libertà in fabbrica faccia saltare il dispotismo in Cina.

Non c'è l'Internazionale, viene fomentata la guerra fra poveri, si fa la guerra ai poveri, questa sì dappertutto. Perché l'altra lezione venuta in piena luce grazie a Pomigliano è che la storia degli operai "garantiti" opposti ai "precari" era del tutto effimera, e i nodi sono al pettine, per operai e pensionati. Termini Imerese chiude, Pomigliano chissà, Mirafiori... Chi garantisce chi? Dei due modelli presunti - lavorare di meno o consumare di più - è destinato a prevalere, da noi ricchi, il terzo: lavorare di più e consumare di meno. Il "movimento epocale" di redistribuzione del reddito, invocato da Scalfari, va insieme a un cambiamento radicale dei modi di vivere e consumare (si chiamano, chissà perché, "stili": come se ci fosse stile in una coda di autostrada). Erano provvisori i "garantiti", siamo provvisori "noi ricchi" del mondo.

Questione di tempo, e l'economia va più svelta della stessa demografia. Prediche al mondo vorace che esce dalla povertà a spallate, perché non si ingozzi di automobili e telefonini come noi, non ne possiamo fare. Abbiamo dato l'esempio dell'ubriachezza consumista, possiamo solo provare a darne uno pentito, di sobrietà. Sbrigandoci.

lunedì 21 giugno 2010

Fiat Pomigliano: Masini (Fiom), referendum illegittimo





“L’esistenza di un 'piano C' dimostra che l’intesa è in contrasto con il contratto nazionale, le leggi e la Costituzione”


“Domani le lavoratrici e i lavoratori della Fiat di Pomigliano saranno costretti a recarsi a votare per un referendum illegittimo, in una fabbrica riaperta per l’occasione grazie a una Fiat finalmente ‘generosa’ con il pagamento della giornata”. Così in una nota Enzo Masini, coordinatore nazionale auto della Fiom Cgil. “I lavoratori, infatti - spiega il sindacalista - sono chiamati a votare sotto il ricatto della chiusura dello stabilimento e della perdita del posto di lavoro e su deroghe al contratto nazionale, alle leggi, alla Carta dei diritti europea e alla stessa Costituzione”

“Di fronte a un referendum illegittimo e perciò non vincolante - prosegue Masini - la Fiom non dà alcuna indicazione di voto ma consiglia i lavoratori ad andare a votare per evitare possibili ritorsioni da parte dell’azienda. La notizia apparsa oggi su Repubblica di un ‘piano C’ cui starebbe lavorando la Fiat - la chiusura dello stabilimento di Pomigliano, la costituzione di una nuova società e la riassunzione dei lavoratori con un nuovo contratto aziendale - corrisponde a quanto ventilato e poi ritirato dall’azienda stessa nell’incontro sindacale del 15 giugno”.

“L’idea di mettere in atto un ‘piano C’ - osserva quindi Masini - dimostra che la stessa Fiat è consapevole delle gravi forzature che, con l’imposizione di questo accordo a Pomigliano, introdurrebbe nella legislazione italiana del lavoro e che, nelle parti denunciate dalla Fiom, vi sono evidenti violazioni costituzionali e di legge”.

La Fiom, conclude la nota, “conferma la propria disponibilità a trovare un’intesa per il lavoro, il rilancio di Pomigliano e lo sviluppo del territorio. L’intesa è possibile applicando correttamente le leggi e il contratto nazionale in tutte le sue parti, ma la Fiat deve accettare finalmente la trattativa e smetterla di pensare che esistono altre strade che, come quella seguita finora o il ‘piano C’, non farebbero che aggravare la situazione”.